11. La semplice e genuina genialità di Brunori Sas

© RUBRICA “SGUARDI E ASCOLTI DAL MONDO” a cura di M. Lizzadro

BrunoriE’ nata una stella nei pressi di Cosenza in Calabria. Un giovane cantautore, Dario Brunori, ex Blume con la denominazione di Brunori Sas si è messo in proprio ed ha composto un bellissimo album intitolato semplicemente “Vol. 1”. Ascolto dopo ascolto, questo disco cresce e ritengo superfluo fare i soliti paragoni con altri cantautori che pure sono abbastanza evidenti, Rino Gaetano su tutti. Sembrano semplici canzonette estive, ma in realtà sono affreschi di vita, ricordi di infanzia in cui come ascoltatore mi ci ritrovo. Parole e motivi semplici fanno da cornice ad un disco dalle tinte tenui e colorate al contempo. Una tavolozza in cui convivono sia il bianco e nero di un mondo passato che i colori della realtà attuale. A volte dinanzi alla bravura è meglio tacere, accovacciandosi ed ascoltando parole e canzoni davanti ad un immaginario falò su una spiaggia.
Propondo di seguito la bella intervista uscita nel mese di giugno su Rockit.it di Ester Apa a Dario Brunori:

Ti avevamo lasciato nel 2006 a Firenze, come terzo petalo dei Blume, ti ritroviamo dopo tre anni a Cosenza come unico “titolare” della Brunori S.A.S. Cosa ha segnato la fine di quel progetto e l’inizio invece di questa nuova società musicale in proprio?

Il progetto con i Blume si è purtroppo concluso per motivazioni differenti, alcune di tipo personale, che mi hanno portato a rientrare forzatamente in Calabria, vista la scomparsa prematura di mio padre e questo in qualche modo ha segnato la fine di quel percorso e l’inizio di quello attuale. E’ nato tutto in modo totalmente spontaneo, in un momento in cui tra l’altro io avevo interrotto l’attività musicale. Mi sono dovuto occupare di altro, ho dato una mano nella ditta di famiglia per un annetto e le canzoni sono nate così, come un gioco, una valvola di sfogo; sono state un modo per sdrammatizzare una situazione che mi vedeva catapultato completamente in un’altra dimensione. Ho dovuto lavorare nell’azienda che era di mio padre la Brunori S.A.S. e misurarmi forzatamente in cose che non avevo mai fatto prima. In quel momento in cui mi trovavo in una situazione complessa, difficile da gestire, le canzoni erano un modo per esorcizzare i cattivi pensieri. Solo quando sono iniziati ad uscire fuori un po’ di brani è diventato naturale riflettere sull’idea di fare un disco. Mi piaceva che il nome di questo progetto fosse proprio Brunori S.A.S perchè in qualche modo il lavoro del cantautore è simile ad una società di persone, non si è mai da soli, c’è sempre qualcuno che ti sta a fianco. Io ci metto la mia faccia ma poi ci sono diversi soci intorno.

Quale invece il punto di maggiore distanza fra Blume e Brunori S.A.S?

In questo nuovo progetto non c’è nulla di premeditato. Questo lavoro nasce senza un retro-pensiero e questa è probabilmente la principale differenza fra Brunori S.A.S. e i Blume, che erano al contrario un progetto con una linea tracciata abbastanza nettamente. “In tedesco vuol dire fiore” è un disco che si basava principalmente sulla ricerca, la cura dei suoni anche se gli stessi erano poi inseriti sempre nella forma-canzone: il valore aggiunto erano gli arrangiamenti, c’era un’idea precisa su come creare certe sonorità. Questo nuovo progetto invece è l’opposto, è un ritorno alla spontaneità assoluta, al mollare le redini. La differenza principale consiste sostanzialmente nell’approccio iniziale: tanto voluto, cercato, ponderato quello, quanto inatteso, improvviso questo.

Eri scappato via dalla provincia cosentina e ti ritrovi oggi a tornare in quei luoghi per rimettere radici. Il ritorno dopo la partenza è così impietoso?

