Con falce e libro in mano: Scotellaro e altri giovani

scotellaroNel 1954 Michele Gandin documenta a Tricarico il primo anniversario della morte di Rocco Scotellaro. Siamo nei luoghi dove già Gandin aveva realizzato nel 1953 Lamento funebre, per l’incompiuta Enciclopedia Cinematografica Conoscere, nella Lucania che Pasolini sceglierà per rappresentare la Palestina del Vangelo secondo Matteo (1964), con il suo Golgota contadino e le sue donne di lutto impietrito.

Il bianco e nero delle fotografie esalta lo stupore dei volti: sono immagini di silenzio e di rispetto, un muto lamento collettivo per lo scandalo ancora intenso di una morte “così ingiusta e improvvisa da non essere creduta vera dai contadini” (Carlo Levi) .

La morte di un giovane che Italo Calvino così descriveva:

«Era una testa solida il ragazzo di Tricarico uno di quei tipi che hanno sempre qualche idea loro da darti e qualche idea tua da farti germogliare in mente».

Perché Scotellaro non sia soltanto “buono da commemorare” ma soprattutto “buono da pensare”, occorre sottolinearne le caratteristiche che nel nostro presente appaiono più rare: egli ha un progetto, una speranza di cambiamento, come afferma Calvino, è un evocatore di idee. Portavoce e valorizzatore della propria cultura, Scotellaro non considera la civiltà contadina in una prospettiva metastorica pasoliniana:

Piange ciò che ha / fine e ricomincia. Ciò che era / area erbosa, aperto spiazzo, e si fa / cortile, bianco come cera, / chiuso in un decoro ch’è rancore / […] Piange ciò che muta, anche / per farsi migliore. La luce / del futuro non cessa un solo istante / di ferirci

Prospettiva successivamente ribadita da Pasolini nel 1974, un anno prima della morte, a Italo Calvino:

«L’universo contadino (cui appartengono le culture sottoproletarie urbane, e, appunto fino a pochi anni fa, quelle delle minoranze operaie…) è un universo transnazionale […] E’ questo illimitato mondo contadino prenazionale e preindustriale, sopravvissuto fino a solo pochi anni fa, che io rimpiango» .

Per Scotellaro questo mondo non è luogo di rimpianto per una perduta purezza ma spazio vitale e reale di riscatto dalle proprie condizioni di secolare sfruttamento. Egli auspica la presa di coscienza di una cultura portatrice di valori e capace di contribuire con la propria identità al mutamento sociale:

«La cultura italiana sconosce la storia autonoma dei contadini, il loro più intimo comportamento culturale e religioso, colto nel suo formarsi e modificarsi presso il singolo protagonista».

Non solo poeta ma generoso attivista politico, come ampiamente dimostra la sua biografia, inserito nella drammatica realtà della sua terra e del mezzogiorno in generale, Scotellaro partecipa intensamente alle lotte contadine. Il suo impegno non si limita all’ambito strettamente politico e organizzativo ma spazia in altri campi, con una alternanza di sguardi interni ed esterni che ne fanno un personaggio davvero unico nelle vicende di quegli anni. Esercita fascino sulla sua gente e nello stesso tempo attira l’attenzione di studiosi italiani e stranieri, la cui frequentazione si risolve spesso in fruttuose collaborazioni.

Negli anni ’50 il mezzogiorno è un campo privilegiato di ricerche sociologiche, antropologiche, economiche e Scotellaro in qualche modo assume un ruolo prezioso di mediatore e guida nelle realtà indagate. Entrano nella sua vita, come tutti sappiamo, figure significative (tra gli altri Carlo Levi, Manlio Rossi-Doria, George Peck, Friedrich G. Friedmann) e a sua volta egli entra nelle loro vite con la forza della sua giovinezza e del suo propositivo entusiasmo (“una testa solida”).

Gli “acini maturi, ma piccoli, in un grappolo di uva puttanella” (i contadini meridionali nel paragone di Scotellaro) divengono dunque oggetto di studio per molti, anche per Ernesto de Martino:

«È da qualche tempo che sto organizzando in Lucania spedizioni scientifiche per lo studio della vita dei contadini lucani e del loro mondo culturale […]. Abbiamo il nostro programma, i nostri itinerari, i nostri questionari».

