(DEI) POETI – Ballata beffarda di Gina Labriola

C a l a m i t à     i n n a t u r a l i

(seconda parte)

Due paesi, uno di qua, uno di là dalla montagna, uno ad est, l’altro ad ovest.
Una riunione di sindaci disperati: ad est, un’invasione di cavallette affamate, ha distrutto il raccolto, ha rosicchiato gli alberi, ha segato le radici.
Ora attaccano le case, cominciano a rodere il tetto, si mangiano le finestre: in una notte sola, hanno sbocconcellato perfino il campanile.
Ma dall’altra parte della montagna, ad ovest, un’altra calamità.
Famelica, un’orda di poeti, ha distrutto il raccolto, ha rosicchiato gli alberi. Sembrava neve in agosto, un mare di carta ha sepolto il villaggio. Fogli di carta, con cacatine di mosche.
Declamano, fanno a gara a chi grida più forte, ognuno cerca di coprire la voce dell’altro, di giorno e di notte.
Con una metafora tra i denti, come uno stecchino, passeggiano con la pancia piena d’aria, e mangiano, mangiano…
Spostano tutto, cambiano tutto, capovolgono tutto… ma nessuno li ferma?
Hanno avvertito i pompieri, la polizia, i carabinieri.
Macché! I pompieri si son messi anche loro, a scrivere col fuoco lettere d’amore! Ai carabinieri, poi, non pareva vero!
Ci sono femmine poeti (più terribili dei maschi, ancora più affamate e più ciarliere): hanno sedotto i carabinieri, e ora anche loro (“nei secoli fedele”) parlano in rima. Anche nella Benemerita, si scoprono talenti.
Più seria, la polizia, ha dichiarato che non è affar suo: finché non ci scappa il morto…
Ci vorrebbe l’esercito!
Abbiamo nascosto le nostre donne, ma loro le hanno stanate, hanno inventato scale di corda, e poi serenate, sviolinate. Fanno credere belle anche le racchie, non c’è n’è una che non ci caschi.
Una soluzione ci sarebbe.
Quale?
Dare le locuste in pasto ai poeti! Un cibo antico, per gente spirituale…
Buona idea. Ma non sarebbe meglio dare i poeti in pasto alle locuste?
Dobbiamo mettere la decisione ai voti.
Ma mentre discutiamo, sarà distrutto, ad est, il paese al di qua della montagna.
Mentre litighiamo, del paese ad ovest, non rimarrà che una montagna di carte, in fiamme.
Sciocca paura la vostra! Non avete capito nulla! Ma non vedete? Feroci, si divorano tra loro.
Come i pesci, i grandi si mangiano i piccoli? E i piccoli i più piccoli?
Sì, però, non si sa bene quali sono i piccoli, quali i grandi. Più sono piccoli, e più somigliano agli squali, rubano, squartano, divorano, gridando:
« Io, io, solo io! Il più grande! Il Vate! Il principe dei poeti! Il poeta dei principi…. »
e giù parole, concerti di trombe, e rabbia. Qualcuno si nasconde nei cassetti, e quando è ben spolpato dalle tarme, esce fuori: un fantasma con teschio e tibia, e gli fanno un bel monumento funebre con lenzuolo al vento.
Si divorano, lo vedete? Un mucchio di ossa spolpate, un falò di carta manoscritta, stampata, ciclostilata, fotocopiata, riciclata, accartocciata…
Sì, ma ne vengono fuori altri, da tutti i buchi, gli anfratti, le soffitte. Più ne muoiono, più ne rinascono, e sempre più tronfi, sempre più ciarlieri, sempre più affamati.
E le donne, poi! Sembra si partoriscano da sole, si moltiplicano, e più sembrano languide con sviolinate d’amore, più solo feroci:
« Quell’amore è mio! Mia la gloria! »
e via con i fegatelli arrosto avvolti nell’alloro.
Non c’è da aver paura. Trovano sempre uno più furbo che l’uccide, lo deruba e lo divora. Poi ne restano pochi, molto pochi, quelli che a furia di inghiottir aria, parole, e cadaveri rivali, ingrassano, ingrassano, e si fanno intorno…
…Ho capito, un bozzolo, come i bachi da seta…Un filo?
Sì, ma il filo si pietrifica. E allora gli fanno un monumento e lo danno in pasto ai bambini delle scuole che gli sputano addosso la merendina.

un inedito di Gina Labriola

[I° parte:  Poeti lucani]

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