Il mio ritorno è stato forzato, emotivamente necessario. Non pensi mai di poter avere a che fare con vicende così difficili che invece arrivano e ti travolgono. Quando sono tornato non c’erano pensieri particolari, ricostruzioni da fare, progetti in programma. Ho ritrovato grazie all’affetto di alcune persone e alla conoscenza di altre, un approccio musicale e vitale che era più vicino al mio mondo, al mio modo di fare musica, alla mia idea di semplicità. Un desiderio scevro da sovrastrutture intellettuali, vero, e contemporaneamente mi sembrava però che mancasse una struttura che convogliasse le splendide realtà musicali nate in questa terra negli anni in cui sono stato lontano. E allora mi sono detto che probabilmente l’esperienza accumulata negli anni in cui sono stato in Toscana, potevo metterla a disposizione degli altri, fare rete. Sono sempre stato amante della produzione e così ho deciso di realizzare un progetto di questo tipo proprio a Cosenza, il Picicca Studio. I limiti logistici, fisici sono oggi relativi. Avevo voglia di costruire e sono ripartito da qui.

Questo “Vol.1” è intriso di un certo immaginario anni 90: le passeggiate sul lungomare, le poesie di Baudelaire citate per conquistare la ragazza amata in un falò sulla spiaggia, le partite da calcio, le birre Peroni. Chi allora era poco più che diciottenne oggi ha superato i trent’anni e ha a che fare con una precarietà esistenziale, che allora non era pensabile. Il continuo ritorno a quel decennio passato è stato per te un modo per non pensare a questo futuro?

Gli anni 90 rappresentano la mia spontaneità, l’approccio alla musica in quegli anni, quello che ero quando strimpellavo la chitarra nei falò. In questo senso basta ascoltare “Guardia ’82” un piccolo manifesto esistenziale che fotografa l’ingenuità non solo verso la musica ma verso la vita in generale che avevo quindici anni fa. E’ la volontà di ritornare a suonare senza sovrastrutture, senza chiedersi quello che sarebbe venuto dopo, il semplice gusto di provare a fare delle cose e fantasticare su quello che sarebbe venuto dopo. Poi c’è un altro aspetto che è racchiuso invece in brani come “Italian Dandy” in cui ripercorro ironicamente l’immaginario del “vivere poetico e un po’ maledetto”, quello che sarei voluto essere dai 15 anni in su e non sono mai stato. Tornare a riflettere su quel passato è stato un processo immediato, durato la stesura di una semplice canzone. Molti dei pezzi non hanno riscritture, perché l’intenzione era trovare qualcosa che nell’immediatezza avesse un grande valore. Mi è venuto naturale subito dopo aver scritto brani che mi liberassero dalle problematicità del mio presente, ripercorrere le istantanee passate, per vedere cosa era rimasto di quegli anni e cosa avevo perso per strada. E’ un disco fortemente emotivo e l’emotività non ha bisogno di troppo tempo per uscire fuori, di razionalizzazione perché significherebbe formalizzare in modo eccessivo quel tipo di sensazione che sentivo dovesse rimanere pura. Nei mesi che hanno visto la gestazione di questi pezzi, la mia precarietà era legata soprattutto alla sfera emozionale, prima ancora che lavorativa. Quando mi rivolgo al passato dunque lo faccio con lo stesso spirito con cui si guardano le fotografie, senza rimpianti ma ricordando la piacevolezza di quei momenti, dimenticando per un momento la mole di responsabilità dell’oggi. Non è un modo per sfuggire alla mancanza di equilibrio di questo presente in generale e del mio nello specifico, ma affrontarlo recuperando un pò di quella leggerezza che crediamo perduta, la sensazione meravigliosa di chi non aveva un cazzo a cui pensare.

Questo album è spesso attraversato dalla parola popolare, che spesso fa rima con normalità. In “Nanà” canti della tua vita che non è speciale, in “Paolo” la storia di un ragazzo che cerca una moglie. In un tempo in cui tutti ricercano la diversità vera o di facciata, cosa ci si guadagna ad essere normali?

