Tre punti di vista di Raffaele Pinto

Testo selezionato dalla Commissione di lettura  al Concorso Letterario “Volti e luoghi di Basilicata 2008″ (sez. Narrativa).

Mostra immagine a dimensione intera

Ad Antoniuccio, che aveva appena compiuto cinque anni, il paese piaceva molto. Gli piacevano le viuzze strette, le tante salitelle, le scalinate sbreccate e piene di muschio e gli slarghi in cui, coi compagni dell’asilo, andava a giocare tutti i giorni.

C’era sempre qualcosa di bello da fare: si poteva giocare agli indiani, ai banditi, ai marziani ed ad un sacco di altri giochi bellissimi; e poi c’erano gli insetti. Antoniuccio Amodio, in tutto il paese, era il bambino più appassionato d’insetti che si fosse mai visto: d’estate si divertiva a guardare, inseguire e schiacciare mosche, tafani e zanzare; in primavera c’erano le farfalle, le coccinelle e vari tipi di moscerini, alcuni così piccoli che non riuscivi quasi a vederli; d’autunno e d’inverno, malgrado il freddo, qualche strano animaletto volante si trovava sempre, soprattutto vicino ai cumuli di letame della stalla di zio Vincenzo.

Gli piaceva tutto del suo paese ad Antoniuccio: l’asilo, dove c’erano suor Clotilde, la maestra, Suor Bice, la cuoca, e Salvatore, il bidello tuttofare. Gli piaceva la piazzetta, col bar, la merceria di Matilde, l’amica della mamma, il salone da barbiere di Pierino e l’ufficio postale.

Ma il posto che piaceva di più ad Antoniuccio era il Minimarket ‘Portobello’, un negozio in cui c’era tutto, ma proprio tutto: i detersivi dentro scatoloni di plastica grandi e colorati, le gigomme grosse grosse, i leccalecca, la mortadella ed il salame, i biscotti e la cartigienica ‘Allegri Sederi’. Mamma mia com’era bello quel negozio: e com’era simpatico Pasquale, il proprietario. Ad Antoniuccio, Pasquale regalava sempre qualcosa quando lo vedeva: ed almeno una volta alla settimana Antoniuccio e la sua mamma andavano a fare la spesa da Pasquale.

L’unica cosa di quel paese che non piaceva ad Antoniuccio era il fatto che il suo papà non c’era; o almeno non c’era sempre.

Il papà di Antoniuccio, infatti, per lavorare e far stare bene lui, la sorellina Margherita ed il piccolo Matteo, che aveva meno di un anno, era andato a lavorare in Germania e, quando tornava, diceva sempre: “Quant’è brutto fare l’emigrante”! E poi piangeva; piangeva e rideva insieme.

Antoniuccio voleva bene al suo papà e per questo gli mancava tantissimo; ma il papà gli aveva spiegato che in paese, lavoro per lui, che era cuoco, non ce n’era e che era meglio essere emigrante e avere casa, macchina e soldi in banca, che stare in paese a reggere le colonne del bar. E pazienza se ci si vedeva una volta al mese.

Però, quando il papà tornava, per Antoniuccio e per la sua famiglia era festa grande: la nonna e la mamma stavano sempre in cucina a preparare cose buone, la casa era tutta un via vai di parenti ed amici ed il papà era sempre disponibile a giocare, a fare le lotte sul lettone, a correre per la strada, ad andare al bosco oppure in campagna a bere l’acqua di Fontebella, vicino al paese.

Peccato che la pacchia durava solo due giorni, perché poi il papà doveva tornare in Germania e ci volevano diciotto ore di macchina sull’autostrada: mica scherzi!

Antoniuccio, quando capiva che il papà se ne doveva andare, piangeva e non voleva dormire: allora il papà lo accarezzava nel letto, gli diceva tante belle parole e così, alla fine, il sonno arrivava e, al risveglio, il papà era già in viaggio: allora anche Antoniuccio diceva alla mamma: “Quanto è brutto fare l’emigrante”. E la mamma si girava dall’altra parte e si soffiava il naso un paio di volte: forse aveva il raffreddore. Aveva sempre il raffreddore quando il papà andava via.

@@@

A Vittorio, il paese stava un po’ stretto: qualche cosa da fare la trovava sempre, ma c’erano giorni, a volte settimane, in cui gli pareva che il tempo non passasse mai.

D’altronde, a quattordici anni che fai? Non avendo la macchina non è che puoi andartene in giro a sfottere le ragazze negli altri paesi oppure a bere qualche cocktail in un pub oppure, meglio ancora, divertirti in discoteca: a quattordici anni ‘è amara la frasca’!

E quindi Vittorio, non avendo molta scelta, cercava di studiare con profitto, tutti i giorni, domenica compresa, dalle due alle cinque: tre ore, a volte benedette, a volte maledette, soprattutto se c’era matematica o ragioneria. Poi, tre volte a settimana, dalle cinque alle sette, c’erano gli allenamenti per il calcetto: con il campionato non si scherzava, bisognava trottare. A calcetto, con i coetanei, si rideva, si scherzava, ma ci si svaccava pure parecchio: l’allenatore, Antonio Lopinto, era un vero aguzzino e se ti dava da fare cinquanta addominali o quaranta giri di campo non c’erano santi: dovevano essere tanti, né uno in più né uno in meno. L’unica cosa positiva era che, tornati a casa, si era così stanchi che, dopo la doccia non c’era più la forza di spostare neanche un bicchiere.

Negli altri giorni, quelli in cui non c’era allenamento, Vittorio, dopo lo studio, si faceva una passeggiata per il paese: a volte solo, a volte con Pierpaolo, suo amico d’infanzia.

