Cantate in modo diverso “Io tengo un organetto” di Antonio Lotierzo

I. Cantate ronzano sulle labbra

La cultura popolare viene tramandata oralmente, si può dire che siamo fasciati dal dialetto o che siamo un’espressione mobile del linguaggio. La forza della tradizione costituisce lo strumento che consente la comunicazione fra le generazioni e facilita il passaggio dalla nonna alla nipote, dall’anziano compare al giovane studente, nel contesto delle azioni quotidiane.
La raccolta di canti che Antonio Fortunato (n.1950), funzionario amministrativo che qui assolve al ruolo di utilo e mediatore culturale, mi ha sottoposto, appartiene a questo genere di cultura; sono brani che egli ha appreso ascoltandoli dai canterini nostrani, fra 1959 e 1964, dai portatori come Savino Donato ‘u viuline o Michele Langone u Nduòrchie, e che questi testimoni, a loro volta, avevano appreso ed utilizzavano nel nostro contesto rurale. Questi sono canti laici, attengono al tempo profano del divertimento, della satira sociale, dello sfottò, del desiderio, del classismo che il capitalismo e la globalizzazione non hanno sradicato.
Esistevano vari ed altri modi di cantare. I canti ecclesiastici, liturgici, religiosi e professionali, avevano un grande spazio. Si pensi al cantore della cattedrale, che guidava il coro, del latino gregoriano (dai Veni Creator al Pange lingua). Retorici e classicheggianti erano e restano i canti scritti per il popolo, spesso da sacerdoti, come:

“ Santa Madre,deh Voi fate,
che le piaghe del Signore,
siano impresse nel mio cuore.”

Michele G. Pasquarelli, apprezzato e vasto descrittore del folclore nella temperie positivistica, riportò, nel 1892, dei “versetti ch’io colsi su la bocca di una bella contadina mentre andava la Processione lenta innanzi sotto il sole di luglio a mezzogiorno:

Face grazie la Madonna,
quante sente a nnui cantà;
E nu mi nne vahe era qua,
si la grazia nu me la fa.

(Ed. Bronzini, p.55)

