La poliedricità di Vincenzo Capodiferro: traduttore, storico, antropologo, saggista, filosofo

Vincenzo Capodiferro da oltre un anno non fa sentire la sua voce forte, vibrante, provocatoria, sulle pagine del “Paese” e dell’ ”Eco”, perché anche lui, amareggiato e deluso, ha preferito la via del Nord. Dobbiamo confessarlo: ci mancano, oltre alla sua presenza, i suoi articoli ora elogiativi, ora pungenti e sarcastici, scritti con uno stile tutto particolare, adatti a tenere desta l’attenzione dei lettori. In compenso, nell’anno 2008 è riuscito a pubblicare presso prestigiose riviste 4 interessanti lavori di ricerca, tenuti nel cassetto da tempo, che si estendono dall’analisi sociologico-antropologica a quella storica e si elevano alla mistica-religiosa. Si tratta della traduzione della Lettera di Castelli, inserita nella rivista letteraria di Battipaglia, Nugae, n. 17, della pubblicazione da parte della casa editrice Uniservice di Trento, dei Sentieri di giorni beati, del lavoro sulla mietitura, ospitato dal Centro di Documentazione della Tradizione Orale e del Lagonegrese Borbonico inserito nell’Archivio Storico per la Calabria e la Lucania.
La lettera di Castelli è un diario di viaggio che un uomo del Settecento, Giacomo Castelli, originario di Carbone, compie da Napoli a Taranto.
Il compianto ingegnere Antonio Motta da Laurenzana aveva affidato a Vincenzo Capodiferro l’incarico di tradurre dal latino la lettera che Castelli aveva inviato a Giovanni Bernardino Tafuri, ma l’improvvisa scomparsa non gli diede la possibilità di rivedere il lavoro e di aggiungervi delle note. Capodiferro, dopo paziente attesa, per non venir meno alla promessa fatta al suo maestro, é riuscito a pubblicarla, con un ampio e documentato commento, ricco di note e di riferimenti bibiografici. Egli ci fa fare un salto indietro nel tempo e ci riporta nel periodo storico del 1700, facendoci conoscere l’avvocato e scrittore Giacomo Castelli, nato nella piccola cittadina lucana di Carbone il 9 febbraio 1688 e morto a Napoli il 15 novembre 1759, studioso attento ed attivo, molto stimato dal Mazzocchi e da Re Carlo di Borbone, che lo nomina nel 1755 Giudice della Gran Corte della Vicaria e Accademico, dal 1755 al 1759 della Reale Accademia Ercolanense di Archeologia. L’epistola viene scritta nel 1733 e pubblicata a Venezia nel 1735; viene ripubblicata a Napoli 20 anni dopo. La lettera, che è un vero e proprio saggio, si apre con il saluto, con l’annuncio del viaggio, si dilunga sulla critica storico-filologica al De situ Japygiae del Galateo. Il Castelli esorta il Tafuri a scrivere la Storia dei Salentini e dei Lucani. Quando inizia l’itinerario Taranto-Manduria, descrive le popolazioni italo-greche presenti nell’entroterra, con accenno ai dialetti, agli usi ed ai costumi. Fa una descrizione accurata della Lucania e di alcune città, chiarisce i nomi di alcune località e nomina anche Castelsaraceno, che dista da Carbone 6 miglia.
A Vincenzo Capodiferro piace il 1700, il secolo dei Lumi, con tutte le sue sfaccettature, con le sue contraddizioni. Riporta, infatti, alla luce un manoscritto dalle pagine sgualcite e dalla scrittura lineare, ma varia, a seconda degli stati d’animo, gli regala una elegante veste tipografica e lo offre al lettore, per consentirgli di tuffarsi nel divino e ritrovare la via smarrita. Sono “I Sentieri di giorni beati”, scritti nel 1757 da una religiosa, francescana e napoletana, di cui non si conosce il nome, il cui padre spirituale era Padre Francesco Maria Pentimalli, discepolo di S. Alfonso Maria dei Liguori. Sono cammini nello Spirito verso l’Essere. L’itinerario dei giorni beati è anche l’itinerario della mente in Dio. La scansione dell’anno liturgico fa da supporto alle effusioni mistiche e devote che si riversano come affluenti in un unico fiume. L’autrice ama Dio in spirito e corpo. E’ come una innamorata che manda i suoi messaggi d’amore al suo amato senza rivelare la sua identità, ma la sua identità c’è perché è nel tutto. La religiosa cita più volte la Scrittura e i santi a corredo delle sue Novene. La Novena è una pratica devozionale, ma in questo contesto è sinonimo di preghiera, ripetizione, sinfonia. Molteplici sono le invocazioni alla Madonna, a S. Francesco, allo Spirito Santo ed ai suoi doni. Il centro del discorso dell’opuscoletto è, quindi, dato dall’Anima, un’anima che si identifica col tutto, non cristallizzata, dinamica, ma nello stesso tempo sottratta alle leggi del divenire a dispetto delle stesse leggi della Natura. Il movimento avviene nell’eterno, nella perenne generazione trinitaria.
Il lavoro sulla mietitura dal titolo “Feste, miti e riti cerealicoli nella valle del Racano”, frutto di una appassionata indagine antropologica, ci fa andare indietro nel tempo, nel ricordo della nostra civiltà contadina, con i suoi riti, le formule propiziatorie, le magie e le feste. In particolare, è descritta la festa della mietitura o della falce, in uso a Castelsaraceno fino alla seconda guerra mondiale, intimamente connessa con la mitologia e la religione magica.
Il Lagonegrese Borbonico ci permette di conoscere meglio il Sud della Basilicata prima dell’unificazione d’Italia. Questa ricerca supera gli angusti confini di Castelsaraceno e spazia nel Circondario, ci offre un quadro preciso dell’economia del Lagonegrese sotto i Borbone; tiene presente la sua particolare posizione geografica, che nel passato, come oggi, risente di una certa emarginazione dai centri del potere lucano. Dalla descrizione dell’ambiente, definito difficile per la sua natura accidentata, l’autore passa alla popolazione, dedita soprattutto all’agricoltura ed all’allevamento, stratificata e distribuita a seconda delle varie funzioni sociali ed economiche in molte posizioni subalterne. Segue un’analisi dettagliata delle attività produttive, del commercio e delle manifatture domestiche, legate alla filatura e tessitura della seta, della lana, della canapa, del lino e della ginestra. Vengono ricordati i paesi dove erano fiorenti alcune industrie artigianali, come la fabbrica dei cappelli a Lagonegro, pettini di bossolo e di osso a Rotonda, prodotti in rame a Rivello. Il lavoro è corredato da numerosi grafici. Nella parte conclusiva, l’autore fa un’analisi comparata e ci pone tanti interrogativi sul nostro Sud, sul fatto che il Lagonegrese non ha sempre sfruttato al meglio le sue risorse.

