SCRITTORI & SCRITTURA – Incontro con Massimo Sannelli [1]

Viaggio dentro i ‘paesaggi interiori’ di 20 scrittori italiani
(rubrica settimanale a cura di M.P. Ciancio – I° appuntamento)

 

Scrivere è un atto solitario, intimo e privato. Ci vuoi raccontare che significato ha per te la parola scritta  e come vivi il rapporto della scrittura con “l’altro” e con il mondo esterno?

Massimo Sannelli ha scelto di raccontarsi così.

[Un ritratto]

Al suo orecchio la parola non è più una serie di lettere. Ora la lingua si muove per se stessa. Scrive, e ha l’impressione che sbagliare una parola, un suono, un ritmo, porti dolore ad altri. Non dubita che dall’altra parte del mondo qualcuno morirà, «con funebri lamenti», se sbaglia una parola. Sulla tastiera, per una lettera imprecisa, cancella l’intera frase, anche più volte. Pronuncia poco i nomi propri, anche quello della donna che ama, perché il nome è sacro. Ha quasi paura della parola mamma, troppo morbida per quella potenza; i suoi occhi sono sempre presenti, al primo posto; un raggio. Chiama STELLA chi gli ha aperto la fronte larga e il cuore già fermo. Tutto è ripreso e tutto lo interessa. Parla per appunti e aforismi, come può.

Esce da un Purgatorio troppo lungo, veramente esce. Quando è chiaro che una fase –poesia e critica – è chiusa, scrive: la parola non è più una serie di lettere o l’evocazione di una cosa; torna alla rivelazione che sta sopra. Chi sa questo deve tacere. E tra un istante potrebbe essere morto, scivolato nell’ansia o abbracciato forte da lei, e scomparso in lei, e lei in lui. Una lunga quiete, che nessuno vede. Desidera la QUIETE in tutti i modi. Molti viaggi e performances non sono il contrario della quiete. Ecco l’occhiata tranquilla, che lo guarda: ne è guardato, gli piace (è il riflesso marrone, chiaro, negli occhi che lo guardano).

Tutta la sua poesia è teatrale: uno si oppone all’altro, oppure lo adora, oppure lo uccide o ne è ucciso, o lo salva o ne viene salvato. E l’ucciso si riprende, e il persecutore ritrova la carità. L’uno diventa l’altro, e l’altro si fonde nel primo: non c’è differenza. La voce vuole voce.

Nei momenti più atroci, e sono molti, il «fondo dell’anima» è intatto e calmo. La sua casa è troppo radicata in lui, e i suoi libri e l’affetto ricevuto, e dato; può sopportare COSE dure, e dure perché sono COSE, non idee. Non crede alle idee. Non gli serve niente.

Il discorso cambia. Chi scrive, si impone una forma con limiti, e li trova belli, belli, belli. Parla del sonetto e del madrigale; in versi chiusissimi – o in una metrica mentale, che è il ritmo buono –, in versi chiusi, arriva una decisione. Poi la scena muta. Ecco: altri spettacoli. Si passa da INVERNO ad ESTATE. Chi crede che la vita nasca da quelle morte ceneri non ha timore. Anche la sua arte corre senza piedi, vola senza ali, salta.

[2005-2008]

NOTA
Massimo Sannelli (1973) vive a Genova.
Opera dal 1994 come autore, performer, attore, critico, traduttore.
La sua attività è raccolta nel sito www.massimosannelli.splinder.com.

(in alto Massimo Sannelli 2008, foto di M. P. Ciancio)

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11 risposte a “SCRITTORI & SCRITTURA – Incontro con Massimo Sannelli [1]

  1. il poco che si può dire – ma l’essenziale: a Mapi, grazie. questa pagina era nata per un altro motivo, e poi è rimasta non-finita, per due anni, quasi tre. e poi è ritornata con altre. or vedo la scrittura come un contenitore della voce (una conchiglia che contiene un animale vivo). non riesco a non pensare che scrivere sia qualcosa di *esageratamente* sacro (era l’idea di Fortini: una poesia influisce sulla vita, anche di estranei, anche di persone che non leggeranno mai quella poesia. perché? nessuno lo sa. nessuno sa se sia vero. Fortini lo credeva. io non ne dubito).

    in questi mesi molte cose sono cambiate, e sono cambiate molto: il cinema, il teatro, recitare senza recitare, performare senza essere performer (e io mi dicevo: tutto è in tutto! prova!). quello che scrivo sarebbe poca cosa, se non potessi farne voce; e sarebbe ancora meno se non ci fossero le “mani che non vedo” (parole di Emily Dickinson) – quelle mani fanno l’azione più semplice: *raccolgono* – grazie, sempre
    massimo

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  2. La parola per Massimo è una formula magica che a pochi – davvero a pochi – apre mondi al di là o al di qua del reale e la formula si incarna in una musica suadente e complessa che svela ma non rivela, annuncia e nasconde in un percorso arduo di ricerca. E’ questa l’impressione – avvolgente – regalatami dalla sua bellissima pagina. Grazie a Massimo e … a Mapi per avercelo fatto conoscere.

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  3. ha un’inclinazione che corre “verso” l’altro la scrittura di Massimo, perchè c’è dentro ogni suo dire una disciplina etica ed ‘antropologica’, fatta di piacere e di dovere, rassicurante anche in quelle espansioni e quegli sconfinamenti che sono viaggi (sempre veri) dentro le coscienze e i corpi.

    e poi, grazie a voi tutti che vi siete fermati e grazie Massimo per aver voluto accogliere questa sfida, così, al “volo”, con la semplicità, la fiducia, l’onestà e la serietà che lo contraddistingue -sempre- in tutto

    Mapi

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  4. Teatralità perenne della parola. E’ verissimo: mascheramento e dunudamento che si alternano di continuo. Questo è il movimento del linguaggio poetico, anche perchè il teatro è vita e la vita teatro.

    Saluti cordiali
    Antonio

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  5. Incantevole questo intervento, e davvero viva ed efficace l’immagine della conchiglia che contiene un animale vivo (!)
    “Scrive, e ha l’impressione che sbagliare una parola, un suono, un ritmo, porti dolore ad altri.” Colpita soprattutto dalla verdicità e profondità di questo concetto che condivido in pieno e sfata l’idea che uno scrive per se stesso. Credo che la poesia sia un atto altruistico, un dono, un momento di vita che vive e respira in perfetta simbiosi con il lettore. Nessuna poesia è a mio avviso completa fino a che non viene recepita e vissuta dal lettore.
    Grazie a Massimo e a Mapi per questo stimolante intervento.
    daniela

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