Siamo spiacenti di comunicarLe… di Domenico Brancucci

Testo selezionato dalla Commissione di lettura  e vincitore  del Concorso Letterario “Volti e luoghi di Basilicata 2008” (sez. Racconti).

Mostra immagine a dimensione interaSiamo spiacenti di comunicarLe che il Suo profilo non è stato ritenuto idoneo per la posizione attualmente richiesta. Saremo lieti di contattarLa nuovamente nel caso in cui si presenti la necessità di assumere personale con le Sue qualifiche… e tanti saluti.
Non è una novità, cercherai altro, sicuramente troverai altro, ma vaff…
Con questa specie di amara litania tantrica recitata in punta di labbra comincio questo lunedì. Non è il primo. Ci sono quelli che l’incazzatura se la vivono stando fermi, catatonici inchiodati dalla rabbia e poi quelli che non resistono alla transustanziazione e la rendono fisica, a loro modo di vedere più significativa, più vera. Io appartengo alla seconda tipologia. Se la folgore si abbatte mentre sono in casa, sorprendendomi per giunta in mutande, la cosa più ovvia che mi viene in mente di fare è quella di aggirarmi, come uno squalo in vasca, tra le mura violate rincuorando i difensori e ripristinando le mura dirute.
Prima, per decenza, mi vesto.
Spolvero, apro finestre, chiudo finestre, riordino libri, preparo il caffè, bevo caffè, lavo tazzina, annaffio piante, un’occhiata alla bionda del palazzo di fronte… In tutto questo ho il tempo per rileggere, cestinare e raccattare la maledetta lettera scarlatta almeno una dozzina di volte.
Il feticcio cartaceo, messaggero dei contrari dei, promette un’ostinata resistenza passiva indifferente come un templare alla minaccia del rogo. Tanto vale lasciarlo sul tavolo finché non sarà riuscito l’esorcismo ma devo assolutamente evitarne la convivenza.
Basta, deciso, esco.
Non che sia facile uscire di casa alle nove circa di un qualsiasi lunedì lavorativo senza avere in tasca l’alibi giusto, senza avere niente da fare (un bell’eufemismo, non vi pare?).
È psicologicamente necessario armarsi di scuse credibili, banali placebo capaci di reggere almeno un tempo: mi faccio le ferie arretrate, sono in malattia, ho il turno di notte…
A volte, in casi estremi, in quelli che chiamo i giorni della suffragetta, ci s’inventa veri e propri slogans: disoccupato è bello, la flessibilità al potere, rialzati cassintegrato…
Ironia fragile ai limiti della crisi di nervi. Andiamo. Evitando accuratamente di controllare la posta (un altro colpo potrebbe essermi fatale) finalmente guadagno la strada.
Con solenne accuratezza butto anche l’insignificante sacchetto della spazzatura ormai definitivamente orfano del feticcio.
Solo per non scadere nel narcisismo rinuncio ad eseguire la patetica autopsia della differenziata.
Con faccia finto-turista, approvata da uno specchietto retrovisore, mi accingo così a coprire la zona-franca che fa da cuscinetto tra casa mia ed il viale di destinazione. Contando i passi faccio velocemente il censimento delle facce amiche che potrei incontrare. Ho come un mancamento e mi assale prepotente la voglia di tornare indietro ma il solo pensare al feticcio mi è intollerabile e quindi non mi resta scelta.
La città s’è svegliata col solito broncio del lunedì. Automobili svogliate, autobus in cerca di passeggeri e qualche motorino infreddolito. In giro, la prevedibile fauna del mattino in primis gli immancabili pensionati, i signori dell’alba. A quest’ora hanno già affrontato e sconfitto tutte le file possibili: alla posta, dal medico e in farmacia. Qualcuno ha preso pure il giornale ma la fila all’edicola ovviamente non fa punteggio.
Sono volti, mani e memorie d’uomini provenienti da un altro secolo collocati di forza dalla natura ormai indebolita in questo tempo che stentano a comprendere, che non si fa capire e che non gli appartiene. La pensione, la pressione, qualche nipote, i più sbarazzini un tressette al circolo e quel pensiero discretamente fisso – che almeno mi colga nel sonno nel mio letto – ripetuto come una preghiera ogni giorno.
Donne variegate, dignitosamente dimesse o già pronte a competere in seduzione con la propria ombra, con passo variabile sincronizzano il tempo sottoponendolo all’arbitrio del loro pensiero sempre indeciso tra parallelismo e sequenzialità.
La busta della spesa o la borsetta in una mano, il telefonino nell’altra e peccato non averne una terza altrimenti … all’improvviso, ipnotica, una vetrina poi via ad inventare il pranzo.
Poi ci sono le vestali, l’incarnazione del sottile sadismo sessuale del maschio-compratore medio (pago, quindi non mi puoi scagare e forse ci provo pure): le commesse dei negozi.
Alcune sono già o ancora stanche, altre sempre più compresse in jeans poco comprensivi o troppo complici. Desiderate e dimenticate in pochi passi le puoi vedere fumare, mai del tutto rilassate, sigarette arrendevoli o ammirarle per un attimo ritratte nell’acquatico esotismo delle vetrine. Poi ci sono io che in questo scenario mi sento strano, completamente fuori ruolo, inutile e non proprio d’umore da happy days.
Dovreste provare per capire ciò che voglio dire.
Un bar, un altro caffè, un lusso sostenibile. Il barista ha una faccia al passo con i tempi, più televisiva che telegenica, tipo uomini che entro la fine del mese dovranno scegliere la donna della loro vita. Il nostro uomo, infatti, tende ad animarsi solo quando si sente inquadrato poi, educatamente catodico, se ne rimane in stand-by. Rinuncio agli strilli dei giornali sportivi, pago e lo lascio al suo lieto fine. A questo punto non mi resta altro che trovare una panchina libera. Preoccupazione naturalmente inutile vista l’ora.
Comunque, non rinuncio a darmi un tono da fine intenditore di manufatti in cemento per arredi urbani ad uso e consumo di natiche e affini. Alla fine della pantomima mi accomodo con la speranza di riuscire a mimetizzarmi, rendermi invisibile.
Proprio di fronte a me si lascia ammirare la preoccupante architettura pre-traumatica dell’ultima opera pubblica modello giardino zen in stato confusionale. Cambio panchina.
Stando seduti il punto di vista inevitabilmente subisce un mutamento di prospettiva e non solo perché una donna che passa diventa di colpo più sedere che viso o le targhe più confidenziali.
È necessario uno sforzo per cambiare altimetria perdendo il dettaglio ma guadagnando in nitidezza, in proporzione.
Avessi un cane non mi sentirei solo come un cane. Se avessi un cane, non riuscirei a far mangiare neanche lui e quasi sorrido. Restiamo seri.
In una città come questa è facile e probabile sentirsi o esser lasciati soli, una sorta d’ostracismo socio-economico-relazionale votato all’ombra di pensieri deboli ispirati da mediocri codici esistenziali, un perfetto meccanismo di cemento assuefatto a tutto, il faro dell’isola felice immaginata da uno psicopatico.
In un giorno storto pensi agli amici che sono partiti inseguendo un futuro probabile, deportati dal bisogno. Biglietto di sola andata, stanchi di curricula, domande, colloqui, anticamere, raccomandazioni ‘sicure’, speranze collassate, silenziosi e invisibili come un’emorragia interna.
Una non scelta fatta spesso senza la benedizione di quel dio notoriamente fermo ad Eboli ma l’Adriatica risparmia anche questa bestemmia.
Io sono ancora qui. Perché? Non lo so. Forse, ho solo ancora voglia di resistere o semplicemente paura ma per voi sono solo un tizio seduto su una panchina e tanto vi basti.
Torno nella casa andata in pezzi/ e il sèrviti materno non esce dalla tomba/ la cucina all’oscuro, la miseria d’amore, tra bollette scadute o che scadranno, l’unica cosa toccata dalla grazia messianica della moltiplicazione. Il feticcio, ormai perdonato, può andare serenamente al macero.
Non è una novità. Cercherò altro, probabilmente troverò altro.

