Baime di Rosario Castronuovo

Testo selezionato dalla Commissione di lettura  al Concorso Letterario “Volti e luoghi di Basilicata 2008″ (sez. Narrativa).

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Il sole è caldo e gradevole questa mattina. Ho dormito male, per questo mi sono alzato presto e volentieri. Le strade e la piazza non si animano, sembrano uscite da un quadro di De Chirico, non arrivano neanche “i laureati”, qualche raro passante saluta a va via, si perde nei vicoli o sale in macchina e parte. Una volta si godeva a stare per ore a parlare e confidare. Presto mi ritrovo solo nella piazza, sono le nove e il barista non ha ancora aperto. Dal fondo di una strada appare la figura “importante” di zio Nicola, cammina piano e zoppica, ogni tanto si ferma per riprendere fiato; c’incontriamo ed andiamo a sederci sul sedile di pietra.
Questo vecchio saggio mi attira, mi piace ascoltare le sue storie perché le sento mie, dentro.
– D’estate andavamo a mietere nei paesi vicino alla marina, l’anno in cui la prima volta venne con noi tuo padre volle portare Firu. Arrivavamo di sera dopo un lungo viaggio, mangiavamo un po’ di pane e formaggio o cipolla portati nel tascapane e dormivamo nella piazza, sui gradini della chiesa; la mattina dopo, quando arrivava il padrone insieme al capo dei mietitori, avrebbe avuto la possibilità di sceglierci. Baime fu subito preso ma, nonostante l’insistenza e la garanzia che Firu avrebbe fatto il suo lavoro pienamente, il capo dei mietitori gli vietò di portarlo con se. Firu rimase solo tre giorni in piazza e a sera mangiò quello che gli portavamo. Il terzo giorno tuo padre sciolse il contratto e andò da un altro padrone che accettò anche Firu. Si era sparsa la voce che “Baime” era bravo a mietere. Baime era il soprannome che qualcuno aveva affibbiato a tuo padre –
Zio Nicola, nel ricordare avvenimenti tristi si arrabbiava, agitava e picchiava nervosamente il bastone per terra, scuoteva la testa come volesse scrollare i cattivi ricordi dalla sua mente, o per un inutile, estremo tentativo di rimescolare, per cambiarla, la storia che stava raccontando. Un gatto attraversa la piazza lentamente come un re in carrozza. Ogni tanto si ferma e si guarda intorno, sospettoso, supponente.
– Portavamo con noi il pettorale, la falce e i cannuli*, per bere c’erano le fontane nelle piazze e se eravamo fortunati, ci toccava un padrone che ogni tanto offriva un bicchiere di vino; procurammo gli attrezzi anche a Firu. Eravamo una bella squadra d’uomini e qualche donna che veniva a metà paga, addetta a spostare i covoni. In gruppo ci sentivamo sicuri e forti, pronti a difenderci ed a farci compagnia, la sera raccontavamo le storie del paese civettando come comari. Ridavamo con gusto, qualche giocherellone inventava favole per grandi. Dopo qualche giorno incominciammo a sentire la mancanza dei maccheroni con il sugo che le nostre donne ci facevano trovare la sera al ritorno dalla campagna, dei loro sguardi accoglienti e rassicuranti.
Durante il giorno, Baime mieteva alla sinistra di Firu che arrancava e non teneva il ritmo degli altri, allora Baime si produceva in uno scatto improvviso e mieteva un pezzo di campo portandosi avanti a tutti. In questo modo aveva il tempo di riprenderlo mietendo la sua parte di campo. Continuarono così tutti i giorni, dall’alba al tramonto. Firu teneva in allegria tutta la compagnia perché era sempre sorridente e, nella sua semplicità, cercava di prendere in giro gli altri che fingevano di cadere nei suoi tranelli per vederlo felice. Al ritorno portò tanti soldi a casa, il padre capì che Baime l’aveva aiutato e l’abbracciò con affetto.-
Una donna s’affaccia all’uscio di casa, e mi saluta da lontano. Calza scarpe molto vecchie ed ancora sporche di terra, veste una maglia rossa e la gonna nera, porta al braccio un secchio di plastica verde. Dice di andare all’orto per piantare pomodori e lattughe, scompare nella strada sotto casa. Il suo busto ricompare nella panda blu guidata dal figlio che attraversa la piazza e scompare in fondo alla provinciale.
