SCRITTORI & SCRITTURA – Incontro con Fernanda Ferraresso [23]

Viaggio dentro i ‘paesaggi interiori’ di 25 scrittori italiani
(rubrica settimanale a cura di M.P. Ciancio – XXIII appuntamento)

ferni

Scrivere è un atto solitario, intimo e privato. Ci vuoi raccontare che senso ha per te la parola scritta e come vivi il rapporto della scrittura con l’altro e con il mondo esterno?
Questa settimana è nostra ospite Fernanda Ferraresso (detta anche Ferni) che ci racconta così il suo rapporto  magnatico e viscerale con la scrittura e le parole:

Scrivere, per me, è porsi davanti al proprio limite, percepito nettamente come un mare vasto, dunque un luogo, un luogo liquido, senza referenti o riferimenti ed è imbarcarsi, prendere il mare. Che poi il mare sia azzurro profondissimo, d’acqua o aria, o sia densità del rosso, del sangue, non è  importante, ogni parola si fa legno, pregno di quel mare. Ed è proprio il mare che  mi mette in comunicazione con l’elemento liquido più intimo e più intimamente mi riconduce agli estremi dell’essere, ancora prima che compaia sulla scena. Mi riferisco al ventre materno, e poi oltre, con la nascita anche la morte, come l’altra riva dello stesso mare, o dello stesso ventre. Dovunque mi muova, in qualunque direzione, che non è ai cardinali dell’orientamento, ma è dentro, sotto- sopra- tra, che sono ulteriori paesaggi o passaggi, ci sono sempre questi es(t)remi. Nella mia piccola imbarcazione i legni sono le ossa, le giunzioni tendinee i fasciami, le vele sono le tante percezioni tattili, olfattive, sonore, visive. Scrivere, in poche parole, è mettersi in disarmo, come persona, come identità, come architetto e progettista, programmatore della propria vita, accettando di  ricostruirsi come una barca fatta d’acqua, o che fa acqua, da tutte le parti, restando in alto mare. Gli scritti si fanno, in questo modo, cancel-labili, non sono la parte fondamentale del viaggio. Il viaggio è il movimento da cui si è stati at-tra-versati, proprio come i liquidi. Questa decisione di mettere il trattino tra le sillabe, in una specie di lallazione della parola, dopo averla frantumata, come se l’avessi spezzata in bocca, per mezzo della LINGUA, è un porgere la corda a chi è naufragato nel senso chiuso, concluso, di un significato senza movimento, sterile, morto, non solo mortifero o mortale per chi in sé pro-nuncia qualcosa che è suo, una specie di avvistamento di una terra lontana, da parte di chi è appunto in alto mare o si sente di essere lui stesso un alto mare. Le parole pietre affondano, in quel mare, sono  il canto perduto. Per essere mare devono subire la continua soluzione della scrittura delle onde, movimento senza sosta, continuo avvicendarsi di vita e morte, in un respiro senza fine che ci lega al cosmo, cioè dilata la scrittura, ma allo stesso tempo la scioglie, la dis-fà.

“ Senza parola scritta non c’è storia” dice Maria Zambrano e aggiunge che “le parole vere non permangono e basta, si accendono e si spengono, si riducono in polvere e ricompaiono intatte”.

Cercare il canto perduto delle pietre cadute, le parole dette senza  s-balzo o sobbalzo o capriola dell’onda sulla riva del mare, le parole  sul fondo del mare del linguaggio, significa per me cercare il suono profondo che ha segnato, scritto dunque, lo strappo, l’attimo di una creazione della terra e dell’uomo, anche lui pianeta, in cui quelle parole d’ombra sono state  espropriate all’universo, e sono nate, predisponendosi a morire e così a rinascersi. Credo che il testo inedito che porto, riesca a visualizzare quanto ho cercato di dire sino a qui e dica altresì, sinteticamente, ciò che significa relazione con il mondo e con l’altro, attraverso la scrittura o, meglio, il suo segnare /segnarci/segnarmi.

La sciolsi da me

la deposi sul filo dell’acqua
senza considerare la corrente
la furia di quelle lame
tra la roccia dei graniti
la memoria la squarciò
tagliò le gambe le braccia
la bocca schizzò solo sibili
rimase in equilibrio a mezz’aria
tagliata con il ventre aperto come se
di punto in bianco
nella pagina di un nuovo immenso silenzio
avesse potuto partorire una verità
assoluta
come se avesse potuto assolversi
come se la storia avesse potuto stare lì
tra quelle interiora massacrate
vocabolario di miserie e nefandezze mai sillabate
in cataloghi di alcuna lingua.
Deglutii
la lasciai morire
lasciai che in me
ritornasse sangue.

