L’Americano di Celenne di Giuseppe Lupo


“Danny aveva lo strano vezzo di nascondere le mani nel cinto dei calzoni, dietro la schiena. Temeva mostrando i calli, di essere giudicato una persona non raffinata…”

Fin dal suo esordio letterario, con L’americano di Celenne, Giuseppe Lupo dimostra una vera e propria vocazione-predilezione per la narrazione “piena” e il romanzo intessuto di trama. Ricco di vitalità e di fatti avventurosi e leggendari che si sostanziano dei più autorevoli miti dell’immaginario collettivo, L’americano di Celenne vive di una struttura vivace e sorvegliata, cui fa da sottofondo uno scenario storico a lunga gettata, che attraversa quasi mezzo secolo di vicende italo-americane del nostro ‘900.
Al centro della storia Danny (Donato Leone), un personaggio dandy di origine lucana, emigrato in seguito alla grande guerra negli Stati Uniti e rientrato nel suo paese d’origine “Celenne” dopo la crisi americana del ’29. Originale, stravagante, sempre fedele a se stesso e alle sue convinzioni, Danny è uno di quei personaggi che affascinano e che suscitano nel lettore un sentimento di empatica complicità e simpatia.
La sua storia, caratterizzata da una leggerezza ironica e da una sorta di prosastico fascinoso incantamento, viene narrata in tre momenti che, oltre a scandire luoghi e tempi del racconto, ne scandiscono anche la struttura del romanzo in tre parti “New York to Paradise”, “Jazz band e camice nere”, “Uccelli di passo” (la vita, la morte, la memoria).
Giuseppe Lupo affida la storia del “suo” protagonista a tre personaggi diversi tra loro, che ne ripercorrono le tappe, utilizzando la tecnica, cara all’autore, della focalizzazione interna. Le tre voci sono quelle di Tommy un amico suonatore di Jazz; di Daniele Racovich, il medico dell’ospizio dove Danny trascorre gli ultimi anni della sua vita; di Larry jr, giovane avvocato newjorkese e figlio dell’amico Totore. Tre personaggi diversi tra loro, ma legati ognuno a suo modo al protagonista, da un sentimento di ammirazione e amicizia (e l’amicizia è proprio uno dei temi centrali del romanzo di Lupo).
“Quando Danny raccontava, tutti sembravano ipnotizzati, come se sfilassero in pellicola Al Capone, Rockefeller, la Statua della Libertà e il Ponte di Brooklyn: l’America”.
Ma il fascino di Danny non era esercitato solo dalle sue vaste capacità oratorie e comunicative, Danny incarnava a quel tempo il mito dell’eroe che si era fatto da sé, che aveva fatto fortuna e ottenuto successo, prestigio e popolarità. Era sbalorditivo come in America fosse riuscito in poco tempo a divenire, da manovale che era, uno degli emigrati più stimati e rispettati fra i lucani a New York. In questa seconda “patria” Danny visse tra i match di Primo Carnera e Max Bear, il sound Jazz di Luis Armstrong e Duke Ellington, i primi colossal cinematografici per il grande pubblico, i film di Caplin, le sparatorie tra gangster.
E mentre oltre oceano la vita scorreva, come sui fotogrammi di un film di successo, sulle pagine del New Jork Times giungevano dall’Italia notizie poco confortanti in merito a un tale Mussolini e a una colonna di fascisti in camicia nera, che marciavano su Roma. Erano questi i fatti che riuscivano ad incupire un personaggio positivo, vivace e intraprendente come Danny, amante degli amici, dei viaggi, della musica, del gioco e delle donne e che talvolta si abbandonava con animo nostalgico al ricordo dell’Italia e della sua Celenne.
Ecco, Tommy King Senise lo descrive così, nella prima sezione del romanzo, quella che ritengo essere la più bella e la più riuscita del libro, per la vivacità con cui si snodano i fatti e le vicende negli anni ruggenti e appassionati dell’America di inizio ‘900.
Il racconto centrale è affidato alla narrazione di un medico di provincia (che si scopre essere figlio illegittimo di Danny) che ha scoperto e amato l’America grazie all’incontro con “il padre”, ritrovato e ricoverato in un ospizio di provincia, dove trascorse i suoi ultimi anni, prima di andarsene in una mattina del ’52. Al suo funerale, il medico Daniele Racovic impara a riconoscere tutti i suoi amici, anche quelli mai visti, come Larry jr il giovane avvocato newjorkese arrivato a Celenne per i suoi funerali. A lui affida, come un testamento, quasi una consegna, il compito della narrazione finale e lo fa restituendogli il plico delle lettere di Danny. Dentro ci sono più di dieci anni di vita e di storia italo-americana raccontata in uno scambio epistolare dal ritmo narrativo diretto e coinvolgente tra lo “zio Danny” e suo padre Totore. Una capitolo “epistolare” questo, che consente di ampliare e arricchire le sfumature psicologico-sentimentali dell’autore (con le sue debolezze, le nostalgie, l’amore ritrovato) e il contesto storico-culturale italo-americano tra le due guerre.
Non è da escludere l’ipotesi che l’autore abbia voluto restituire una sorta di veridicità e autenticità all’intera vicenda affidando proprio la conclusione del racconto a una “documentazione immaginaria” come quella di un carteggio privato, nonché la custodia della “memoria” storica alle nuove generazioni, proprio attraverso la metafora di una sensibilità giovane come Larry jr.
Ecco, questo primo romanzo di Giuseppe Lupo si sostanza oltre che per un linguaggio narrativo sicuro, dinamico e godibile, anche per una capacità versatile di impiego di diversi stili e generi narrativi che si intersecano e convivono armonicamente nel racconto “favolistico” e “polifonico” del mitico Danny.
Giuseppe Lupo, L’americano di Celenne, Marsilio Editore 2000

Maria Pina Ciancio

  • Articolo apparso su IL SIRINO- Periodico Lucano di Informazione, cultura e sport,  sett/ott 2008, p.9
Articolo correlato La carovana Zanardelli, 2008

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