La luna tunna di Leonardo Chiorazzi

La luna tunna
Leonardo Chiorazzi,
La luna tunna, Arduino Editore, 2007

:: un estratto da La luna tunna

“Un corpo inanimato persevera nel suo stato di quiete finchè non intervenga una forza esterna a modificare tale stato”.
Cinque anni di Busto Garolfo, tre di Germania e due di Svizzera lo avevano distrutto.
Ma erano i quarant’anni di Senise che lo avevano piagato per sempre. Quando gli altri restavano egli partì.
_Perchè te ne vai…?_ gli disse Ciccio

_Qui non si può vivere…
_Vedrai… avrai nostalgia del Serrapotamo…
Egli non rispose, ma in cuor suo forse conosceva la verità. Non aveva il coraggio di dirla nemmeno a se stesso, figurati a Ciccio.
Quando gli altri partivano egli tornò.
_Sei tornato alla paglia?_ gli disse M’Bumba _… sei venuto a prendere quello che avvevi lasciato?_
Neanche stavolta rispose.
Anzi, se prima la diceva qualche parola, adesso era diventato come il muto di Spicchiuto.
Il discorso più lungo che faceva era una serie di grugniti, quando proprio doveva sispondere per forza.
Eppure, se gli capitava di leggere una frase su qualche pezzo di giornale per terra o sull’involucro della mortadella, la ripeteva centomila volte, all’infinito, modulando le parole in tutti i modi possibili, storpiandole, modificandole, aggiungendo e togliendo lettere, accenti e punteggiatura. Insomma, le trasformava in un’altra cosa, ci rideva e ci drammatizzava sopra. Sembrava un attore in esercitazione vocale.
O un pazzo.
Stava ben attento comunque che non ci fosse nessuno a sentirlo.
Poi le canticchiava pure. Ci inventava sopra un ridicolo motivetto e lo cantava da tenore, da baritono e da rockettaro da strapazzo, mentre si ammirava le smorfie nello specchio.
Ma dopo mezzo minuto non riusciva più a sopportare la propria immagine.
Tutti quei motivetti esagerati e insensati degli occhi, delle pupille, del naso, delle labbra, della lingua e di tutti i muscoli facciali lo spaventavano.
Un disagio ossessivo lo soffocava.
Un’inquietudine esasperata gli saliva dal profondo come nube nera minacciosa.
Allora la smetteva di colpo, perchè guardarsi in faccia era spaventoso.
E scappava fuori a dimenticarsi, con la scusa di prendere una boccata d’aria.
Non è facile guardare se stessi troppo da vicino. Il più delle volte non si resiste. [
…]

(da Il padrone della cibernetica – Punto primo, Lisandro era stanco morto, p.p. 124-125)

 

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