9. La tenue delicata malinconia di “Mare Nostrum”

© RUBRICA “SGUARDI E ASCOLTI DAL MONDO” a cura di M. Lizzadro

Jan_Lundgren_bwAscolterei per ore ed ore “Qu’ rest t’il de nous amor” di Charles Trenet senza mai stancarmi,  figurarsi poi in una versione jazz come quella contenuta in “Mare Nostrum” di Richard Galliano, Paolo Fresu e Jan Lundgren del 2008. Il Mediterraneo come luogo di incontro di popoli e culture diverse ma anche come punto di partenza per esplorare territori sconosciuti, questa pare essere la metafora che sottende “Mare Nostrum”, album che vede l’esordio di un inedito trio jazz: il trombettista sardo Paolo Fresu, il fisarmonicista francese Richard Galliano e il pianista svedese Jan Lundgren. Tre mondi diversi, tre strumenti diversi si sono magicamente incontrati in un album dalle sonorità tenui, delicate e malinconiche. Dato che il jazz è anche apertura e confronto con altre culture musicali, quest’album è fatto di melodie che vengono da tradizioni e stili differenti. La bellissima canzone francese di un brano immortale di Charles Trenet evocatrice di visioni filmiche di Truffauttiana memoria, il folklore svedese, la musica di Maurice Ravel, alcuni brani della tradizione brasiliana di Tom Jobim e Vinicius De Moraes, così come le composizioni originali, tutto unito e fuso in un disco gradevole e molto bello. La varietà e la ricchezza di “Mare Nostrum” consiste in un’invenzione di grande fascino ed armonia: una miscela di jazz con una sfumatura di contemporaneità che forse ci offre l’immagine di un attualità in cui il jazz si fonde non confondendosi, ma arricchendosi con altri stili, altre tradizioni musicali. “Mare Nostrum”, come già detto, è l’incontro tra la tromba di Paolo Fresu, da decenni uno dei più grandi artisti jazz internazionali che coltiva incontri e collaborazioni in tutto il continente pur mantenendo un forte legame con la sua Sardegna, il fisarmonicista Richard Galliano, francese, la cui musica unisce jazz, tango e valzer e il pianista svedese Jan Lundgren che intesse influenze contemporanee e classiche, folclore scandinavo e jazz. Musica che privilegia i chiaroscuri timbrici. La mancanza del basso e della batteria rende la musica di “Mare Nostrum” rarefatta e sospesa, per cui sembra quasi che le composizioni siano crepuscolari e dotate di quella tenue e delicata malinconia che a volte è una delle caratteristiche dei più grandi capolavori della musica jazz, ma dell’arte in generale.

Richard Galliano è nato a Cannes il 12 dicembre del 1950. Fin da bambino ha studiato piano e fisarmonica col padre Luciano Galliano fisarmonicista italiano. Dopo un lungo e intenso periodo di studio con lezioni di trombone, armonia e contrappunto all’Accademia di Musica di Nizza, a quattordici anni, nella ricerca di una espansione delle sue idee sulla fisarmonica, ha iniziato ad ascoltare la musica jazz ed è rimasto impressionato dal trombettista Clifford Brown, dal quale ha preso numerosi spunti. “Ho iniziato ad inoltrarmi in questo campo ed uno dei miei insegnanti, Claude Noel, un ribelle della fisarmonica, ho speso gli anni della mia adolescenza cercando i dischi dei più grandi fisarmonicisti moderni in un momento in cui tutto ciò che potevi trovare nei negozi erano i fisarmonicisti tradizionali. Volevo suonare in una maniera diversa. E sapevo che questa maniera esisteva negli Stati Uniti ed in Brasile”, come confiderà lo stesso Galliano molti anni dopo. Dopo anni di studio e di apprendistato, nel 1973 è andato a Parigi, dove ha incontrato il cantante Claude Nougaro. Per tre anni ha ricoperto il ruolo di direttore d’orchestra, arrangiatore e compositore per quell’orchestra, come affermerà molti anni dopo lo stesso Galliano: “Un ‘orchestra come la Nougaro ha lasciato in me un segno. Con lui ho imparato specialmente l’importanza della melodia. Ora, quando compongo immagino di scrivere una canzone, anche se le mie musiche sono sostanzialmente strumentali”. Dopo Nougaro c’è stato l’importante incontro con il grande Astor Piazzolla, di cui sempre lo stesso Galliano ha detto: “Astor Piazzola mi ha guidato e mi ha aiutato a capire la necessità di ritrovare la mia identità. Fino alla sua morte siamo stati inseparabili. Mi ha aperto gli occhi e mi ha donato l’assoluta padronanza di questo strumento musicale che ha attraversato tutti i cambi delle mode, le passioni, e sofferto tutti i tipi di emarginazione”. Dunque Richard Galliano, erede diretto di Astor Piazzolla, interpreta, compone ed orchestra musica che appare come una mescolanza di tango, valzer, musica alla Bill Evans, improvvisazioni alla Keith Jarrett e reminescenze di Charlie Parker e John Coltrane, il tutto suonato con un piacevole gusto. Uno dei maggiori meriti di Richard Galliano è la sua originalità; il sintetizzare tutte queste esperienze in una musica europea costruita da improvvisazioni jazz e da una gran quantità di tradizione mediterranea. Un’altra peculiarità è il suo modo di adoperare la fisarmonica ed il bandonéon, strumenti musicali poco maneggevoli che hanno sempre avuto vita dura nel jazz e nella musica colta. Per anni, la fisarmonica è stata relegata al rango più basso della musica popolare , nelle mani di Galliano la popolare fisarmonica ha acquisito la policromia di un’orchestra e poi il tono intimistico della musica da camera.