– A Montescaglioso si festeggiava la festa di San Rocco, la tradizione prevedeva che, nel tardo pomeriggio, si disputasse una gara dedicata al Santo e che coinvolgeva il capo dei mietitori ed uno sfidante. Uno dei padroni, per ingraziarsi i suoi favori del Santo, offriva il grano mietuto durante la gara, per questo motivo i grandi proprietari terrieri, si contendevano il privilegio di offrire il campo di grano su cui gareggiare.
Il capo dei mietitori metteva in palio la sua carica, l’autorità e la dignità. Nell’anno in cui non osavano sfidarlo, contro di lui gareggiava un suo valente compagno. Solo in questo caso la gara si trasformava in una semplice rappresentazione teatrale a dimostrazione della loro abilità. Negli anni in cui la gara era vera, in palio c’era il diritto di patteggiare con il padrone la paga della giornata di tutti i mietitori, il permesso di richiedere il vino anche per gli altri e di appropriarsi dei bottoni del gilè del padrone, un uomo potente che aveva investito tutto il prestigio per ottenere il privilegio di offrire il campo. Alla fine della sfida, il vincitore fingeva di ribellarsi e gli staccava i bottoni dal gilè, dimostrando la sua abilità con la falce, sfiorava il viso del padrone, immobile, dopo una gara faticosa in cui si era aiutato ingurgitando litri di vino. I bottoni del gilè erano un prezioso trofeo di cui vantarsi.
Era un azzardo di sfida verso il potere con accettazione da parte del padrone che rischiava di cadere nel ridicolo in una sfuggente mossa d’allegra e sopportata trasgressione, al limite, perché il padrone poteva spazientirsi e decidere d’interrompere il goco, momentaneo, unico e breve, condotto sul concesso e non. Investitura per un rapporto privilegiato. –
Zio Nicola riprende fiato, estrae dalla tasca del gilè un sigaro. Fuma nervosamente, s’intuisce che riordina i fatti per raccontare meglio, alza la coppola per far prendere aria al cervello ed asciugare il sudore sulla capa pelata.
– Baime aveva sete di giustizia, sapeva che avrebbe dovuto superare una prova difficile giocata anche sugli inganni; sulla sfida aleggiava uno smisurato orgoglio. Non aveva dimenticato quello che il capo dei mietitori gli aveva fatto il primo giorno dell’arrivo. Quindici giorni prima della festa di San Rocco si recò, rispettoso, dal prete e gli chiese di dichiararlo sfidante nel gioco della falce. Il prete lo esortò a pensarci bene, una volta verificata la sua ferma decisione, lo iscrisse. Una sera stava seduto con i compagni sui gradini della chiesa, notò in un vicolo una figura minuta di donna, protetta dall’ombra di un vicolo, sotto il mento stringeva con la mano destra un fazzoletto nero. Gli faceva segno d’invito con la mano sinistra. Baime si alzò per andare, un compagno lo prese per un braccio e disse – Dove vai? E’ la magara.- provocando la sua curiosità. La magara lo portò a casa, aveva saputo dalla sfida, se voleva vincere avrebbe dovuto fare un patto, gli disse. ”Ci vò nna cosa putente ppi tte”(ci vuole una cosa potente per te). Lei lo avrebbe aiutato, Baime accettò e la domenica prima della sfida, impastarono la farina, la fecero lievitare: primo peccato grave; panificarono e infornarono: secondo grave peccato, non si lievita o panifica di domenica. Lo nascosero nella stalla, sotto il letame: terzo peccato grave; il pane è il volto del Signore.
La mattina del giorno di San Rocco, il 16 agosto, il paese era in festa.
Avevano appeso le luminarie, la banda girava per i vicoli e suonava per la questua svegliando i ritardatari. Baime si recò a casa della magara, portò la falce, andarono nella stalla e disseppellirono il pane, lo aprirono, scelsero un verme grosso e vivace e lo portarono a casa, bucarono l’impugnatura della falce, e ce lo infilarono con la testa rivolta verso la lama. – Speriamo che non si gira – disse la magara e fece uscire Baime da una porta secondaria, non senza avergli augurato di morire, come al lupo, se odiato, per risposta luce il pelo. Non lo aveva guardato in faccia, compiacersi di qualcuno, porta il malocchio. Sperava che rivolgesse le sue attenzioni verso la giovane figlia che, in silenzio, si pettinava guardandosi allo specchio del comò.