Si classificano canti di lavoro, canti dei pastori, canti dei contadini e canti degli artigiani, che appaiono più sapidi ed irriverenti. Esistono canti per il ciclo dell’anno, che ho analizzato nel testo su Spinoso.
Una banda, assemblata da cittadini, sfottuta sempre come “a banda r’i ŝchattùse”, espressiva anche per un albino ed un semicieco, circolava per la questua dei santi, riempiendo di suoni i vicoli dei rioni.
Nel viale di Marsico è la recente opera bronzea di Antonio Masini che riproduce Mariele Ventre, nostra maestra del coro dell’Antoniano di Bologna, slanciata e tesa a conseguire l’armonia sotto la direzione paziente dell’apprendimento, che plasma la voce e la piega alla migliore resa.
Cattolica, devota, quando veniva in agosto, frequentava soltanto i suoi e la messa vespertina nella cappella dello Spirito Santo.
Sul finire degli anni Sessanta, il maestro Gino Volpe rappresentò il maggiore evento strutturato di folk-revival, di commercializzazione di brani del repertorio popolare, inserito in un’espansione del mercato discografico, adeguato all’età del benessere.
L’ascolto musicale pubblico raggiunge il momento più alto nella serata del 27 agosto, quando, con attenzione e severità di giudizio, si ascolta la musica classica che viene suonata in piazza dalle orchestre scelte dal Comitato festivo di S. Gianuario e S. Augustale. Nell’ultimo decennio, Onofrio Fittipaldi ed altri promossero, con scelte di qualità, molte serate estive, a Case nuove, di ascolto di musica classica, con buona ricezione.
Gruppo amicale, il complesso degli “Araldi” eseguiva un repertorio vario, da Peppino di Capri a Jimmy Hendrix, specie in serate danzanti o matrimoni, evidenziando il piacere di stare insieme a suonare, esercitandosi anche in brani complessi.
Su Potenza, un più aderente alla filologia ed avvertito dei problemi tecnici, Pietro Basentini ha raccolto, studiato e cantato canzoni del potentino in maniera egregia. Una metodicità melanconica accompagnava le “Matalene” di P. Basentini che, per avere spazio, iniziò a cantare nelle feste e nei comizi del Partito Comunista, nelle trattorie dei poeti o in simili convegni.
I “Tarantolati“ di Tricarico e Antonio Infantino hanno riportato in auge in Italia una tradizione autoctona con forti valenze oppositive, con suoni arcaici e fortemente ritmati, ripresi dopo da Eugenio Bennato e da altri gruppi.
Fin dal 1975, nel Melfese, aveva raccolto canti politici e di folclore, lo scrittore Raffele Nigro, che interpretò il materiale come forma autonoma ed oppositiva rispetto alle culture del potere ed alla musica dei ceti egemoni. Oltre a reinterpretare il materiale rinvenuto, specie alla luce del faro di Ernesto De Martino, Nigro legava le espressioni regionali alla temperie nazionale ed evidenziava una coscienza politica nelle testimonianze testuali che risultava analoga alle tesi di Carlo Alianello e di Tommaso Pedio sul Risorgimento ed il brigantaggio e che ha prefigurato l’attuale uso teatrale de “ La Storia Bandita” di Brindisi di Montagna.
Nel 1976, a Bella, era nel frattempo uscita la emerita collezione di canti di Franco Noviello, sorta di summa delle espressioni testuali, che vengono allineate con passione di collezionista più che con sguardo di ricerca.
I canti popolari ebbero una circolazione ampia e totale fino all’espansione della radio (1935) e al diffondersi della televisione (1955), mezzi che hanno profondamente rivoluzionato sia il pubblico e sia il consumo di massa.
Da un’ottica demologica, Enzo Spera ha raccolto nel 1983 molti testi nuovi, dai ‘cantacronze’ politici di Trecchina ai canti carnevaleschi.
Converrà rileggere le analisi di filologia demologica di Vittorio Santoli, anche al fine di interpretare questi nostri testi come “ varianti”, ma autonomi e densi di significazione letteraria, come originali reperti linguistici e pure come lacerti di vecchie canzoni. Le varianti vanno considerate come testi letterari autonomi e significativi di per sé.
Buona parte di questi canti è collegata con il comico. Il comico esplode nell’oralità, a diretto contatto con il pubblico, in un botta e risposta che lo scritto non riesce a riportare. I paesi sembrano privi di teatri, ma il vero teatro si svolge in piazza, dove i gruppi amicali recitano le parti che la vita assegna loro.
Nel 1970, arrivando da Napoli, trovammo un segretario socialista, che, di fronte al bar e con la birra in mano, ci chiedeva: – “ Cari studenti, dove vi collocate politicamente ? “
Uno rispose: “ Siamo oltre il gruppo de Il Manifesto ”.
E, “ndregliando, come un cavallo la testa” il socialista rispose: “ Siete oltre il manifesto! Allora siete la colla! Perché al di là del manifesto, c’è la colla!!” . E’ questo un esempio di cabaret serale, fatto di scontri, sberleffi, grasse risate, doppisensi, sfogo di aggressvità latente.
Eppure nulla resterà di Sburrùma o di Seborrea o di Ndreglia e delle altre “dolcissime ingiurie “ (come diceva, in ossimoro, Leonardo Sinisgalli), nulla potrà essere conservato se la letteratura non lo farà proprio, rendendolo eterno, secondo la tesi di Leonardo Sciascia.
A volte la tradizionalità del paese sconcerta, lascia interdetti la sua apparente immobilità. O siamo noi a percepire tale pietrosità come ostile alle mutazioni o ai nostri blandi voleri, che si scontrano con il principio della realtà. Il paese accetta le divisioni classiste e le perpetua, con solida ed assoluta fedeltà. E’ cinico e violento in questo. Anche lo sfottò non finisce che con il ribadire la subordinazione classista nel paese. La satira accetta la realtà e la conferma. C’è chi è definito ‘ sciacàlle’ e chi è ‘donna Tullia’ a vita, per posizione. Inteso in questo modo, il tradizionalismo è una forma di reazione sociale, un “ancien régime” mentale e consolidato, che ha necessità di avere un illuminismo che lo riformi, forgiandolo in una nuova struttura sociale. Per giungere ad una metamorfosi, gli svantaggiati – verso cui nessuna politica correttiva ed integrativa è mai stata promossa – sono emigrati e solo altrove – nel capitalismo europeo e non – hanno ottenuto un’identità nuova e, finalmente, dignitosa, o sono scomparsi nell’oceano della vita.
L’emigrazione ha rigenerato tutti, dall’operaio al professionista, consentendo quello sguardo fuori-dentro, quella dialettica psichica fra noto ed estraneo, mio ed altro che corregge gli integralismi dell’eticità e modifica i comportamenti sociali. Quando noi rivisitiamo il paese, verso cui ci sentiamo attratti come falène dalla nostalgia, risentiamo montare dentro di noi qualcosa che evidenzia la diversità e ci pare d’essere piombati in una fangosa palude psicologica. Le regioni meridionali non fanno nulla per essere inclusive nel profondo, non vivono una democrazia compiuta. Svolgono riti di modernità, ma è come un abito nuovo su di un corpo bloccato. Per fortuna le campagne sono al traino delle città e della globalizzazione che tutto smuove ed agita, offrendo nuovo dolore, nuovi spunti etici ma pure nuovo senso di vivere.
Questa considerazione di sconforto affiorava già nella coscienza larga di M. G. Pasquarelli, che finì col riconoscere “arriérée” la Basilicata. Arretrata, in maniera irredimibile, forse, l’area lucana del Sud e per molti questo potrebbe essere un punto di forza, di valida diversità.
Solo Potenza, dopo il 1975, invasa da funzionari pugliesi, da docenti limitrofi, sembra omogeneizzarsi ad una struttura urbana funzionale. La Basilicata resta nelle province a scarnificata demografia, nei fantastici paesini in cui la tradizione si scontra e resiste alla mondializzazione, nelle frustrazioni degli abitanti, nell’individualismo effimero e sconfitto.
Altri pregi possiede questa terra lucana fatta d’aria pungente e cielo incontaminato, di vento rinfrescante e boschi intriganti d’umidità (…).