La parola “normalità” è assolutamente ricorrente nei brani, è vero, perché sostanzialmente coglie il momento in cui le ho scritte. A dirla tutta la mia vita non è mai stata particolarmente eccezionale, non ho mai vissuto da maledetto, né dovuto affrontare dissidi particolari. Non avrei potuto scrivere di cose diverse, sarei stato disonesto nei confronti di chi mi ascolta. C’è un rischio di banalizzazione del concetto di normale ma credo sinceramente che non sia obbligatorio per chi ha un certo tipo di sensibilità, di intelligenza lucida delle cose, arrivare forzatamente ad avere una visione nera della vita, per quanto naturalmente ci siano delle oscurità e dei nodi da sciogliere. Ci sono aspetti della normalità meravigliosi che è necessario cogliere e coltivare se non si vuole sprofondare un una voragine senza fondo: lo stare insieme, gustarsi un buon bicchiere di vino, vivere con la persona di cui si è innamorati. Questa non può e non deve essere il vivere banale. Si può stare bene e non considerare questo stato d’animo come un peccato. La diversità non va ricercata, né tantomeno costruita soprattutto se questa pratica deve essere rintracciata come un imperativo vincolante. E’ una delle mille sfaccettature in cui ci si può imbattere, non è l’attesa di una cosa che non arriverà mai, né l’invenzione di qualcosa che non esiste.

Anche i riferimenti cantautorali sono strettamente legati alla musica popolare italiana. Rino Gaetano, Ivan Graziani, Sergio Caputo ma soprattutto gli “urlatori” che infiammarono gli anni 60 del Belpaese: Modugno, Celentano. Cosa ti lega al loro racconto in musica?

Negli anni 80 da me si ascoltava il beat degli anni 60, era perciò naturale che si creasse con quei musicisti un legame musicale e oltremodo affettivo. Penso che in quel passato ci fosse una maggiore tranquillità nel modo di vivere la musica. Si scriveva canzoni con umiltà, in modo rilassato. Modugno ha scritto delle cose di una bellezza sconcertante, non cercando a tutti i costi di realizzare canzoni-manifesto, pezzi di completa rottura che dovessero necessariamente colpire un certo uditorio. Celentano, Caputo e lo stesso Rino Gaetano hanno nel loro percorso musicale creato pezzi notevoli dal punto di vista musicale e testuale, trattato tematiche sociali importanti ma nello stesso tempo hanno affiancato a quei pezzi le cosiddette “canzonette” che hanno per me un valore altrettanto nobile delle “Canzoni di protesta”. Di Ivan Graziani apprezzo il coraggio di mettere in musica colori diversi. E’ questo che mi accomuna a loro, la sincerità e l’idea che le persone non possano essere artisticamente di un solo colore.

Poi naturalmente c’è la provincia. Il ritratto che fai in “Vol.1” di Guardia Piemontese, non è carico di livore, come un amato che si rivolge all’amante soltanto rinfacciandole quello che non gli ha dato. Si sente invece la necessità di confrontarsi con quello che è stato, preferendo le tenerezze, i ricordi agrodolci.

Io sono nato in una paese piccolissimo che è Joggi e ho vissuto poi in un altro piccolo paese sulla costa tirrenica fino a 18 anni che è Guardia Piemontese. Quando stai in un posto di mare come Guardia, per tre mesi è come se il mondo ti venisse a trovare a casa. Capisci così che c’è altro oltre a quello che stai vivendo ed è una sensazione fantastica. Noi aspettavamo l’estate come stimolo alla curiosità assoluta. Poi arrivava settembre, la malinconia, la desolazione, le partenze e tu che rimani in un posto che cambia forma, si svuota lentamente. Se da un lato questa sensazione può essere amara, dall’altro però ti spinge a cercare nel posto in cui vivi degli stimoli forti. Se io faccio musica lo devo agli inverni di Guardia Piemontese. E così avevo la musica d’inverno e il mondo d’estate. Quando ho sentito la necessità di vivere tutto l’anno quello che vivevo nei tre mesi estivi sono partito via ma senza rabbia, dolore. Volevo provare a fare qualcosa che in quel momento non potevo fare nel mio paese e sono andato a Siena con un’idea precisa, non era il semplice gusto di andar via, quanto quello di realizzare un progetto che all’epoca non sarei riuscito ad attualizzare lì. I ricordi sono pertanto dolci, distesi, è una relazione d’amore fatta di cose scure ma anche di eventi splendidi e luminosi.

In Brunori S.A.S scompare totalmente il ricorso all’elettronica ambientale che deliziava i brani dei Blume e a farla da padrone è oggi, invece, il binomio voce/chitarra, unito poi a fiati gentili. Rimane invece il cantato, la scrittura in italiano. E’ una scelta voluta, cercata?