Baime aveva paura perché sapeva di dover gareggiare da sfavorito; era consapevole della sua forza, ma anche convinto d’aver bisogno di un aiuto soprannaturale per vincere.
Aveva sulla coscienza tre grandi peccati: adesso gli toccava di diritto la forza di un demonio potente. Rideva di queste cose ma – E’ meglio non lasciare niente al caso- si era detto. Il mattino della festa tutto il paese si recò ad assistere alla messa, colpi scuri di saluto avevano aperto e chiuso la processione di San Rocco portato in spalla, le donne avevano intonato canti, chiesto la protezione del santo; dietro la banda il prete aveva benedetto le case, raccolto offerte in denaro anelli e lacci d’oro sul cuscino di velluto rosso. Gli uomini seguivano in silenzio con la coppola in mano e la testa bassa in segno di sottomissione. Il caldo non aveva piegato la fede. I colpi sparati alla fine della processione erano il segnale per le donne rimaste a casa, che era il momento di calare la pasta per il pranzo. I bandisti e i mietitori, ospiti delle famiglie del paese.
Alle cinque del pomeriggio tutto il paese si recò al campo. Per la sfida era stato scelto un campo pianeggiante. La banda incominciò a suonare tarantelle veloci per richiamare la folla, spararono sette colpi. Portarono botticelle e fiaschi di vino, barili e vummule** piene d’acqua.
Il padrone indossava mocassini rossi bucati nella parte superiore, un pantalone beige e, da sotto il gilè marrone, sul pancione enorme scendeva una camicia bianca di lino. Si riparava dal sole con una larga paglietta. Invitò gli sfidanti a prepararsi.
Il capo dei mietitori andò a stringere la mano all’avversario, indossarono il pettorale di pelle di capra per ripararsi il busto e le gambe dai colpi di falce sfuggiti al braccio, infilarono i cànnuli alle dita e strinsero forte la falce nella mano. Il padrone prese una moneta e sorteggiò il lato su cui si dovevano schierare. – La direzione la sceglie il campione, questa è la regola. Vince chi miete l’ultima spiga al centro del campo – disse; a Baime toccò il lato sinistro. Per questo motivo il suo avversario decise che avrebbero mietuto in senso orario; formando sul campo una spirale, il campione, che mieteva nella parte interna, avrebbe mietuto meno campo. Si senti un colpo di fucile e partirono.
Il campione fece subito uno scatto e si trovò molto davanti, a Baime avevano consigliato di non rispondere agli scatti ma di mantenere un ritmo costante: così fece.
Il campione aveva accumulato molto vantaggio, tenne un buon ritmo e tutti pensarono che non ci sarebbe stata storia. Solo gli anziani, con toccate di spalle e sorrisi ironici, di chi “la sa lunga”, mostravano fiducia verso Baime che, con il passare del tempo, incominciò ad avvicinarsi. Il soffio di un alito di vento portò l’odore del sudore di Baime al campione, che non poteva scattare perché stanco e consapevole di dover conservare la forza per il finale.
La gola si asciugava e la saliva di sapore amaro, sempre più spesso alzavano la mano e i ragazzi arrivavano con il fiasco di vino e la vummula da cui bevevano direttamente. Verso la metà del percorso Baime ebbe una crisi, quasi senza accorgersene si trovò molto indietro, pensò di non farcela, sentiva il sudore scendere lungo la schiena, colare copioso dalla fronte sulle ciglia, scendere sugli occhi provocando bruciore, fino alla bocca dove arrivava salato.
Il distacco era ormai incolmabile e Baime pensò che il campione fosse troppo forte, avrebbe fatto bene a ritirarsi. – Cosa sta facendo il verme? – pensò – Forse si è girato?-. Gli venne in soccorso la rabbia ed il vino. Ripartì ansimando come un toro al macello, raggiunse il campione ma pagò lo sforzo perché non riuscì a sopravanzarlo. Viaggiavano affiancati adesso. Sapeva che in quel momento, il campione avrebbe potuto far finta che, per stanchezza gli sfuggisse la falce, per intimidirlo segnargli il braccio. Non lo fece –