Teresa Armenti

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12 risposte a “La poliedricità di Vincenzo Capodiferro: traduttore, storico, antropologo, saggista, filosofo

  1. Mi fa piacere che Salvatore si sia reso conto della iperbole di certi epiteti che Teresa nella sua schietta ammirazione e sovrastima mi ha attribuito. Accetto pienamente la critica del lettore. Difatti non ho mai gradito certe investiture improprie ed eccessive. Anzi ho seguito sempre il motto di un grande italiano, Nicolò machiavelli: <>. O, come mi ripeteva un grande amico e maestro: <>. Ringrazio, comunque, la cara Teresa per l’attenzione prestata ai miei modesti lavori.
    Vincenzo Capodiferro.

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  2. Mi correggo.
    Mi fa piacere che Salvatore si sia reso conto della iperbole di certi epiteti che Teresa nella sua schietta ammirazione e sovrastima mi ha attribuito. Accetto pienamente la critica del lettore. Difatti non ho mai gradito certe investiture improprie ed eccessive. Anzi ho seguito sempre il motto di un grande italiano, Nicolò Machiavelli: . O, come mi ripeteva un grande amico e maestro: . Ringrazio, comunque, la cara Teresa per l’attenzione prestata ai miei modesti lavori.
    Vincenzo Capodiferro.

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  3. Scusate ma non riesco ad inserire il motto di Machiavelli, che è il seguente: non sono i titoli che fanno le persone, al contrario le persone che fanno i titoli.

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  4. Vincenzo, non fare il modesto. Quello che scrive Teresa è sacrosanto. Piuttosto essendo io legato amante di cose “terra terra” mi dici per favore operativamente come posso reperire il tuo lavoro sulle Feste …del Racano.
    Un caro saluto
    Valerio.

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  5. Il titolo non é scritto a caso, solo per tessere elogi: non é mia abitudine! Ogni termine é riferito ai preziosi lavori di ricerca fatti da Vincenzo nel corso degli anni: mi spiego: traduttore (ha tradotto dal latino la lettera di Castelli); storico (ha presentato il Lagonegrese durante il periodo Borbonico, prima dell’unificazione d’Italia);antropologo (si é interessato della mietitura e del gioco della falce); saggista (ha scritto un saggio sulla mistica religiosa del 1700); filosofo (é laureato in filosofia presso La Sapienza di Roma ed ha scritto anche “La Dittatura di Dio – Libertà e dispotismo in Nicolas Antoine Boulanger”, pubblicato dalla casa editrice Clinamen di Firenze nel 2006. A Castelsaraceno lo chiamano “Il Filosofo”). Tra i suoi lavori segnalo “Una domenica di sangue. Terra e libertà nelle infime convalli lucane”, pubblicato nel 2001 da Laurita, che raccoglie anche una intervista al compianto storico Tommaso Pedio sui moti legittimisti del 1860. Avrei dovuto aggiungere anche docente, poeta e pubblicista.
    Perché si fa fatica a riconoscerne i meriti?

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  6. Ringrazio Teresa di cuore per avere difeso la mia persona contro certe battute credo dal tono scherzoso.

    E’ veramente con gioia che ho l’occasione di salutare Rocco Amorosi (insieme a mio fratello Egidio).

    Per Valerio: puoi andare al sito del Centro di Documentazione della Tradizione Orale http://www.centrotradizioneorale.net/
    alla voce Il chicco d’oro.
    oppure contattami sulla mia e-mail: caputferri@libero.it.
    Vincenzo.

    p.s. Chiedo scusa per la mia poca dimestichezza con il pc.

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