In quelle lunghe serate, nel silenzio appena rotto da tenui rumori provenienti dalle case o dalle cantine, Vittorio guardava ogni angolo, ogni scorcio del suo paese cercando di ritrovarvi ricordi, emozioni che non sempre risalivano alla coscienza dai profondi meandri della memoria: vicino a quell’albero aveva preso il suo primo passerotto con la fionda; in quella vecchia casa era entrato con gli amici per vedere se c’erano i fantasmi; sul tetto di quella cantina lui e Pierpaolo avevano fatto a gara a chi si rompeva prima il collo.

Ma tante cose non gli dicevano più niente, anzi gli creavano fastidio perché lui, ragazzo di quattordici anni(quasi quindici, anzi) desideroso di confusione, videogiochi, luci e colori, in quelle strade silenziose proprio non ci si trovava più bene.

Nei giorni più tristi, poi, a questi pensieri, si aggiungeva quello della condizione lavorativa del padre che, da sette anni, era un LSU.

Quand’era piccolo, Vittorio pensava che essere LSU fosse una cosa bella: come essere dell’FBI o meglio ancora.

Pensava che fosse una specie di corpo d’elite nel quale il padre era stato preso perché era un tecnico delle industrie ed era molto bravo: e dato che l’industria aveva chiuso, avevano pensato bene di usarlo come agente dell’LSU. Doveva essere così.

Crescendo, però, Vittorio aveva capito che essere LSU non era poi una cosa così esaltante; e lo aveva capito ancor meglio sentendo i discorsi che i genitori facevano tutti i giorni sul costo della vita, sulle bollette da pagare, i libri da comprare, e via discorrendo.

E poi c’erano stati gli scioperi degli LSU, le manifestazioni: era venuta pure la televisione in paese a riprendere suo padre e gli altri suoi compagni coi manifesti, gli striscioni ed i megafoni. Erano stanchi di quella situazione e lo volevano gridare al mondo.

Anche per questo, per paura di ritrovarsi come il padre, LSU a cinquant’anni, Vittorio Mezzapesa aveva deciso di impegnarsi negli studi e diventare un bravo ragioniere. Così un posticino al comune o uno studio di consulenza sarebbero stati alla sua portata.

@@@

A Giuseppe, il paese, il suo paese, quello in cui era nato e cresciuto, non andava proprio più giù.

Ne odiava gli infiniti silenzi, la quiete mortifera, la calma cimiteriale e quei sorrisi ebeti di quella gente che si credeva felice e soddisfatta ed in realtà era solo incapace di sentire più qualunque cosa.

Ventiquattro anni di vita in quel paesino a Giuseppe, adesso, parevano una condanna, una ingiusta condanna per un reato mai commesso: e questo, lui, non poteva sopportarlo.

I suoi ventiquattro anni Giuseppe li aveva utilizzati per finire tutti gli studi fino alle soglie della laurea: elementari e medie nel paese, liceo classico nel capoluogo ed università a BARI, città pensata e scritta con tutte le lettere maiuscole.

Aveva ventiquattro anni, Giuseppe, e, finiti tutti gli esami di giurisprudenza, stava per laurearsi con il massimo dei voti e la lode.

Lo aspettava, lo desiderava, lo agognava quel momento, Giuseppe: già pareva di sentirlo il presidente di commissione pronunciare le fatidiche parole:”……….la proclamo pertanto Dottore in Giurisprudenza…..”.

Quello sarebbe stato l’inizio di una nuova vita, l’inizio di un’avventura chiamata LIBERTA’: altro che paese!!

Ormai, in paese, Giuseppe non usciva quasi più: le vie, le piazzette, le vecchie case gli davano un senso di angoscia, di nausea quasi, come se fosse prigioniero di un brutto sogno.

La sua vitalità, la sua concentrazione, il suo dinamismo ormai avevano come oggetto soltanto la tesi di laurea e l’esame finale: non c’era altro.

Sentiva, sapeva Giuseppe che soltanto attraverso una brillante laurea e la vittoria di qualche importante concorso pubblico la sua vita sarebbe cambiata: e dopo ventiquattro anni passati tra casa e scuola, scuola e casa, la sua mente ed il suo corpo non desideravano altro.

Giuseppe voleva intorno a sé il caos, il rumore, lo smog della città, della grande città; voleva incontrare per strada attori, cantanti, modelle e fermarsi a chiacchierare con loro; voleva una moglie ‘cittadina’ Giuseppe, una di quelle che si vedono nelle pubblicità, una con cui andare a teatro, o a vedere un concerto di James Taylor o Witney Houston o ad una sfilata: voleva questa vita Giuseppe e tutti, in casa e fuori, lo sapevano.

D’altronde anche il padre, impiegato delle Poste, glielo aveva sempre detto: “Studia Giuse’, non fare la fine che ho fatto io. Vattenne da chiss’ pais: sient’ a me!!!”

E chi poteva dare torto a quel brav’uomo: dopo trentasei anni in un piccolo ufficio, di un piccolo paese, di una piccola provincia, di una piccola regione c’era da dare fuori di matto.

E d’altronde, cos’altro avrebbe potuto fare il padre, orfano, di famiglia povera, con uno striminzito diploma professionale preso in collegio dai preti? In un paese così piccolo poi? Già era stata una fortuna iniziare a diciotto anni come fattorino, passare poi portalettere ed infine diventare impiegato, con la speranza, magari, al quarantesimo anno di servizio, di passare direttore prima di andare in pensione.

Ma Giuseppe, Giuseppe Bonamassa, non avrebbe fatto quella fine: Giuseppe ce l’avrebbe fatta; l’aveva giurato a se stesso.

Raffaele Pinto

Raffaele Pinto è nato a Taranto nel 1968, ma vive a Scanzano Jonico (MT)

2 risposte a “Tre punti di vista di Raffaele Pinto

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...