Gli oleandri stanno al solito posto di Erminia Daeder

Testo selezionato dalla Commissione di lettura  al Concorso Letterario “Volti e luoghi di Basilicata 2008″ (sez. Narrativa).
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Sono arrivata e già sono pentita.
Recupero il bagaglio e mi dirigo svelta al muretto basso, mentre la corriera riprende ad arrancare verso il paese e il buio si appoggia rassegnato ai profili delle case.
Conto di trovare quel sasso che mi faceva da sedile, accanto alla fontanella.
Sì, c’è ancora.
Asciutto, come il rubinetto della fontana.
Dalla chiesa mi arriva il rintocco delle campane, potrei voltarmi e inserirle nel mio cono d’osservazione, sono vicine, appena dopo l’ampia curva a destra.
Non faccio in tempo, perché un’ombra si avvicina a passi strascicati. Come soffocando un peso.
Mi sbagliavo, sono due. Felicetta e sua nipote in braccio.
Non mi vedono, l’uscio della sua casa è laterale al mio sasso.
L’aria stempera il calore del giorno sui declivi d’oro brunito, sulle case bianche attorcigliate in cima, strette in un’orbita breve, come “nidi d’aquila”, mi spiegava durante il viaggio il passeggero seduto vicino.
“Per difendersi dalla malaria a valle”.
Ancora più temibile la palude infestata dell’arrivo dei saraceni.
L’altitudine era anche miraggio per i più diseredati.
E Grassano imparò presto a contare i nuovi arrivati, venivano dai paesi vicini, attratti dalle sue ricchezze, sementi prima e poi olio, vino, bambagia.
Da bambina, quando non conoscevo la nomenclatura geografica di questi paesi, tenevo già a mente un naturale presagio di rapace isolamento, osservandoli da giù.
Che poi si accentuava dietro l’uscio di casa, con l’impazienza che raspava alla porta intanto che cavavo gli occhi alle mie bambole in camera.
E le casedde mi davano fretta di allontanarmene, quando ci passavo vicina con Saverio, che invece desiderava farmele visitare. Ma io voltavo la testa, irritata da un senso di nausea che non sapevo spiegare nemmeno a me stessa.
Diffidavo istintivamente di ciò che era appartenuto al passato, come fosse ai miei occhi una costruzione finta, rimessa là dov’era stata, a dispetto dei passi del tempo che, invece, rispettavo, come ordine naturale delle cose. Del loro posto.
Felicetta non fa in tempo a posare la bimba che le è già sgusciata via, così lei svelta le corre dietro.
Ilaria ha quattro anni oggi.
L’anno scorso era più rotondetta, senza la frangia, zingarellava dietro Riccardo e al suo traino si nascondeva dalle lucertole che, a mazzi, lui prendeva per la coda.
Felicetta inforna il pane, sposta nel suo gesto abituale dalla fronte una ciocca grigia con l’avambraccio. Ilaria saltella su una gamba sola e Riccardo arriva dalla stradina laterale, ha un secchio pesante in mano, sporco di terra sulla faccia. Ma sorride.
Il profumo del pane sale dal cortile come nebbia, quando si leva a proteggere dalla ferita esausta del lungo fuoco del giorno la prima tregua crepuscolare.
Mi piega.
Nella Giulietta lo stesso profumo si attaccava alle mani mie e di papà, e si maritava alle cicorie e alle uova che, al termine di ogni visita, occupavano i sedili posteriori dell’auto.
Mi stordiva il calore riaffermato con il dono, dopo che l’alito stentato e lindo della morte ci aveva blanditi tutti: medico, figlia del medico, paziente, parentado del paziente.
Mi stupiva quasi fosse un modo per farlo scolorire, il dolore.
Ciò che mi colpì oltre ogni cosa, il giorno del funerale, fu la qualità dell’aria.
Tutto era fermo.
Nelle strade le gambe dei passanti, le mani dei bambini nei cortili, dalle finestre le sagome dei miei compaesani.
Fissavo la facciata della chiesa e l’aria era lucida e scomposta.
Io distinguevo nei corpuscoli della luce della controra piccoli bruchi bianchi, fluttuanti, che dovevano per forza denotare, riflettei in quel momento, la pulizia di quel giorno.
E’ un giorno troppo chiaro, mi scivola via sotto i piedi, avevo pensato al mattino entrando in cucina.
L’ordine abituale degli oggetti era cambiato.
Riccardo mi aveva anticipato di pochi minuti ed accendeva la televisione in cerca del cartone abituale.
Lui no, lui era al solito posto.
