Li Votazioni ru 2008 di Teresa Armenti

‘A democrazia è ‘mbacchittata
E mo, cumi ‘a mittimo cu tutti ‘sti ‘nguieti?

‘A gende si gira come ‘u vendo mena.

‘Ndu PD ci so’ quiddi ca ‘a virnata passata
s’ano fatta ‘na guerra ca ancora n’è finita.

‘U PSI nun vole cchiù corre cu nisciuno,
vole atturno tutta ‘a famiglia suia,
ma nun s’è fatto li cundi cu li figli straviati,
ca nun si ponno viré l’uno cu l’ato.

UDC e PDL si so’ scucchiati
e ‘a prima matina uno canda ra ‘nu verso
e l’ato sona ‘a cicirignola.

E l’Arcobaleno prima s’avi appoggiato
sopa ‘a dui mundagne
e mo’ aspetta ca terra trema.

E quisti so li scherzi ra politica.

N’a vota li viri amici
N’ata vota nimici.

N’a vota si’ bbono
N’ata vota malamente.

N’a vota si’ accoto a brazza aperte,
n’ata vota ti sbattono ‘a porta ‘n baccia.

N’a vota vai a braccetto,
n’ata vota voti li spadde.

N’a vota si’ avuzato,
n’ata vota vasciato.

E allora, ‘u sapiti chi cc’è:
nu’ cunfundimo ‘a lana ca seta.
‘A politica è ‘na cosa ca cangia ogni vutata ‘i luna
Amicizia e ‘a parentela so’ cundi sacri, ca nun si toccano.
Oramai simo quatto gatti.
Nisciuni ru palazzo ‘i nui si cura.
Ognuno poti vutà ‘u partito ca crere,
senza sciarramendi.
E po’ li cunti s’ano fatti bboni a tavulino,
li pacchetti so’ già prondi.
Nui nu’ putimo scegli chi n’adda rappresentà
‘ndu parlamento, ma ama vutà chi mango canuscimo.

Si ‘a legge nun si cangia,
simo proprio ‘nguaiati.

Allora, scurdamunni ‘u passato,
accucchiamo tutte li forze
pi’ dà ‘nu picca ‘i vita’‘a Casteddo nosto
ca stai finendo sotto ‘a l’occhi nosti.

(Castelsaraceno 2008, inedito di Teresa Armenti)

7 risposte a “Li Votazioni ru 2008 di Teresa Armenti

  1. La politica è profana. L’amicizia e la parentela sono sacre. La cultura vernacolare ha sempre difeso l’ipostatizzazione del vincolo di sangue e della fedeltà pattizia, ancor prima di indossare la veste di una cristianità dei campi, del focolare e della remissione del proprio destino a Dio. Bene. Uno dei massimi crimini commessi dalla politica è stato quello di prendere questi valori, farli propri e rivenderli come se fossero suoi a coloro da cui li aveva, diciamo così, presi in prestito. Grazie a questo giochino è stato possibile, sempre in difesa dei medesimi valori, vendere lavoro e promesse a quelli a cui lavoro e promesse erano state sottratte per bottinare, per sè e per i propri amici e parenti, i denari che lo Stato aveva messo a disposizione della crescita e dello sviluppo delle cd. zone depresse. La Armenti propone di votare ognuno secondo coscienza e senza inutili strepiti. E’ un suggerimento sano. Ma chiedo: come può il sano votare l’insano? Come si può prendere in mano la scheda elettorale unta del grasso del Suide Politico? La demagogia ha le fanfare. Lo spirito critico gli argomenti. Per questo, per chi scrive, l’unico voto possibile è No. Ovvero il deserto dell’urna cineraria politica.

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  2. Se la maggior parte degli elettori non andasse a votare, cosa succederebbe? Gli ambiziosi, purtroppo, vanno avanti e le persone oneste non osano scendere in campo, ma si limitano ad osservare con angoscia e rassegnazione quello che avviene intorno.

