Una domenica di sangue – Terra e libertà nelle infime convalli lucane di Vincenzo Capodiferro

Preciso, dettagliato, ben documentato, si presenta il testo ”Una domenica di sangue – Terra e libertà nelle infime convalli lucane”, pp. 186, inserito nella Collana di Cultura Meridionale di Paolo Laurita di Potenza, Quaderni di Bacheca, febbraio 2002.
L’autore è il giovane di Castelsaraceno, laureato in filosofia, Vincenzo Capodiferro, che si interessa anche di poesia, saggistica ed antropologia. Attualmente collabora con l’Eco di Basilicata e con il periodico locale “Il Paese”, mantenendo viva la curiosità del lettore con il suo particolare modo di scrittura ritmata sarcastico – allegorica, che fa ricordare le antiche romanze medioevali.
Il volume comprende un’interessante intervista al compianto storico Tommaso Pedio, i Fragmenta Historica dello storico Antonio Motta, che ha pubblicato importanti lavori sulla viabilità lucana ed i tragici fatti avvenuti a Carbone e Castelsaraceno dal 21 al 23 ottobre 1860, preceduti da un’ampia panoramica socio-politico-economica del Lagonegrese.
Il lavoro rappresenta un tentativo di illuminazione chiarificatrice della conquista piemontese del Sud; ci offre una visione diversa dagli studi fatti da Racioppi e da La Cava. La borghesia lucana, con alterne vicende, viene considerata “come un camaleonte, che non ha desistito da cambiare colore politico, passando da un regime all’altro, pur di difendere la sua condizione di privilegio sociale ed economico”.
Il Capodiferro ha studiato attentamente gli atti processuali presso l’Archivio di Stato di Potenza ed ha riportato con meticolosità quanto avvenuto in quel periodo.
Il 21 ottobre 1860 tutte le popolazioni delle province meridionali furono chiamate a votare per il re Vittorio Emanuele II. La votazione non era segreta, in quanto, come la descrive Carlo Pesce nella Storia di Lagonegro, si svolgeva in questo modo. Su una panca c’erano tre urne, una delle quali, in mezzo, era vuota per ricevere i voti; un’altra, a destra, conteneva le schede col Sì e l’altra, a sinistra, conteneva quelle del No. Votando in quel modo, prendendo la scheda del Sì o del No dall’urna, per deporla nella centrale, il voto era palese. Il giorno del Plebiscito, in alcuni centri, non fu giorno di festa, ma di lutti. Rancori di parte, odi antichi, piccoli partiti municipali, ma anche aspirazioni di contadini oppressi dai ricchi proprietari fecero scatenare una serie di movimenti reazionari. Ci fu un intreccio tra chiesa, elementi filoborbonici e rivoltosi.
A Carbone, c’erano i seguenti schieramenti familistici: i Cascini ed i Chiurazi erano democratici, i Molfese erano liberali, mentre i De Nigris e gli Spena, unitamente alle autorità ecclesiastiche, erano filoborbonici. Il disappunto tra le famiglie De Nigris e Spena da un lato e Chiurazi e Cascini dall’altro, ebbe origine da privati interessi ed in particolare dalla carica di arcipretura che venne affidata a Giacomo De Nigris, anziché a Michele Chiurazi..
Lo scoppio violento del primo tumulto si ebbe a Carbone il 21 ottobre, quando nel paese c’era una grande folla, giunta anche dai paesi vicini per la fiera in occasione della festa della Madonna del Soccorso. All’alba fu vista sventolare dall’acacia della piazza una bandiera bianca che recava, da un lato, l’effigie dell’Immacolata, e dall’altro le lettere “Viva F.S.E.S.” tinte di rosso e interpretate “Viva Francesco II e Maria Sofia Amalia” con una scritta “che con pochi carabinieri vince ed ha fatto rivivere il sangue di Cristo”.
Le votazioni si stavano svolgendo regolarmente ed il capitano della Guardia nazionale Nicola Molfese, accompagnato da poche guardie, si era recato nella piazza del paese per tutelare l’ordine. All’improvviso irruppe nella piazza “un’orda di malvagi”, che armata di fucili e di attrezzi campestri, rovesciò le urne al grido di “Viva Francesco II”. Le guardie, i liberali ed i nobili incominciarono a fuggire. Il Molfese, rimasto solo, credendo di poter sedare la rivolta, si rivolse al contadino Egidio Palermo, dicendogli “Compare, cosa c’è?” e quello, rispondendo “che compare e compare”, gli scaricò contro un colpo di fucile, che andò a colpire un certo Pasquale Trono, giunto in quel luogo per appoggiare i reazionari. Il povero Molfese fu colpito con una mazza da Francesco Continanza; caduto a terra e rialzatosi, fu percosso con dei pali da Domenicantonio Di Mitolo e Vincenzo Gugliotta. Infine fu assalito da Francescantonio D’Angelo chiamato “Staccione”. Altri si accanirono contro di lui fino a provocargli la morte. Non contenti, ne insultarono anche il cadavere. Caterina Brando lo calpestò furiosamente. Alla notizia dell’aggressione, accorsero in aiuto del Molfese la suocera Caterina Palermo e la moglie Costanza Chiurazi. La Palermo ricevette un colpo di scure al capo da Giovanni Giordanelli, un colpo di palo da Giuseppe Di Mitolo ed un colpo di vanga da Caterina La Colla; percossa da Giuseppe Castelli, ricevette il colpo finale.