Zio Nicola si ferma un attimo per riordinare le idee. Gli chiedo se vuole un gelato, o una bibita per rinfrescarsi la gola. Risponde che avrebbe preso volentieri un ghiacciolo al limone. In quel momento arriva in piazza il prete che scende dall’auto ed entra in chiesa. Dopo pochi minuti attraversa la piazza una giovane donna, anche lei entra nella chiesa.
– La folla eccitata incitava, gli uomini bevevano e il sole friggeva il cervello- ricomincia zio Nicola mentre gusta il ghiacciolo
– Adesso Baime si accorge di quanto fosse grande il vantaggio di mietere all’interno mentre il campione, punto nell’orgoglio produce uno sforzo bestiale e lo distacca di nuovo, ormai l’ultimo ciuffo di grano è vicino, Baime subisce l’effetto del vino che gli incendia le tempie e pensa di aver perso la partita, cerca di limitare i danni, salvare l’onore, solo quello; raccoglie le forze per non farsi distanziare, riparte con tanta rabbia da sentire un dolore lancinante al petto.
Lo tiene in gara solo la volontà, forza non ce n’è. Non vuole ritirarsi. Grande è la sua sorpresa quando si accorge che il campione, piegato, rallenta notevolmente, quasi si ferma, sta pagando lo sforzo, Baime riprende coraggio e ritmo e lo affianca. Quando si voltano per controllarsi sono di “naso a naso”, si guardano negli occhi; due larve sfinite che si compatiscono, vorrebbero mordersi a vicenda. Per il finale, si presentano alla folla due bestie grondanti di sudore, hanno mietuto tutto il campo e si trovano vicini al traguardo, con uno sforzo Baime lo sorpassa, quasi si tuffa sull’ultimo ciuffo di spighe al centro del campo e vince. Il padrone si avvicina, assegna l’investitura stringendogli la mano, applaude; gli uomini intorno gridano e bevono, saltano, in onore del vincitore brindano. Baime è in piedi con le braccia alzate in segno di vittoria, ansima, riprende fiato. Beve un lungo sorso di vino poi, indemoniato, scatta in avanti, salta e ad ogni giravolta stacca con un taglio preciso della falce un bottone dal gilè del padrone, nel ricadere lo recupera al volo con la mano sinistra alzata verso il cielo. Ripete il gesto per cinque volte. Il padrone è immobile come una statua, ha visto passare vicinissima davanti al viso la falce, capisce che gli conviene stare fermo, le regole lo impongono, non conosce questo nuovo campione, non sa se è veramente bravo ad usarla, infastidito e arrabbiato si adegua al gioco..
Con il prezioso trofeo in tasca, i bottoni del gilè, Baime appoggia la falce sul petto del padrone con la punta rivolta verso il basso e chiede da bere per tutti. Il padrone in un primo momento finge d’offendersi, lo guarda in cagnesco, finge di chiamare i due carabinieri che assistono ridendo, sanno che è una finzione, poi esplode in una risata fragorosa e invita tutti alla baracca a bere ed a mangiare pane e salsiccia arrostita.
Oggi è l’unica occasione dell’anno in cui si mangia a spese del padrone, grazie a San Rocco. E’ quasi buio, sembra che tutti si siano dimenticati del vecchio campione, lui rispetta la regola e, con onestà, ancora paga pegno; una luna estiva, enorme arrossa di vergogna e ride di lui. E’ nel campo a spigolare; compito riservato alle donne ed ai bambini, di questo si sente umiliato più della sconfitta. Pensa che prima o poi tutto questo doveva succedere, fa parte del gioco della vita, in questi anni è stato bene, ha avuto soddisfazioni, rispetto ed anche l’ammirazione di qualche bella donna. Non si accorge di una presenza alle sue spalle. Si è piegato per raccogliere una spiga e vede le scarpe di Baime. E’ in piedi davanti a lui, pensa che voglia deriderlo, invece gli porge la mano e l’aiuta ad alzarsi, gli offre un bicchiere di vino, mette il braccio sulla sua spalla e lo accompagna alla baracca a festeggiare.

