IL RACCONTO/ Storie nostre di Carlo Calza

«Storie nostre di Carlo Calza, Arduino Sacco Editore 2008»

I racconti di Carlo Calza oscillano in un arco temporale che corteggia eventi precedenti e successivi alla seconda guerra mondiale attraverso uno stile asciutto ma incisivo, l’autore descrive una galleria di personaggi originali che recitano abilmente nello scenario delle terre lucane.
Questo libro contribuisce a tener viva la memoria regionale del nostro paese narrando storie che sollecitano e arricchiscono i ricordi dello stesso lettore- F. Angelini (dalla quarta di copertina)

*

proponiamo qui la bella lettura di un racconto di  Carlo Calza “Gli anarchici” che nel 2007 è stato pubblicato come inedito su lucaniart.
fonte http://lucaniartscritture.blogspot.com/2007/01/gli-anarchici.html

Gli anarchici

Alessio G. punito per la sua acclarata militanza anarchica, a quaranta anni, aveva dovuto lasciare l’Emilia per la Basilicata.
Fu mandato ad insegnare in una scuola di montagna, in una zona tra le più impervie e pressoché irraggiungibile durante i mesi invernali.
Il primo ottobre raggiunse la sede: un villaggetto posto su un altopiano di argille franoso, da un lato a strapiombo su un ampio e profondo vallone, riarso dai soli estivi, ingiallito dalle stoppie aduste, con rari mandorli e qualche ulivo saraceno che ostentava alla luna le sue drupe verdi, lucide, ancora acerbe.
Le case distanti l’una dall’altra, collegate da sentieri che le piogge trasformavano in abbondanti rigagnoli.
Per raggiungere il paese occorrevano più di due ore. Il sentiero, in parte nel bosco, per lunghi tratti si snodava per balze rocciose e c’era l’Acqua nera da guadare: un torrente all’apparenza innocuo, in magra lento e a tratti melmoso, ma brutta bestia se diventava cattivo con le sue piene improvvise. Si diceva in giro che pure le serpi assetate, se ne rimanevano a distanza.
Una volta aveva travolto un contadino, l’asino su cui era a cavallo e la capra legata al basto. Li trovarono senza vita, impigliati a valle tra i rovi della stretta.
La scuola: una stalla per buoi, sgombrata e ripulita alla meglio, semibuia anche a mezzogiorno, fornita di sedie spagliate e tavolini sbilenchi.
Al piano superiore l’alloggio del maestro: uno stanzone, collegato all’aula da una scala a pioli. Una branda, un tavolo con due sedie, un bacile sul suo sostegno di ferro arrugginito ne costituivano l’arredamento.
Il fumo di decenni ne aveva annerito le pareti fino al punto da rendere inutile ogni tentativo di biancheggiarle. Al centro un’enorme camino fuligginoso ai lati del quale due finestre sgangherate con i vetri appannati da una patina grigia di decenni tentavano di far filtrare un po’ di luce.
Nella strada, a un paio di metri dalla porta di ingresso, sotto una tettoia di tegole una sorgente di acqua potabile.
In due mesi, il maestro si era visto in paese due o tre volte. Era venuto giù di domenica per comprare il necessario, evitando ogni incontro.
E ritornò anche il giorno dell’Immacolata.
Dopo aver fatto le solite compere: viveri, sapone, fiammiferi, sigarette, si fermò dal barbiere per mettere in ordine capelli e barba.
Se ne stette per tutto il tempo in perfetto silenzio, sicuro che in paese nessuno sapesse della sua vicenda.
Invece, appena uscito dal salone, gli si accostò un signore alto, magro, elegante nel cappotto nero doppio petto, con la barba folta e curatissima, occhiali pinces-nez, catenina di argento a reggere l’orologio che gonfiava il taschino sinistro del gilè e cravatta a fiocco di seta nera.