La Chiurazi, anche se fu malmenata, ebbe salva la vita, perché; caduta a terra, fu creduta morta; alcuni le rubarono gli orecchini d’oro. Fu portata in un’abitazione vicina e rimase con una mano storpia. Il gruppo dei reazionari saccheggiò la casa Molfese e quella di tutti i galantuomini e dei liberali; girando per le strade al grido di ”Viva Francesco II” portava l’effigie dell’Immacolata in processione. La bandiera tricolore fu ridotta a brandelli ed alcuni si misero a rincorrere le guardie nazionali che fuggivano; Vincenzo Boscuino di Rotonda venne ucciso a colpi di scure. L’insurrezione si estese anche nei paesi vicini. Quelli rimasti proclamarono cancelliere comunale Domenico Castronuovo, portarono nella sua abitazione i documenti della cancelleria e nominarono capo urbano provvisorio il fratello Gabriele Castronuovo. Il gruppo dei rivoltosi, fattosi più consistente, saccheggiò la casa del liberale Ferdinando Chiurazi, che fu malmenato, cadde a terra e riuscì a salvarsi, rimanendo storpio. Suo figlio, invece, Filippo Chiurazi, fu ucciso a colpi di scure e di mazza e il corpo fu gettato da una “cateratta” al piano inferiore. Il farmacista Federico Crocchi, fu trovato in casa Guarino, dove si era rifugiato, fu invitato, senza violenza, a recarsi nella sua abitazione. Qui giunto, fu costretto a radersi la barba in segno di disprezzo. Mentre i rivoltosi saccheggiavano la casa, tentò di fuggire ma, raggiunto, fu ucciso a colpi di scure e di mazza davanti alla cappella di S. Vito. La ferocia contro di lui non si fermò, ma un parente del farmacista fu costretto a ballare intorno alla suocera dell’estinto ed a percuoterla. Venne anche negata la sepoltura agli uccisi. Infine furono saccheggiate le case di Vincenzo Ciancia e dei fratelli Castronuovo. I danni accertati ammontavano a 7177,20 ducati per la casa Molfese, a 711,15 per la casa Chiurazi ed a 741,50 per la casa Crocchi.
Il 22 ottobre i rivoltosi si erano appostati sui colli circostanti per respingere ogni attacco, ma non riuscirono a mantenere l’ordine, per il numero rilevante degli uomini della Guardia Nazionale che erano venuti in massa da Senise, Chiaromonte e Francavilla.
Il giudice Smilari, assumendo la funzione di Commissario di guerra a guida della Guardia Nazionale, il 22 ottobre si recò verso Carbone ed inviò alcuni soldati nel paese per far sgomberare le colline e predisporre la consegna delle armi. Il 23 ottobre il giudice Smilari, con un drappello di 150 uomini, occupò Carbone ed arrestò i presunti colpevoli, consegnandoli al giudice di Chiaromonte Roberto Marotta, il quale diede inizio ad un’istruttoria giudiziaria.
Gli arrestati furono tradotti a Lagonegro, dove furono fatti segno ai più inumani trattamenti. E successivamente a Potenza, dove furono condannati, con sentenza del Dicembre 1863, 5 alla pena di morte, 25 ai lavori forzati ed altri a pene minori. Con la Corte d’Assise di Salerno del 1865, le pene di morte furono commutate in lavori forzati. Interessante è, dunque, la ricostruzione critica dei fatti storici, confrontati con i moti contadini del 1848. Nel testo vengono riportate le interpretazioni di Tommaso Pedio, Giacomo Racioppi, Molfese, Alessandro Smilari, Carlo Pesce, Ermenegildo Cascini, Giuseppe Guida. Il Pedio, in polemica con l’interpretazione storica fatta da Racioppi e da La Cava, vede nei moti del 1860 una novità rispetto al 1848, perché ne ravvisa come fautori i ceti subalterni esclusi dalle cariche amministrative e gli elementi del clero antiliberali.
I moti di Carbone non sorsero spontaneamente, ma erano stati organizzati con il diretto intervento della “Setta del Sangue di Cristo”, un’associazione patrocinata dal Vescovo di Tursi Gennaro Acciardi e da elementi del clero filoborbonici. Nei moti si ravvisa una certa componente ritualistica, giacché i proscritti prestavano giuramento sopra un Cristo, una pistola ed un pugnale, promettevano la distruzione di tutti i liberali e la ripristinazione del Regno di Napoli e cantavano in chiesa il “Te Deum”.
Lascia perplesso il fatto che i rivoltosi non si accontentavano di uccidere le loro vittime a colpi di pali, scuri ed altri utensili campestri, ma ne seviziavano i cadaveri e ne impedivano addirittura la sepoltura. I tumulti di Carbone rappresentano un caso storico ed astorico, politico ed apolitico, tipico ed atipico, presto bandito dalla storia tramite la “damnatio memoriae”, un caso scomodo, tanto soggetto alla storia quanto all’antropologia ed alla psicologia; un caso dimenticato che Vincenzo Capodiferro ha portato finalmente alla luce.

Teresa Armenti

La dittatura di Dio di Vincenzo Capodiferro
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