[giugno 2009]

NOTA

Fernanda Ferraresso  è nata a Padova dove vive e lavora.

Ha pubblicato ‘Migratorie non sono le vie degli uccelli’ (Il Ponte del sale 2009), è presente con un brano di  prosa in ‘LUCE E NOTTE – Esperienza dell’immagine e della sua assenza”‘ curato da  Anna Maria Farabbi e Lucia Gazzino (Lietocolle 2008),  è presente in ‘Ombre come cosa salda lettura del  canto VIII del Purgatorio dantesco’-( Collana La Bella Scola, Il Ponte del sale 2009), per la stessa collana ha collaborato alle illustrazioni dell’Inferno dantesco. Alcune partecipazioni a raccolte antologiche di Aletti e alla rivista on line VDBD con suoi articoli.

Ha partecipato ad alcuni  concorsi, vincendo il ‘Rabelais,?nel 2007 (vincitrice assoluta),  nel 2006 l’ex-equo ‘B. Brecht’; è  inoltre  tra i finalisti del premio ‘Teramo’98’.

Insegna presso l’Istituto d’arte di Padova, in precedenza presso il Liceo Artistico di Rovigo, attraverso il quale ha avuto modo di occuparsi di teatro e allestimenti scenografici.

Laureata in architettura presso l’IUAV di Venezia, si occupa di progettazione e grafica .

Cura, per la casa editrice  Il Ponte del Sale, il blog CARTESENSIBILI. Suoi testi si trovano in rete in molti siti che si occupano di poesia e letteratura.

(foto in alto, Fernanda Ferraresso)

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7 risposte a “SCRITTORI & SCRITTURA – Incontro con Fernanda Ferraresso [23]

  1. ferni è Donnartista di cui condivido antica e preziosa Amicizia oramai da tempo e che ho sempre trovato stimolante e audace nelle proprie scelte linguistiche fatte di profondissime conoscenze delle strutture grammaticali, sintassigrammatica, e osservanza alla disciplina compositiva per poi volare alta per contraddirle con ironica determinazione; ferni si pone nel suo viaggiare fecondo lungo la scia omerica del “viaggio di ritorno”, un po’ quale ulisse_femmina, e traccia il suo eterno peregrinare di versi alati e liquidi, uterici e sanguigni: passionalità sapphica direi.. non a caso scrisse una stupenda lirica filtrata dal suo modo di vedere e/o percepire un mio pezzo timbrico a sua volta generato da una mia lettura da sappho.. un grande abbraccio congiunto a mapi, a ferni.-.
    r.m.

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  2. Ringrazio Maria Pina Ciancio, ospite e voce che sento davvero vicina, compagna nel viaggio. Mi auguro che ci incontreremo, magari presto, in una terra che abbia profumo e sostanza tangibile, con cui nutrire la festa dello stare insieme. Ringrazio anche Roberto che mi loda ormai come un’allodo-letta e riletta nei sui segni, di-segni di una pratica comune:la visionarietà. Un abbraccio ad entrambi e un caro saluto ad Antonio.ferni

    PS: in Cartesensibili, in una specie di doppia presenza, in uno riflesso sullo specchio dell’acqua di questi luoghi, c’è “Storie minime” di Maria Pia, di cui ho presentato proprio oggi il mio attraversamento. A presto e ancora una volta grazie della condivisione.f

    http://cartesensibili.wordpress.com/2009/06/30/storie-minime-maria-pina-ciancio/

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  3. Sono sempre felice di ospitare Fernanda, per l’onestà, la serietà e la sapienza con cui ‘sente’ la parola, la rende partecipe e sa farne dono. Non faccio sintesi di questo scritto, perchè non occorre, riporto semplicemnete con fedeltà, uno dei concetti dell’intervista, da me fortemente condiviso: “Scrivere, in poche parole, è mettersi in disarmo, come persona, come identità, come architetto e progettista, programmatore della propria vita, accettando di ricostruirsi come una barca fatta d’acqua, o che fa acqua, da tutte le parti, restando in alto mare”.

    Un abbraccio, con un grazie a tutti e soprattutto a Ferni (per ciò che sa) Mapi

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  4. nell’intervista ci sono punti che penso mi servano a capire meglio, a tentare di attraversare la poesia di Fernanda che osservo, ascolto, leggo ad alta voce, a volte, da diverso tempo.
    Mi piace molto il concetto, l’antitesi che lei pone tra le parole pietre che affondano e le parole-onde, in movimento senza sosta.
    E’ in questa continua navigazione, in questo viaggio perpetuo tra luci e ombre che trovo un’arma per nascere e rinascere

    un caro saluto a Mapi

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