“ Che freddo stamattina, signor maestro, che ne dite di prendere una tazza di cioccolata calda al caffè qui di fronte ? Mi fate l’onore di accettare ? ”
Alessio dapprima restò interdetto, quindi gli porse la mano:
“ Sono Arnaldo Terranova…il sarto del paese, ho il mio laboratorio là, in fondo alla piazza “ e indicò con l’indice della sinistra un portoncino verde, quindi si avviò con passo spedito verso il caffè, riparandosi le guance con i baveri del cappotto,
“ Mi chiamo Alessio .” rispose il maestro, mentre lo seguiva, calcandosi il cappello che il vento tentava di portargli via.
Entrarono, occuparono un tavolo nel fondo, Arnaldo ordinò la cioccolata quindi, sottovoce, passando subito dal voi al tu:
“ La penso come te. Di te so tutto, d’altra parte, in paese, tutti sanno chi sei e perché dall’ Emilia sei venuto a finire in questo purgatorio, per non dire inferno. Ma non preoccuparti, non sei solo.”
Alessio non seppe cosa rispondere, riuscì a dire solo “ Grazie ! “ tra un sospiro e un altro.
Si alzarono dopo poco, Arnaldo pagò e sulla porta del caffè, battendogli la mano sulla spalla, riprese: ” Se avrai bisogno, vieni a trovarmi, compagno!.”
Alessio ringraziò di nuovo e, dopo una lunga stretta di mano, prese la via del ritorno.
Arnaldo lo seguì con lo sguardo fino a quando sparì dietro l’angolo della chiesa.
La vigilia di Natale, a metà mattina, mentre si preparava ad uscire, Arnaldo sentì bussare piano alla porta, un colpetto quasi impercettibile. Aprì, era Alessio.
“ Ciao, entra ” e se lo tirò dentro richiudendo subito la porta.
“ Ciao Arnaldo ”.
Il vento gelido di quel giorno non consigliava di tenere aperta la porta neppure per un istante.
Entrarono nel laboratorio, Alessio si gettò su una poltrona stanco e infreddolito e girò gli occhi intorno: un ordine impeccabile regnava dovunque.
Un Crocifisso di legno scuro che pendeva dalla parete di fronte alla porta tra le due finestre attirò la sua attenzione. Si fermò a guardarlo per qualche secondo.
“ Te ne meravigli ? Sono anarchico come te, perché come te non credo nel disinteresse di chi governa, nelle leggi della moderna economia, nell’onestà dei più, specie dei potenti, ma credo in Lui, perciò ti do il buon Natale, buon Natale Alessio ”.
“ Anche a te: buon Natale , Arnaldo.” E si abbracciarono.
Ora lo sguardo di Alessio si era girato verso una tendina di cotone fiorata che nascondeva dal soffitto al pavimento l’angolo destro in fondo alla stanza. Al centro vi era cucito un foglio di carta da disegno, sul quale, in rosso sgargiante, era scritto in caratteri stampatello: QUI – RINALE. “ E’ l’angolo riservato a me ”. Spiegò Arnaldo ridendo, e rise finalmente anche Alessio e di cuore.
Tutto il magone che si portava dentro da tre mesi come d’ incanto stava scomparendo.
Rimasero insieme tutto il giorno, chiusi in casa, parlarono, parlarono tanto e la sera cenarono, brindarono alla vittoria anarchica, al fulgido avvenire dell’umanità che poteva solo tardare, ma non mancare.
Non era prudente riprendere al buio la via del ritorno e Alessio rimase anche la notte a casa di Arnaldo. Si coricarono, ma non dormirono. Parlarono, parlarono ancora e le prime luci che filtrarono dalle fessure delle imposte li sorpresero ancora in conversazione.
Dopo il caffè, si salutarono e Alessio ritornò ritemprato al suo stanzone freddo e affumicato.
A gennaio nevicò molte volte e ad Alessio non fu possibile tornare in paese.
Ai principi di febbraio, come capita sovente nei paesi, cominciò a circolare, segreto di tutti, una voce che doveva confermarsi veritiera.
Una sera, dalla corriera scese un signore anziano, bene imbacuccato, ma visibilmente infreddolito, con ombrello e borsa di cuoio che chiese subito di una buona locanda.