Domenico Brancucci

Domenico Brancucci, Potenza 1969

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8 risposte a “Siamo spiacenti di comunicarLe… di Domenico Brancucci

  1. “In una città come questa è facile e probabile sentirsi o esser lasciati soli, una sorta d’ostracismo socio-economico-relazionale votato all’ombra di pensieri deboli ispirati da mediocri codici esistenziali, un perfetto meccanismo di cemento assuefatto a tutto, il faro dell’isola felice immaginata da uno psicopatico.”

    Bauman e Augé approverebbero in pieno.

    Complimenti, bellissima.

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  2. E’ una storia molto vera, e molto ben raccontata: il vuoto delle vacanze in città – o della solitudine là dove si vive – ma applicato all’attualissimo argomento del non-lavoro. Attesa, speranza, rabbia, rassegnazione.

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  3. Bello questo racconto. Ammiro molto l’autore. Scrivere in questo modo è il mio obbiettivo. Ho bisogno di molto materiale per far venire fuori qualcosa di decente. Devo imparare a scrivere i pensieri. Lo prenderò a modello. Tocca nervi sensibili ma trovo il personaggio molto coraggioso e preparato, Forgiato nella sofferenza, se avrà un’opportunità è destinato a grandi cose.

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  4. “Stando seduti il punto di vista inevitabilmente subisce un mutamento di prospettiva….”

    E’ così.

    BRAVISSIMO – NON AVERE PAURA! – NON SEI UN TIZIO.

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  5. leggo con piacere le vostre impressioni positive al racconto di Brancucci, un testo che coglie a pieno l’odierna realtà territoriale lucana (e non solo), le dinamiche sociali, le contraddizioni, i problemi urgenti, pressanti (come quelli della disoccupazione giovanile), senza (s)cadere nella retorica, nel nostalgico, nel già detto.
    la commissione ne ha apprezzato proprio questi aspetti.

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  6. Bravo.Con le capacità che hai non puoi fermarti a questo racconto.Continua a scrivere e soprattutto a farti leggere,certamente qualcuno si accorgerà di quel tizio seduto all’anonima panchina….

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