La carovana Zanardelli di Giuseppe Lupo


Il viaggio trionfale del Presidente del Consiglio tra speranze e amarezze nella Basilicata di inizio Novecento

E’ un romanzo corale e coreografico quest’ultimo di Giuseppe Lupo, una narrazione ironica fatta di documenti e favole, di realtà e finzione, di fatti pubblici e privati. Dopo “L’Americano di Celenne” e “Ballo ad Agropinto”, lo scrittore lucano di Atella ritorna nelle librerie con un nuovo romanzo epico e picaresco La carovana Zanardelli, un affresco storico della realtà lucana del secolo scorso. Il famoso viaggio-inchiesta del Presidente del Consiglio Giuseppe Zanardelli nella Basilicata del 1902. Un’avventura durata ben dodici giorni, dal 17 al 30 settembre, in un itinerario che si snoda lungo le cittadine lucane di Lagonegro, Moliterno, Corleto Perticara, Stigliano, Montalbano, Matera, Rionero in Vulture, Potenza (con l’eccezione di un’unica tappa fuori regione a Taranto).
Lo scenario in cui si muove la narrazione è da Far West, in un labirinto di monti e di coscienze, di povertà e miseria, a cui fanno da sfondo una fitta schiera di figuranti, giocolieri, saltimbanchi e teatranti.
La carovana dello Statista, partita da Roma e accompagnata da una scorta di burocrati, cronisti, medici e fotografi, viaggia in quest’atmosfera resa trionfale e surreale dalla grandezza e dalla straordinarietà dell’evento (unico in Basilicata!) e che renderà popolare il Primo Ministro tra le comunità locali.
“Quando vi dissi che questo viaggio dell’onorevole Zanardelli andava assumendo il carattere di un viaggio trionfale non esagerai , né volli usare una delle solite frasi retoriche che si usa rimettere a nuovo in queste occasioni.” –scriveva nei suoi appunti il cronista Sestini- “Dissi il vero, con sincerità pari a quella che muove queste buone e semplici popolazioni a eternare il loro reverente affetto verso chi dimostra di voler essere loro amico sul serio, e non soltanto a parole, ma col fermo intendimento di venire in soccorso alle tristi condizioni…”.
Un viaggio dalle mille e una notte, che fin dalle prima tappe si trasforma in un’avventura surreale, a bordo di carrozze e un convoglio ferroviario (lo Chavorlain o Cavallo Nero), tra argille assolate, paesi arroccati sui cocuzzoli, le piane ancora malariche del metapontino. Luoghi in cui lo Statista assiste e una vera e propria passerella elettorale, fatta di richieste che aumentavano a dismisura –strade, ferrovie, acquedotti, fognature- ma non solo, le istanze si facevano giorno dopo giorno sempre più disparate: c’era addirittura chi aveva in mente una stazione per mongolfiere in mezzo ai calanchi di Armento, chi un aggeggio di ferro come il ponte di Brooklyn per attraversare l’Agri, chi una ferrovia sopraelevata che percorresse alata alta la valle del Sauro. Il Presidente ascoltava e annotava sul quaderno, mentre veniva accolto fra i balconi imbandierati come Cristoforo Colombo al ritorno dalle Americhe, tra lanci di margherite, fuochi d’artificio, applausi, fanfare. Un santo insomma. In mezzo a quella cornice Zanardelli, ormai ultra settantenne, provò l’ebbrezza di sentirsi immortale.
Ma è proprio in questo clima goliardico e trionfale, che qualcuno preparava complotti, scriveva messaggi cifrati, sguinzagliava spie. A Matera si temettero possibili disordini da parte di gruppi anarchici e socialisti, ma “Zanardelli non seppe mai che qualcuno si fosse firmato a suo nome, così come non si accorse di altre cose che si inabissarono nei silenzi del viaggio: parole non pronunciate, progetti finiti nella polvere, sogni falliti. Era sfiorato dal dubbio che in quelle settimane si stese recitando una commedia…”.
Protezione, calore umano, attenzioni e cure particolari, sembrarono però non bastare a sufficienza. Nelle ultime tappe del viaggio, da Matera a Potenza, lo stato di salute del Presidente cominciò a cambiare, ad essere duramente provato dalle fatiche del viaggio, che da gita trionfale si trasformò quasi in un malinconico pellegrinaggio (la passio non rivelata di una misteriosa via Crucis). Sembrò infatti che il Ministro si fosse sottoposto ad un’impresa più grande di quella che potevano sostenere le sue forze, e anche in quell’occasione non mancò chi lo credette addirittura prigioniero di un maleficio o del malocchio.
Dopo 12 giorni di viaggio, stanco e pallido, a termine della sua alta e ineguagliabile missione, Zanardelli rientrò a Roma lasciandosi alle spalle una terra povera, arcaica e lontana, ma nuovamente fiduciosa e piena di speranze. Prima della partenza “Zanardelli aveva lo sguardo di chi osserva per l’ultima volta un luogo che l’ha reso felice. Era pallido e dimagrito, reggeva a fatica il pacco dei memorandum accumulati durante il viaggio ed ebbe appena il tempo di sussurrare al cavalier Negromante: -Ce ne stiamo andando con la sensazione di aver visto una terra che non esiste”.
Quel viaggio-evento tanto atteso e sognato in Basilicata, fu però troncato sul nascere e destinato ad essere rimpianto prima del tempo. Zanardelli moriva esattamente due mesi dopo il viaggio nel sud Italia e tutta la Basilicata ne celebrò il lutto con la bandiera a mezz’asta. La legge speciale per il mezzogiorno che porta il suo nome fu varata due anni dopo la sua scomparsa, ma il “miracolo” che avrebbe dovuto e potuto strappare quelle terre del sud alla miseria e all’abbandono, non avvenne. La questione meridionale rimase aperta: le speranze e la delusione si susseguirono in maniera troppo rapida e il viaggio di “Zanardelli” rimase solo un sogno irrealizzato.
La Carovana Zanardelli è un libro costellato di numerosi personaggi e comparse minori. Colpisce la maestria con cui l’autore riesce a plasmare le figure che ruotano intorno ai protagonisti principali. Come ciascuno di essi riesca a ritagliarsi un ruolo importante all’interno della narrazione, siano essi testimoni dei fatti, come Tino Robilante e Negromante, o presenze istituzionali come Pietro Lacava e Giustino Fortunato, o semplici comparse. Tutti però tessono una tela di vicende e rapporti, sui fatti e gli eventi che sostengono l’intreccio della narrazione. Un caleidoscopio di situazioni in cui non spicca un protagonista, ma un coro di voci più alto e più vasto.
Giuseppe Lupo, la carovana Zanardelli, Marsilio Editore 2008