Felicetta ora controlla l’orologio, forse pensa che non arriverò più.
Ilaria e Riccardo sono seduti al centro del cortile, lei ha infilato la testa nel secchio, lui guarda nella mia direzione, ma non può vedermi.
Gli occhi dolci si spostano in piccoli tratti orizzontali, come cercasse oltre le piante il passo abituale che mi riportava a casa all’imbrunire.
Comincio a sentirlo il freddo, mentre la notte si propaga e m’assedia.
Lo scorso anno la notte era arrivata come un fazzoletto docile sul viso, con il suo odore di ciclamino che si sfaldava man mano che percorrevo la strada verso casa e Saverio provava a scusarsi.
Lo scorso anno guardavo negli occhi, uno per uno, quelli che incrociavo davanti alla chiesa e loro ammutolivano.
“E’ stato tutto rapidissimo”.
“Doveva uscire dalla curva ubriaco”.
“Era per terra dieci metri più in là”.
“E’ scappato, a quell’ora nessuno ha visto niente”.
“Sì, sembrava dormire, non c’era sangue”.
“E ho sentito solo la frenata, fortissima”.
Volevo dire loro continuate. Sussurrate. Bisbigliate.
Il vento soltanto si sta spostando, nemmeno io riesco a muovermi e ciò che dite mi riporta indietro le cose.
Me le rimette al loro posto: il barattolo di zucchero torna sul tavolo, la bottiglia d’acqua sul lavello, la forchetta accanto al piatto.
Perché fuori dalla finestra stamattina le cose si sono spostate, volevo spiegare, le siepi di pitosforo, i vasi di geranio non erano più sugli scalini all’ingresso, ma al centro del cortile in cerchio.
Avrei voluto avvicinarmi, anche mettere la mia faccia contro le loro bocche e tenermi ciò che dicevano come un alito caldo.
Chiudere le mani a coppa e soffiarci dentro il mio.
Saverio celebrava la messa. La bara già dentro. Io sapevo che non sarei entrata.
Ilaria e Riccardo vanno dentro casa, è molto tardi ormai e la zia ha chiuso la porta.
Ma Riccardo sosta dietro il vetro, spostando la tendina.
Gli leggo sul viso ancora sporco di terra la certezza del mio ritorno.
In un attimo sono davanti alla finestra e negli occhi che si incontrano abbiamo la corsa di una mattina di marzo.
Corriamo nell’erba, abbiamo tolto le scarpe e le calze. E’ una mattina calda, una domenica di escursioni. La meta è l’ulivo pieno di nodi. Ci arriviamo ridendo, mio figlio mi travolge e cadiamo. E’ un silenzio festoso, ma io sento che qualcosa si è nascosto. O forse è stato strappato, non so.
Apro la porta e entro in casa di mia zia.
“Devi raccontarmelo, zia, il suo funerale” le dico, mentre mi dà le spalle.
Si piegano di poco queste spalle, la testa accenna a un sì.
Sediamo a tavola, l’una davanti all’altra. Le mani chiuse, una preghiera.
“Dovevi entrare, sei rimasta fuori come un’estranea”.
“Ero ritornata una.”
“Hai lasciato fare tutto a lui”.
“Poi c’è un contrasto che non immagini quando diventi due. Il legame dentro di te c’è, ha una sua voce, ma non è quella dell’amore. Non subito. Subito hai da dare protezione, non ancora amore”.
“La gente ascoltava don Saverio e teneva la testa girata verso di te, che stavi fuori, in controluce sulla porta”.
“Proteggi te stessa in realtà, dall’eccesso che stai per conoscere”.
“Un funerale con le teste girate. Tuo figlio non ti ha perdonata. Nemmeno Grassano”.
“Inizia a farlo tu”.
“Tu sei qui solo per sentirti dire cosa ha detto don Saverio di preciso”.
“Cosa?”.
“Figlio mio”.
“E basta?”.
“Sì. E basta. Che altro doveva dire?”.
“ Della processione, dei trofei di spighe. Di come me le toglieva dai capelli”.
“E’ sceso dall’altare e ha accarezzato la bara”.
“E dei nastri colorati, che io per prima ho sciolto davanti a lui, dopo la madonna di Costantinopoli, la sera”.
“Non capivamo all’inizio, perché stesse interrompendo l’omelia. Perché scagliasse il Vangelo, perché abbracciasse la bara”.
“E gli ho lasciato la gregna, dopo quella sera, e l’ho cercato e trovato mille altre sere”.
E soltanto ora ricordo.
Mi alzo, esco e giro dietro la casa: la luce indolente dell’alba è gialla.
I rami dell’oleandro basso carichi di petali bianchi e rosa.
Riccardo sta al solito posto. Una croce, ai piedi dell’albero.

Erminia Daeder – Taranto, 1959

2 risposte a “Gli oleandri stanno al solito posto di Erminia Daeder

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