ANTONIO FORTUNATO – ANTONIO LOTIERZO, CANTATE IN MODO DIVERSO “Io tengo un organetto“, Con nota musicale di Andrea Lotierzo, 2008

www.antoniolotierzo.com

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5 risposte a “Cantate in modo diverso “Io tengo un organetto” di Antonio Lotierzo

  1. Pingback: Cantate in modo diverso “Io tengo un organetto” di Antonio Lotierzo | Midi Blog·

  2. cos’è? un libro?
    o cosa?
    per piacere potete dirmelo…
    mi interessa saperlo…
    in caso fosse 1 libro…
    lo vorrebbe comprare la mia famiglia!
    dove si puo trovare??

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  3. Molto interessante, qualcuno che ha il coraggio di dire che l’immobilità lucana è solo apparente.

    Ed inoltre, che bello sarebbe se tutti pubblicassero i canti della nostra terra: la colonna sonora dell’identità del nostro popolo.

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  4. cari lettori,
    il saggio CANTATE IN MODO DIVERSO di LOTIERZO e Fortunato uscirà fra qualche mese, presso DANTE e DESCARTES, Napoli.
    E’ un volume di una ventina di canti popolari, cantati da
    poveri artisti di strada o mendicanti senza lavoro.
    I canti, in dialetto marsicano,sono stati da me ritrascritti,
    commentati e tradotti, con un’introduzione linga in cui
    chiarisco ai lettori che il dialetto non è morto; che chi vive solo di dialetto è povero culturalmente; che la società lucana è ancora pesantemente condizionata dalla ruralità e dalle sue forme mentali; che i modi di canatre della società sono molti; che questi nostri canterini erano laici, esprimevano una cultura del comico, del riso, dello sberleffo ma erano anche conservatori, cioè tradizionalisti.
    Pur leggendo cose lucane, nel testo invito a riandare a Sciascia o a Meneghello, leggendo le cui opere si scoprirà la tensione interna che è dentro le culture popolari.
    I libri sui canti, anche lucani, sono poi tanti… altri riferimenti si possono trovare sul mio sito antoniolotierzo.com— ANTONIO LOTIERZO

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