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  3. Quando si fa capannello in piazza e si (s)parla di politica, c’è sempre qualcuno che arriccia il naso, aggrotta la fronte, mentre pronuncia ad alta voce, con un’espressione di disgusto, allontanandosi di un passo dal gruppo: “Non mi interessa affatto la politica!”. Nel frattempo, si avvicina di nuovo, per ascoltare con curiosità le voci malevoli e mutevoli sul politico di turno. E tutti, all’occorrenza, sputano drastiche sentenze, senza conoscere, a volte, neppure i fatti e senza possibilità alcuna di difesa.
    Quando, poi, è la Chiesa ad intervenire su questioni morali-politiche, succede il finimondo e subito si punta il dito accusatore contro l’ecclesiastico di turno che ha osato tanto, invitandolo a rientrare nel suo ambito “prettamente spirituale”.
    Ma perché la politica provoca queste reazioni così sproporzionate?
    La Politica dovrebbe essere “fattore di sviluppo e di crescita per una comunità”. Tutto ciò potrebbe avvenire, se la Politica fosse partecipazione, servizio a tutti nel rispetto di tutti, presa di contatto con i problemi quotidiani, risoluzione degli stessi; scelte avanzate con acume in previsione di scenari futuri.
    Tutti noi, comunque, facciamo politica, sia quando ne siamo protagonisti attivi sia quando ci mostriamo indifferenti perché, nel secondo caso, lasciamo spazio agli altri, che potranno agire indisturbati. Aveva ragione Aristotele nell’affermare che l’uomo è un animale politico.
    Nel nostro paese, come in tutti gli altri piccoli centri, si verifica un fatto strano:
    Quando si è in periodo elettorale, c’è un’animazione, un fervore totale. Tutti sono politicizzati, addirittura anche i bambini. Tutti si riscaldano, anzi si surriscaldano, si ricordano del passato, dei torti ricevuti; i coraggiosi rinfacciano senza timore, i codardi tramano dietro. Nelle case, in piazza, nei bar e soprattutto al chiuso, nelle cantine, si discute animatamente di questo o di quello.
    I candidati diventano premurosi, gentili, ossequiosi, fanno visita a tutti con strette di mano, sorrisi stampati e promesse assurde. I convegni sullo sviluppo del territorio vengono organizzati ad hoc. E la gente continua ad aggrapparsi …alle false illusioni.
    Durante il mandato amministrativo, invece, tutto tace. I consigli comunali vengono svolti nell’indifferenza generale (solo pochi sono gli ascoltatori). Può andare tutto alla malora che nessuno si accorge di niente. Se la popolazione seguisse l’andamento amministrativo con lo stesso accanimento del periodo elettorale, informandosi, documentandosi e controllando adeguatamente, le cose andrebbero senz’altro meglio. La Politica ha bisogno di controllo e di alternanza.
    C’è differenza tra la POLITICA e la politica. La Politica con la P maiuscola rappresenta l’ideale, tutto ciò che dovrebbe essere; la politica con la p minuscola è l’abuso che l’uomo ne fa, soprattutto quando si serve di essa per l’esercizio del suo potere, per l’affermazione di se stesso.
    Quando si entra in politica, si esce allo scoperto, si cambia volto, si combatte sempre, sia con gli avversari, sia con i compagni di partito. Per andare avanti, si deve essere pronti ad “ingoiare rospi e si deve avere anche uno stomaco adatto a macinare pietre”.
    In nome della politica, le amicizie vengono annullate, i sentimenti vengono repressi. La politica, quando prende il sopravvento, si insinua in modo subdolo, sconvolge le famiglie, scompiglia, travolge con la cultura del dubbio, del sospetto, fa venire fuori l’altra faccia dell’uomo con le gelosie, le invidie, i rancori, le ipocrisie, i tradimenti, l’arrivismo.
    In quest’ultimo decennio si assiste ad un disorientamento totale, perché si passa facilmente da un partito all’altro. I compagni di una volta si ritrovano divisi e gli avversari di un tempo si ritrovano alleati, tra lo sconcerto della popolazione, che non sa chi votare.
    Nello stesso schieramento si verificano tradimenti: il più furbo si impossessa del voto del meno esperto. Vince chi vende illusioni, chi semina, ad arte, maldicenze sull’altro.
    In politica vige il motto”Tutti i mezzi, come in guerra e in amore, sono validi. Vince chi ha più cartucce da sparare”.
    La verità non viene affatto premiata. Si diffonde un’etica, se così si può chiamare, che dà scarsa importanza al merito in tutto ciò che è pubblico o connesso al pubblico. Giacché siamo tutti consapevoli degli aspetti negativi della politica, perché una buona volta, se ci teniamo al Bene del Paese, noi tutti (istituzioni, associazioni, sezioni di partito, adulti e giovani) non facciamo prevalere il buon senso, abbattendo i pregiudizi reciproci, e non ci riuniamo davanti ad un tavolo, per chiarire, discutere, programmare? Perché non puntiamo su obiettivi comuni, ispirati al rispetto della persona, alla trasparenza, alla definizione di regole certe, alla garanzia di reale uguaglianza di tutti i cittadini? Perché non badiamo, insieme, allo sfruttamento di quelle possibilità, in termini di sviluppo, di servizi e di occasioni, che finora non sono state adeguatamente sfruttate?