La composizione iniziale è stata assolutamente naturale, di getto. Parole che uscivano libere mentre strimpellavo la chitarra. In un secondo momento abbiamo poi deciso con Matteo Zanobini di mantenere quell’approccio genuino nella produzione. Non ci sono molti ambienti, riverberi finti. L’idea era quella di far restituire nel modo più fedele possibile il momento in cui scrivevo quei pezzi sul divano e farli ascoltare a chi era lì intorno. E’ tutto molto asciutto, non c’è nessun screening com’era stato fatto con i Blume sul suono elettronico. In seguito abbiamo deciso di avvalerci del contributo di due bravissimi musicisti, Mirco Capecchi e Manolo “Ribbon” (che sembra nominalmente un duo da balera) e siamo andati a registrare la maggior parte dei pezzi a Ponte a Egola da Luca Telleschi che ha suonato per un periodo la batteria nei Blume e ha risuonato alcune cose anche in questi pezzi, insieme a Matteo (Zanobini, che ha suonato il basso, il sinth e fatto insieme a me gli arrangiamenti. Poi ci sono altri pezzi registrati a Cosenza come “Guardia ’82” in cui partecipano i Camera 237 e gli Annie Hall in “Di così”, pezzo registrato l’anno scorso nel loro studio. E’ un disco itinerante, ci sono dentro un sacco di amici che hanno il mio stesso approccio alla musica.

La tua è un’altra via possibile di essere cantautori in Italia oggi. Non c’è quell’insana goduria per i rapporti che si consumano, la necessità di vomitare il dolore in faccia, gli anni zero, l’ironia per le piccole cose. E’ un terzo tracciato, fra le Luci della centrale elettrica e Dente. Quello che si racconta è sempre lo stesso presente visto però da angolazioni totalmente differenti. Ne “Il pugile” dici: “La devi smettere di darmi pugni, non sono mica un pugile. E si lo so che sei infallibile, che sei di ferro indistruttibile, mentre io sono un fiore”…

Spesso nei dischi che escono negli ultimi anni in Italia si convogliano molto più i pensieri, le sensazioni cattive che altro. Bruno Lauzi diceva “Io scrivo solo canzoni tristi, perché quando sono felice esco”. E’ normale, tanto quanto è più semplice che il pubblico si identifichi in un periodo così complesso con chi canta o descrive quelle brutture, perché facilmente la sensibilità è accompagnata ad una visione del mondo, straziante, malinconica. Questa è la realtà che stiamo vivendo, quello che abbiamo intorno è un disagio forte. Io ho dei colori differenti, una leggerezza che reputo importante e che credo abbia la stessa dignità della sua controparte. In questo momento è per me vitale ricercare bellezza e il gusto di alcuni lieto fine. Dopo alcune vicende personali negative, ho fatto una scala gerarchica dei dolori ed ho eliminato le pippe mentali. Provo a ricercare la serenità nelle cose deformi. Adoro la poetica di Ciampi ma auspico nello stesso tempo un approccio più aperto nella scrittura musicale di questo presente.

“Vol.1” è uscito il 21 giugno, giorno d’apertura dell’estate. Il disco è accompagnato da un canzoniere con tanto di accordi, come nella migliore tradizione della musica leggera italiana. Cosa augurarsi se non che questi pezzi vengano suonati in spiaggia, nei falò di tutta Italia?

Assolutamente si. Io sono un chitarrista da falò e questi brani si sposano perfettamente a quel tipo di atmosfera. Ho cercato per anni gli accordi dei pezzi che suonavo in spiaggia e così ho pensato che fosse utile per chi dovesse ascoltare questi brani e avesse voglia di suonarli a ferragosto, magari in ogni grande falò di Danielone (il falò più importante dell’anno a Guardia Piemontese).

http://www.youtube.com/watch?v=C6YoEazsGxA&feature=related

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4 risposte a “11. La semplice e genuina genialità di Brunori Sas

  1. Pingback: 11. La semplice e genuina genialità di Brunori Sas | Feedelissimo·

  2. Come Adamis ha fatto giustamente notare non ho citato la fonte dell’intervista nell’articolo su Brunori dandola per scontato. Mi scuso con tutti i lettori per questo qui pro quo.

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  3. quale curatrice del blog, sono amareggiata e mi scuso per questo disguido. ho già provveduto a citare la fonte dell’intervista all’interno stesso del pezzo di Lizzadro, anche attraverso un link di riferimento all’intervista originale.
    Cordiali saluti
    Maria Pina Ciancio

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