7. L’andare, il divenire e il ritornare nella musica dei Sulutumana

© RUBRICA “SGUARDI E ASCOLTI DAL MONDO” a cura di M. Lizzadro

Sto sognando sette nani mentre ballano in ascensore e non mi fanno salire e giusto tre secondi prima di svegliarmi sento il bel suono del flauto di Ian e vedo un tale a inseguire ombre e vedo un altro in mezzo alle onde potrei essere io tutti e due potresti essere tu che non conosco, non ho mai visto. E c’e’ una terra misteriosa, vedo strani paesaggi laggiù oltre l’uomo che nuota, vedo parole uscite da vasi di creta e da storie di fantasia e sento il bel suono del flauto di Ian e volentieri toccherei una chitarra così soltanto per farti sentire il profumo del ribes che non conosco, non ho mai visto. Sono contento sai vieni ancora a trovarmi se vuoi io abito ovunque andrai, vieni ancora a trovarmi se vuoi. Sto assaggiando lo sconforto di un risveglio innaturale ancora non vedo il sole, ma solo gente uscire da case di pietra e da storie di fantasia e quando partono per il lavoro si sente il bel suono del flauto di Ian e intanto a me pare di ricordare il profumo del ribes che non conosco, non ho mai visto. Sono contento sai, vieni ancora a trovarmi se vuoi io abito ovunque andrai”.

Tempo fa mi sono imbattuto in questa bellissima canzone dei Sulutumana intitolata “Ribes” e allora come spesso accade quando una cosa colpisce: si cerca di scoprire, di sapere e così un po’ alla volta si entra in nuovi mondi fino a quel momento sconosciuti. “Sulutumana” letteralmente significa: sul divano, in dialetto vallassinese e la Vallassina è una zona della Brianza. Dunque questo manipolo di musicisti: Gian Battista Galli: voce e fisarmonica; Nadir Giori: contrabbasso e basso elettrico; Angelo Galli Pich: flauto traverso, aggeggi e cori; Samuel Elazar Cereghini: batterie e percussioni; Andrea Aloisi: violini e Francesco Andreotti: pianoforte e tastiere formano l’ensemble “Sulutumana”. Tutti i componenti collaborano alla stesura delle canzoni in base alle loro diverse esperienze artistiche e musicali: nascono così le canzoni. “La Danza”: un esordio folgorante, trentacinque minuti, in cui stipate, come in una “sorta” di antologia, ci sono tutte le magie che la musica d’autore in Italia ha prodotto nella sua storia cinquantennale: da De André a Guccini, da De Gregori a Paolo Conte solo per citare primi che vengono in mente. Se chiudo gli occhi e ripenso alle canzoni di questo folgorante esordio “Pomeriggio”, “La danza” “Ribes” ed altre mi vien in mente un tessuto prezioso, un ordito fatto di piccole perle, uno scrigno pieno di gioielli. Musica che trascina verso altri mondi, con tutto l’ensemble coi flauti e le fisarmoniche che suonano canzoni in una commistione fra etnico e folk strizzando l’occhio a tutta la tradizione della canzone d’autore italiana. “Di segni e sogni” del 2003 è un taccuino di poesie, delicate e malinconiche, rime a volte scontate ma incastonate in quel suono dei Sulutumana inconfondibile e speciale, intruglio intricato di strumenti tradizionali e ritmi e melodie con tanti piccoli monili e gemme preziose. Dopo la raccolta “Angeli a perderei” del 2004, nel 2005 esce “Decanter”. Il decanter è un contenitore di vetro che serve a far ossigenare il vino di modo da ridargli quelle caratteristiche che la costrizione in bottiglia gli ha tolto. Questo disco dei Sulutumana, infatti, ha bisogno di tempo, di diversi ascolti per aprirsi del tutto. È molto meno immediato dei dischi predenti e si ha come l’impressione che si tratti di un disco di transizione, in tutti i sensi: transizione intesa come variazione di riferimenti e di stile, ma anche di spostamento vero e proprio.
Il movimento è infatti al centro di gran parte dei brani e non è casuale che il disco si apra e si chiuda con due pezzi legati al viaggio. “Anam-Ji” ispirato da un libro di Tiziano Terzani, mentre “Antemare” ha un testo adattato dalle Metamorfosi di Ovidio, come a dire che viaggio fisico e viaggio interiore sono un tutt’uno. Questo disco possiede altre coordinate musicali: il gruppo si allontana ulteriormente dal folk che caratterizzava soprattutto il primi lavori, virando verso una canzone d’autore che utilizza stili variegati. Decanter è un disco sul viaggio visto da molteplici punti di vista. Sembrano scomparse le piccole storie presenti nei due dischi precedenti, a favore di musiche e testi più complessi. Oltre al movimento, questo disco parla del trascorrere del tempo e l’importanza delle parole nella possibilità di superare la dimensione temporale stessa. Un disco che cresce ascolto dopo ascolto come del buon vino nel decanter appunto migliora con l’ascolto. Sempre nel 2005 è la volta di “L’incredibile meravigliosa storia di Prinsi Raimund” che nasce dal repertorio musicale e popolare piemontese, da fatti di cronaca di due secoli fa. Una “sorta” di vicenda Shakesperiana narrata in dialetto, usando le parole dell’autore Giuseppe Adduci: “come a dire che ci sono degli archetipi intorno a cui le storie, e quindi le vicende del mondo, ruotano, assomigliandosi. Le stesse storie perciò, anche senza trasmissione orale, si trovano sotto forma di canti sia al nord che al sud d’Italia, e in molti altri luoghi del mondo”. E’ del 2008 invece l’ultimo album “Arimo”. Il termine Arimo è un’abbreviazione di arimortis. Il modo di dire ricorda l’uso latino delle arae mortis, gli altari della morte, elevati al termine della battaglia per onorare i caduti. Una indicazione sacra di tregua rimasta ormai solo nel linguaggio dei bambini, oppure usando le stesse parole dei Sulutmana: “Arimo è una formula magica che usavamo da bambini giocando a nascondino e ad altri giochi di strada e di cortile: quando questa parola veniva detta a voce forte e chiara da qualcuno ci si aspettava sempre qualcosa di buono: una tregua, una pausa per riprendere fiato e rimettere ordine nel caos del gioco”. “Arimo” è un disco che mette un punto va a capo per ritornare da dove tutto era iniziato ossia da “La danza”, un disco fuori dal tempo che fa correre piacevoli brividi lungo la schiena, come la pioggia primaverile: i Sulutumana vanno avanti tornando indietro!