Maria Pina Ciancio

© L’articolo è apparso su “IL SIRINO” – Periodico Lucano di Informazione, Cultura e Sport, Anno XIII – N.7/8 Luglio-Agosto 2008, sez. Cultura, p. 11.
Testi e immagini personali non possono essere utilizzati senza il consenso dell’autore

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9 risposte a “La carovana Zanardelli di Giuseppe Lupo

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  2. nei piccoli paesi dell’entroterra quel mondo è sopravvissuto per tanti anni ancora. L’ho sfiorato e posso dire che non era povertà. La dolcezza e la saggezza di quelle donne ce l’ho ancora nel cuore così come porto come un tesoro l’onestà e la serietà degl’uomini. C’era la reciproca solidarietà anche se i baroni di allora continuavano a volere la gente nell’ignoranza. l’emigrazione era forte allora come adesso. Allora si aveva la capacità di stare insieme, istintivamente, senza bisogno di organizzare eventi per vivere “con gli altri”. Cosa è cambiato? La solitudine e l’indifferenza adesso è grande. I politici hanno continuato, durante i loro giri, a raccogliere i bigliettini con le richieste di aiuto. A differenza di Zanardelli, appena fuori dal paese visitato, dopo la prima curva, sicuri di non essere visti, li strappavano(ano) gettando i pezzetti dal finestrino dell’auto. Ci sono le scuole dei ricchi, adesso, e quelle dei poveri. La società è divisa come i pezzi di un vitello in macelleria. I ricchi si tramandano i posti da ricchi come allora. Invece di aiutare chi ha bisogno il mondo spende enormi risorse per fare le guerre. Cosa è cambiato?
    L’egoismo adesso è smisurato, non si ha rispetto per gli altri e verso la natura. Natura che allora veniva rispettata e onorata. Erano poveri allora, o siamo poveri adesso?

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  3. Condivido appieno le riflessioni di Rosario.
    Mi permetto di aggiungerne in lingua lucana.

    TANN

    Sarrà cà èr meglie prìm,
    quann èrm tòtt chiù pueridde,
    sapìmm ancòr ‘mpastà l’amàr cù dòce
    e, spartènn msèrije, stacìmm
    attìnt a frecùl e meddìche.
    E’rm chiù crestiane
    sapènn de èss chiù crestiane.

    UN TEMPO

    Forse un tempo,
    quando si era tutti più poveri,
    si conosceva ancora l’arte di vivere,
    il bene col male,
    e nelle ristrettezze
    la cura per le briciole e gli avanzi.
    Si era più uomini
    sapendo di essere uomini.

    Donato Muscillo

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  4. Deve essere veramente affascinante questa “carovana”… Grazie, Mapi, credo proprio che mi lascierò trascinare sulle strade che ha seguito e che restano le strade del mio cuore.

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  5. Peccato che non sei qui in Basilicata, altrimenti averemmo potuto approfittare della settimana di presentazioni che Lupo sta facendo in regione per conoscere l’autore e questo suo nuovo, accativante romanzo. Un abbraccio Mapi

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  6. Pingback: L’Americano di Celenne di Giuseppe Lupo « LucaniArt Magazine·

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