Dopo qualche anno comparvero le mietitrici e i ricchi proprietari terrieri le comprarono.
La vita si fece difficile per i senza terra come tuo padre. Gli uomini guadagnavano qualche soldo quando il comune appaltava i lavori alle ditte. Per il resto zappa e fame.
Tuo padre era diventato un ribelle con la pancia vuota, genuino e ingenuo. S’iscrisse al P.C.I. Andava a firmare ogni anno il libretto di lavoro all’ufficio di collocamento, ma il suo turno per lavorare non arrivava mai. Scoprì che “il collocatore” d’accordo con il sindaco, al momento giusto fingeva di smarrire il suo libretto di lavoro. In questo modo finiva sempre sul fondo della graduatoria e non lavorava mai. Lo scoprì il giorno della festa quando non riuscì a comprarti le scarpe nuove.
Baime partì, innamorato della sua terra tornava appena possibile dove il cuore batteva ancora. I vecchi compagni lo accoglievano, sognava una vecchiaia semplice e tranquilla nel suo paese.
Viveva a Torino, un posto senz’anima che gli dava tutti i soldi che non aveva mai visto prima con una mano, li riprendeva con l’altra e non lo vedeva.
Firù fu visto per l’ultima volta correre dietro alle rondini un giorno di settembre, il padre ne denunziò la scomparsa ma non se ne ebbe notizia. Dopo un anno una persona del paese che viveva a Torino lo incontrò in una piazza, guidava un “Ape” e si spostava continuamente, si fermava, saliva su una panchina e suonava la tromba. I passanti, ammaliati dal suono, lasciavano ai suoi piedi un’offerta. Si seppe che i bagordi glie li rubavano, approfittando perché indifeso e completamente disinteressato ai soldi. Forse cercava i compagni che erano partiti e ritornavano in agosto con la macchina nuova e la faccia gentile, o inseguiva altre nuvole e sogni in paesi distanti, su altre colline. Cercava la libertà di coloro che nessuno vuole, dei senza tetto, porti, àncore; inseguono un semplice piccolo sogno nascosto nelle nuvole che continuamente cambia. Baime lo cercò dappertutto domandando nei bar ed ai passanti, finche lo trovò finalmente, era supino su una lastra fredda di marmo, nella sala mortuaria di un ospedale. Sembrava cercasse il cielo oltre il soffitto, ai suoi occhi qualcuno aveva spento il sole. Baime ricordò, le vecchie del paese dicevano che il morto galleggia sul corpo per un giorno, non bisogna disturbarlo, poi parte, per questo era certo che Firu fosse lassù, vicino al soffitto, pensò che lo avesse riconosciuto ed era felice d’averlo vicino in quel momento. Le labbra disegnavano un largo sorriso, aspettava impaziente che la madre terra lo liberasse per volare, finalmente nel vento tra le sue nuvole. Un incidente gli aveva tolto la vita. Cosa ne sapeva lui di segnali stradali? Non ritornò al paese neanche da morto, riposa a Torino. –
Ho cercato zio Nicola, volevo farmi raccontare un’altra storia prima di partire, non l’ho trovato, chiedo al barista dove sarà andato.
– Zio Nicola è morto l’anno scorso di questi tempi. Negli ultimi anni durante le giornate di sole si sedeva sul muretto per ore, guardava il mondo passare e gustava un ghiacciolo al limone. Nelle notti calde dell’estate dormiva sui gradini della chiesa, ritornava a casa all’alba – risponde.
Il barista non avrà capito. Salgo velocemente in macchina e riparto, alla prima curva ricompare la cappella e il cimitero, alla seconda scompare il paese; dopo la provinciale c’è la “fondo valle”, poi l’autostrada, direzione Torino. Ad una stazione di servizio mi ritrovo, improvvisamente, immerso nel caos, i gitanti scesi da un autobus si accalcano alla cassa del bar, riesco a prendere il caffè.
Finalmente sono sveglio.