Nati nel 1989, nei primi anni di attività si sono cimentati come cover band interpretando alcune canzoni del repertorio di cantautori italiani ed internazionali ed hanno iniziato ad ottenere i primi riconoscimenti fra cui un premio in memoria di Lucio Battisti e poi la Targa Tenco. Nel 2001 esce il loro primo album autoprodotto “La danza”. Grazie a uno dei brani in esso contenuto vincono il premio speciale del periodico musicale “L’isola che non c’era” durante il concorso per la canzone d’autore “I Migliori che abbiamo”, patrocinato dal Comune di Genova e dalla Fondazione Fabrizio De Andrè. Nel 2003, invece, è la volta dell’album “Di segni e di sogni”, ancora una volta autoprodotto, che contiene dieci nuove canzoni. “Angeli a perdere” che contiene fra l’altro la versione rivista di “Ribes” nella quale mi sono imbattuto. Sempre nel 2004 i Sulutumana incidono un album di canzoni popolari “Prinsi Raimund” frutto della collaborazione con l’attore Giuseppe Adduci. Nel 2005 esce “Decanter”, mentre successivamente, grazie all’incontro con lo scrittore Andrea Vitali nasce una florida collaborazione, che porta anche alla composizione di numerose canzoni che fanno parte dell’album “Arimo” del 2008. Il gruppo vanta diversi coinvolgimenti in ambito teatrale: “Volti”, su testi di Erri De Luca, “Pianoforte vendesi”, tratto da un racconto inedito di Andrea Vitali, “La farfalla sucullo”, di e con Giuseppe Adduci ed infine “Canti e Racconti”, di Sulutumana e Andrea Vitali.

Mariano Lizzadro

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