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  4. Mi fa piacere il riferimento ad Aristotele. Così se parlerò con spirito critico non mi si potrà tacciare di intellettualismo. Lei dice angoscia e rassegnazione. Io dico ripugnanza nei confronti della politica e inutilità della funzione elettorale. Prima causa di inutilità: le persone oneste, come dice lei, stanno a guardare. Ma se si muovono per sistemare il figlio 35enne disoccupato diventano disoneste? No. Esse pagano solo una doppia pena per una doppia colpa dei politici: aver messo il cittadino in condizioni di chiedere come un favore, peraltro spesso disatteso, quello che è un suo diritto ed essere stati tanto meschini dall’aver anche solo pensato di assolvere così il proprio mandato. Dunque si andrebbe a votare per continuare ad essere puniti a piacimento: il che nessuno che sia sano di mente lo vuole. Seconda causa di inutilità: facciamo finta che Aristotele abbia ragione: la politica mutua il dialogo elettorale da un’attitudine naturale, quindi parla, in buona sostanza, il linguaggio di coloro a cui si rivolge. Non mi pare che i rumori emessi dai politici soddisfino questa condizione. Potremmo sempre optare per l’uomo “animale parlante” di Cicerone: meglio si parla più si è degnamente uomini. Ma nemmeno questo mi pare accada. Dunque si andrebbe a votare più o meno per degli “animali lontani”: il che è impossibile. Terza causa di inutilità: esiste un sistema elettorale. Con l’attuale è dato di votare, certo. Ma chi? Dunque si andrebbe a votare nessuno: il che è ridicolo.
    Dopodichè lei fa un’analisi accurata e assai precisa di come stanno le cose. E propone la solidarietà tra i “puniti”. Condivido ambedue le cose. Ma impegnarsi in questo richiede ben più che l’entusiasmo: qui non si tratta di bloccare un treno. Ma tutta la ferrovia. E questa, Signora, come lei mi insegna, è una ferrovia che va avanti a far tempo da Cavour. Tuttavia se un sedicente filosofo diventa Presidente della Regione, tutto è possibile. Io l’ammiro: lei è una persona intelligente ed un’autrice pungente. Perciò non pensi che io voglia smontare i suoi argomenti. Esprimo solo un parere. E con la stessa onestà con cui lascio lei e i lettori che avranno avuto tanta pazienza da arrivare fin qui, concludo accennando alla ripugnanza di cui ho detto all’inizio. Vede, io non mi ci metterei tra i crociati. E proprio perché sono onesto. Me ne fotto della cosa pubblica, almeno non mi interessa fino al punto di fare politica. Ma io lo dico. Quelli che io, lei, e noi tutti manteniamo a nostre spese, permettendo loro di guadagnare 15 volte quello che guadagna un operaio, non lo fanno. E la ragione è semplice: se così non fosse invece di maggiorarle nottetempo, quelle 15 volte, le avrebbero diminuite alla luce del sole. E proprio perché sono onesto le dico che non potrei perché le suole delle mie scarpe si rifiutano di calpestare anche solo la polvere che hanno calpestato certe altre suole, tanto stanche da aver bisogno, a fine giornata, di un gentile autista che le riportasse a casa.

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  5. Vivere, oggi, è senz’altro più difficile, molto più complesso e travagliato. Stare alla finestra del mondo e discutere su di esso appare prometeico, cioé una sfida impotente: tanto che posso fare io? Non è vero che i vertici politici siano i soli responsabili del malgoverno. Quando il malgoverno locale si protrae per anni e anni, la principale causa sta nella complicità, nella connivenza della cosiddetta “società civile”che, pur dotata delle risorse culturali, economiche o istituzionali per condizionare e influenzare le scelte pubbliche, ha preferito per lungo tempo guardare altrove, fingere di non vedere. Il vero grande dramma del Mezzogiorno, secondo Raffaele La Capria, è nella mancanza di una vera società civile, sufficientemente forte e autonoma dal potere politico locale per poter svolgere un’azione di controllo e di contrasto. I ceti borghesi meridionali sono, da sempre, troppo dipendenti dal potere politico locale. Senza una società civile che eserciti influenza e controllo, la democrazia locale funziona malissimo. In politica, purtroppo, non conta la coerenza, bensì il ruolo che in quel dato momento si ricopre e il potere che si gestisce.
    Non possiamo dire “Così fanno tutti”. Incominciamo da noi stessi, nel nostro piccolo, a compiere bene il proprio dovere quotidiano, a formare il “senso civico” anche nelle nuove generazioni, senza ricorrere alle “raccomandazioni”, alle “conoscenze” Solo così sarà sconfitto il cosiddetto “familismo amorale” messo in evidenza da Banfield.

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  6. Lo svilimento e lo scoraggiamento dilagano giorno dopo giorno e io in prima persona, come tanti, mi sento schiacciata, dentro questo sistema che non mi rappresenta, dentro questo circolo viziozo, che si perpetua a destra e sinistra, senza distinzione di colori, nè barlume di risoluzione. Tu hai ragione Teresa (e io ammiro la tua tenacia), ma talvolta si ha davvero la sensazione di lottare contro i mulini a vento, di guardare verso terra, da una nave che imbarca acqua da anni …

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