* Pezzi di canne intagliati e messi sulle dita per evitare di tagliarsi con la falce
** Brocca di terracotta che mantiene, all’interno, per molto tempo, fresca l’acqua

Rosario Castronuovo, Teana 1950

15 risposte a “Baime di Rosario Castronuovo

  1. Caro Rosario, il tuo racconto, per il tempo della lettura, mi ha fatto tornare in Basilcata, nella mia terra tanto cara. Una storia che parla di un tempo ormai andato ma che mette in risalto le caratteristiche del popolo lucano:lavoratore, sincero, orgoglioso ma soprattutto altruista.Ciao a presto!

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  2. Carissimo Rosario, bello il tuor racconto che rende l’idea semplice di un popolo come noi che ha vissuto con poco e si accontentava di poco. Un ricordo che giova molto a coloro che hanno dimenticato i luoghi profumati con ginestre, peschi e mandorli fioriti, grano al sole a maturare e contandini intenti e attenti.I calanchi che cambinano forma e le piazze un tempo erano rallegrati da bimbi in festa, da contadini a casa e da massaie che andavano alla fontana.
    Ora i volti sono cambiati e le piazze sono vuote. La nostalgia prende il posto e la fatica di ricordare è tanta come anche di dimenticare la povertà. e lo spirito,? meno male che ci sono i poeti come te. Ciao ad agosto.

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  3. Carissimo Rosario, bello il tuo racconto che rende l’idea semplice di un popolo come noi che ha vissuto con poco e si accontentava di poco. Un ricordo che giova molto a coloro che hanno dimenticato i luoghi profumati con ginestre, peschi e mandorli fioriti, grano al sole a maturare e contandini intenti e attenti.I calanchi che cambinano forma e le piazze un tempo erano rallegrati da bimbi in festa, da contadini a casa e da massaie che andavano alla fontana.
    Ora i volti sono cambiati e le piazze sono vuote. La nostalgia prende il posto e la fatica di ricordare è tanta come anche di dimenticare la povertà. e lo spirito,? meno male che ci sono i poeti come te. Ciao ad agosto.

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  4. Carissimo Rosario, bello il tuo racconto che rende l’idea semplice di un popolo come noi che ha vissuto con poco e si accontentava di poco. Un ricordo che giova molto a coloro che hanno dimenticato i luoghi profumati con ginestre, peschi e mandorli fioriti, grano al sole a maturare e contandini intenti e attenti.I calanchi che cambiano forma e le piazze un tempo erano rallegrate da bimbi in festa, da contadini a casa e da massaie che andavano alla fontana.
    Ora i volti sono cambiati e le piazze sono vuote. La nostalgia prende il posto e la fatica di ricordare è tanta come anche di dimenticare la povertà. e lo spirito,? meno male che ci sono i poeti come te. Ciao ad agosto.

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  5. E’ stato un tuffo nella mia infanzia e i personaggi protagonisti del racconto è come se li conoscessi…….
    Quasi quasi la letteratura si fonde con la poesia…… quando personaggi, interpreti ed ambientazione riguardano la nostra amatissima Lucania….
    Rosà si nu mastr!!!!

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  6. Ciao Rosario,sì mi piace il tuo racconto. Spezzoni di una vita che non conosco se non attraverso la letteratura e in parte raccontata da mio marito (anche lui della Basilicata). Un racconto che parla di persone che hanno lottato per la vita di tutti i giorni, per un tozzo di pane, ma che la società industrializzata ne confina i sogni. Una realtà che purtroppo si rinnova di continuo, che sia al Sud, al Nord o in qualsiasi altro emisfero.
    Il tuo scritto è vivo. Si “vede” lo sforzo dei mietitori, si “sente” l’odore di sudore e la brama di vincere affinché per una volta uno si senta “Padrone”.
    Veramente complimenti
    Rina Grillini

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  7. sicuramente non sono io l'”atteso commentatore”. Il racconto è subito “nostro”. Ci porta per mano nella nostra terra e nella nostra storia….Mietitori di tutto il mondo uniamoci.
    In omaggio alla tua forte prosa

    Cannedde
    Na iurnata sana sana
    accer’a ssole a mete grano
    a botte i calore
    cu l’ cannedde chiene i sudore.
    Siche pesand’ ca capo chicata
    sott’a favuce careno sazìate.

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  8. Vi confesso di aver temuto, per certi versi, di vedere pubblicato l’altro racconto. Avrei rischiato l’arrabbiatura di conoscenti che si sarebbero identificati nei personaggi. L’utocritica della giuria, se di lucani.

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  9. L’altro racconto non è scritto con lo stesso “ordine” grammaticale di questo ma a mio parere è molto bello; ha la capacità di portarti lontano.
    La tua capacità di osservare e di ascoltare con curiosità le storie ti rende un bravissimo scrittore di racconti.

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