Paolo Fresu è nato il 10 febbraio 1961 a Berchidda, in Sardegna. Ha iniziato lo studio della tromba all’età di undici anni nella Banda Musicale “Bernardo de Muro” di Berchidda, per appunto suo paese natale. Dopo varie esperienze di musica leggera ha scoperto la musica jazz nel 1980 ed ha iniziato l’attività professionale nel 1982 frequentando dapprima i “Seminari Senesi” e registrando quindi per la Rai sotto la direzione di Bruno Tommaso. Si è diplomato prima come Perito Elettrotecnico a Sassari, poi nel 1984 in Tromba presso il Conservatorio di Cagliari e ha frequentato successivamente la facoltà universitaria “Dams “ sezione musica presso l’Università di Bologna. La sua attività discografica vanta oltre trecento dischi e quella concertistica oltre duemila concerti. Vive tra Bologna, Parigi e la Sardegna.La banda del paese e i maggiori premi internazionali, la campagna sarda e i dischi, la scoperta del jazz e le mille collaborazioni, l’amore per le piccole cose e Parigi. Un personaggio singolare Paolo Fresu che è riuscito a trasportare il più profondo significato della sua magica terra nella più preziosa e libera delle arti, la musica. Non serve a nulla enumerare tutte le sue incisioni, tutti i premi che ha vinto e le esperienze varie che lo hanno imposto a livello internazionale e che fanno amare la sua musica: dentro al suono della sua tromba c’è una linfa magica in grado di rivoluzionare il jazz europeo, la profondità di un pensiero non solo musicale, la generosità che lo vuole nel posto giusto al momento giusto ma, soprattutto, l’enorme ed inesauribile passione che lo sorregge da sempre. Turbinosa, onnivora e creativa questi i primi aggettivi che mi vengono in mente per tentare di descrivere la musica di Paolo Fresu. Fra le numerose esperienze musicali di Paolo Fresu vanno annoverate quella col suo storico quintetto, quelle in duo con Uri Caine, quelle col quartetto “Devil” e la collaborazione con Carla Bley e Steve Swallow. Degni di nota sono anche i progetti con alcuni grandi nomi del mondo letterario e teatrale italiano: Ascanio Celestini, Lella Costa, Stefano Benni, Milena Vukotic poi anche collaborazioni per colonne sonore di importanti film. Anche se sarebbe un errore dimenticare le strizzatine d’occhio verso la musica classica con quartetti d’archi

Jan Lundgren è nato a Kristianstad in Svezia. Ha cominciato a prendere lezioni di pianoforte a cinque anni e dopo quasi un decennio di formazione pianistica classica ha scoperto il jazz, sua grande passione fin dal primo momento. Dal 1986 al 1991 ha studiato al Royal College of Music di Malmoe e in quegli anni ha iniziato la sua carriera da musicista professionista. Il suo talento è stato scoperto dal leggendario sassofonista Arne Domnerus. Nel 1994 è uscito il suo album d’esordio “Conclusion“. Negli anni a venire l’orientamento musicale di Lundgren non ha lasciato spazio a dubbi: la sua abilità trova massima rispondenza nel linguaggio del jazz. Nel 1997, “Swedish Standards“ è stato premiato come miglior album jazz dell’anno. Negli Stati Uniti ha registrato numerosi altri album.

Mariano Lizzadro

(foto in alto, Jan Lundgren)

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