Qualcuno lo accompagnò alla sola esistente, dove prese alloggio.
“ Solo per questa notte” – specificò all’albergatore – e che il letto sia comodo e la stanza riscaldata. Tra un’ora cenerò, qualsiasi cosa andrà bene, purché sia bollente. E per domani mattina presto, avrei bisogno di una cavalcatura. Una mula quieta, condotta da qualcuno che sia pratico dei luoghi. Mi raccomando. ”
“ Certo! Qui in paese di mulattieri pratici della zona ce ne sono quanti se ne vogliono, non vi preoccupate me ne occuperò io “ assicurò l’albergatore.
“ Per il compenso, pagherò quanto mi sarà chiesto ” riprese il forestiero, mostrando tutto il suo ispido rigore.
Si ritirò quindi nella camera indicatagli dalla cameriera e, dopo un’ora, puntualmente riapparve nell’ingresso, visibilmente rinfrancato.
L’albergatore gli andò incontro, lo accompagnò in sala da pranzo al tavolo già apparecchiato e lo assicurò che l’indomani mattina un mulattiere sarebbe stato a sua disposizione con una mula, la più fidata. Gli servì la cena e si ritirò in cucina richiudendo la porta.
Il forestiero restò solo e iniziò a cenare con lo sguardo fisso nel piatto, come lo trovò alla frutta Arnaldo, avvolto sempre nel suo cappotto nero.
“Buonasera, ho qualcosa di importante da dirvi, di molto importante – gli disse avvicinandosi al tavolo – Permettete ? ”
Il forestiero alzò gli occhi restando fermo con la forchetta tra le dita.
“ Sono Arnaldo il sarto, l’unico amico del maestro emiliano qui in paese ” .
E tirò la sedia che stava di fronte al forestiero. La girò con la spalliera verso il tavolo, la inforcò a cavalcioni, si sedette e, guardandolo fisso negli occhi, anche se nella sala da pranzo non c’era anima viva oltre loro, con un fil di voce continuò :
“ Voi siete un ispettore scolastico, so perché siete venuto, siete venuto per recarvi domani mattina nella scuola di Alessio per procedere ad una ispezione e redigere comunque un verbale negativo, ma tanto negativo, da poter giustificare il suo licenziamento ”.
Il forestiero cominciò a guardarlo con apprensione.
“ Vi consiglio di non andarci – continuò ancora il sarto – Alessio sa che qualcuno vuole fregarlo definitivamente ed è male intenzionato. Non so, ma forse avete moglie… figli… La scuola si trova in una zona isolata, lontana da Dio e dagli uomini, la poca gente che vi abita domani mattina sarà al lavoro “.
Arnaldo diventava sempre più rosso in volto. E dandogli ora del lei in segno di sfida :
“ Accetti il mio consiglio, non ci vada ! ”
Poi, ficcandogli negli occhi il più terribile degli sguardi, si alzò e mentre rimetteva a posto la sedia, senza permettergli di dire una sola parola, gli disse ancora :
“ Non ci vada ! Non ci vada ! ”
Si riabbottonò il cappotto e andò via in silenzio come era venuto, soddisfatto della più grossa bugia della sua vita.
Trascorse la notte.
Al mattino il mulattiere era pronto all’appuntamento. II tempo minacciava pioggia, ma sprazzi di sereno pure apparivano e sparivano tra la nuvolaglia.
Il forestiero uscì dalla camera, andò incontro all’albergatore che già sfaccendava da tempo e pagando il conto gli disse:
“ Vista la cattiva giornata, ho deciso, di soprassedere al sopraluogo che avrei dovuto fare, ritornerò un’altra volta. E a voi – rivolgendosi al mulattiere – quanto devo per il disturbo ? “
“ Ma figuratevi, niente, niente, arrivederci ”. Il mulattiere andò via e il forestiero, tornato al tavolo dove la sera precedente aveva cenato, sorbendo lentamente un cappuccino, attese la corriera. (p.129)

Carlo Calza

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