“Vito ballava con le streghe” un racconto di Mimmo Sammartino

Copertina color carta di zucchero con un piccolo acquerello di Aldo Pecorino al centro. Si presenta così il libretto di Mimmo Sammartino pubblicato da Sellerio nella collana Il divano. Vito ballava con le streghe racconta storie di pietra lunghe 2000 anni, con sentimento di fedeltà alla terra e alle radici, in una efficace sintesi espressiva di “immagine” e “parola”.
L’autore, anziché lasciarle sperdere nel solco di vaghe memorie le ha riproposte in questo agile scritto di appena sessanta pagine. Si tratta di 18 brevi capitoletti –frammenti li chiama l’autore- in cui prosa e poesia si cedono il posto l’un l’altra, in cui realtà e sogno si frammischiano e si confondono in una formula magica in cui interagiscono “eros”, “pàthos” e “tànatos”.
Sono le storie delle “masciare”, racconti popolari che vengono da lontano, tramandati dalla memoria orale e ascoltate dalla nonna Caterina. Donne che conoscevano l’arte della magia e della fascinazione, il mistero delle parole e dei segni che “si ungevano con l’olio fatato raccolto dalla cavità di un albero d’ulivo, e custodito in una pignatta di terracotta. Poi attraversavano in volo la notte sulla groppa di cavalli bianchi”.
“Vito ballava con le streghe” è il racconto di un contadino del sud che preso da una fattura d’amore, in seguito a un delirio notturno, ballava con le streghe. Una storia tutta giocata sulla struttura delle priorità essenziali, dove tenerezza e ferocia si alternano e convivono e configgono come il giorno e la notte, le stagioni, la giovinezza e la vecchiaia. Commovente e magica. Impastata di acqua, di terra, di voci e di altri incanti, in cui la formula affabulatoria è espressione diretta di quella terra da cui nasce e di cui si parla: di quelle facce, albe e tramonti, soli e lune “le impronte dei suoi passi segnano un cammino antico, fra sorgenti di acque sincere, dove ogni scroscio porta la voce degli antenati e il loro canto rende più lieve il ricordo (…) E’ qui che l’immaginario è scolpito nell’arenaria graffiata dalla furia dei venti. E il contadino lo strappa con ruvide dita, come un figlio, dall’oscurità della terra”. Ed è proprio la terra, che nel suo essere madre, lo ri-accoglie non come ospite, ma come parte di se stessa “da quella notte, Vito il contadino fu visto vagare senza meta per i boschi. Fu sentito ululare con i lupi. Le cime inchiodate al cielo, hanno udito il suo pianto. Il suo sangue gorgogliava di sorgenti. La sua carne era impastata di terra. Li lacerava lo stesso dolore”.
Poesia dentro la poesia. A conclusione della storia i bei versi del grande poeta beat di origine lucana John Giorno. Un poema lungo 5 pagine ispirato alla storia di Vito e dedicato alle streghe e al paesaggio delle Dolomiti lucane “porgi il tuo orecchio alla pietra/ e apri il tuo cuore al cielo” canta l’autore statunitense di “Per risplendere devi bruciare”.
Originalità e congenialità nell’impianto narrativo di questa favola che nasce all’origine per il teatro per trovare sviluppo successivamente in un altro progetto; spiega l’autore nella prefazione “essa avrà come palcoscenico un antico camminamento lungo due chilometri che Castelmezzano e Pietrapertosa”. La storia di Vito insomma sarà rappresentata sulle pietre in un percorso guidato tra scenografiche rocce che irrompono dal paesaggio primitivo e selvaggio delle Dolomiti Lucane.

Mimmo Sammartino “Vito ballava con le streghe” Sellerio, 2004

Maria Pina Ciancio

:: pubblicato su L’Eco di Basilicata, in Cultura, lunedì 10 agosto 2005

 

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