In questa Lucania esplorata “scientificamente”, raccontata letteriaramente, evocata poeticamente, fotografata, filmata, registrata, non solo a testimonianza di una realtà “altra” ma anche nell’ansia di documentare ciò che svanirà alla “luce del futuro”, Scotellaro compie con purezza e consapevolezza la sua opera di cantore del mondo rurale, senza nostalgie o stupori, con la ferma intenzione di restituire dignità e valore alla civiltà contadina. Le parole di Michele Mulieri (uno dei “contadini del sud”) risuonano come un’eco di questo percorso:

«La vita è una storia, ma da farla, il mondo è un passaggio. Passando per il mondo bisogna lasciare la propria traccia» .

Il 15 dicembre del 1953, a Portici, Rocco muore improvvisamente, quasi avesse consumato nella sua breve vita più vite: se ne va dopo aver lasciato nel mondo molte tracce e dopo aver “capito fin troppo” (Ho capito fin troppo/ gli anni e i giorni e le ore / gl’intrecci degli uomini, chi ride e chi urla). In Giovani come te aveva scritto “la nostra giovinezza è / il più crudo dei tormenti […] è tempo di crucciarsi / di dir di sì all’Uomo che saremo”, giovinezza e tormento che avrebbe affrontato, come afferma nel verso finale, “con falce e libro in mano!”.

La morte di un poeta è uno spostamento non una fine, si continua a cercarlo a rievocarlo.

Il lutto ritualmente manifestato dalla madre di Rocco, Francesca Armento, viene espresso poeticamente da Amelia Rosselli :

Rocco morto / terra straniera, l’avete avvolto male / i vostri lenzuoli sono senza ricami / Lo dovevate fare, il merletto della gentilezza!

Per la Rosselli Rocco è una figura d’amore ma anche, come per tanti altri, un uomo che chiarisce e consiglia:

Tu che sei addormentato / Comprendimi / Ed ora ti sollevi / lesto / e passi via sereno / fuori dalle mura della tua cittadella / Tu che chiarisci le vie

Tu salito nella bruma / ti vedo lontano che ti aggiri / consigliando / che ne è di me e di te ora dopo la morte / tu, sui colli

Grazie a Scotellaro la poetessa, definita da Pasolini “questa specie di apolide”, trovò un temporaneo punto di riferimento, un luogo dove fermarsi, una “piccola patria” tra tante peregrinazioni. Vita tormentata anche nella scrittura, “di lapsus”, secondo la presentazione di Pasolini, che nel 1963 pubblica nella rivista letteraria “Il Menabò” alcune poesie della Rosselli . Ne conosciamo gli esiti: nel 1953 Amelia ha soltanto 23 anni, dopo la morte di Rocco iniziano i ricoveri in istituti psichiatrici, poi il tempo scorre, fino al suicidio nel 1996.

Giovanni Giudici, nella sua prefazione all’opera della Rosselli, ricorda l’incontro con la poetessa e con Scotellaro, avvenuto a Roma nel 1949, e termina con queste parole:

«Penso spesso che, se Rocco non fosse morto così presto, appena quattro anni dopo di allora, Amelia avrebbe forse avuto un meno triste destino» .

Il personaggio Scotellaro, in quanto radicato in una cultura contadina, sia pure in crisi, tuttavia “forte” come portatrice di valori tradizionali, in quanto restitutore poetico e letterario di tale cultura e protagonista attivo delle sue vicende, sembra suscitare in chi lo avvicina un sentimento di nostos, cui si accompagna una nostalgeia per la propria origine, il proprio sé giovane e positivo, da ritrovare al ritorno in una sorta di riconoscimento profondo.

Occorre rivolgersi a chi ha lasciato una traccia, a chi sa consigliare e chiarire ancora, tornare a opere mai postume, perché certi autori non escono dal presente. Ne appartengono a pieno diritto, nell’intensità oggi profetica di scritti e versi che parlano più di tante inchieste e fanno luce sull’attuale andamento delle nostre storie.

Allora ci si accorse dell’importanza di Scotellaro scrittore e poeta, come emerge dal numero dei riconoscimenti ufficiali che ebbe tra il 1947 e il 1954 . Si può ricordare il Premio Viareggio, assegnatogli un anno dopo la sua scomparsa per È fatto giorno. Nel 1950 aveva ottenuto lo stesso riconoscimento un autore molisano, Francesco Jovine, per il romanzo Le terre del Sacramento. Jovine affronta nella sua opera il tema del riscatto di una comunità contadina molisana dalla proprie miserabili condizioni di vita, attraverso le lotte per la terra. Figura centrale del romanzo è un giovane, Luca Marano, che agisce da mediatore tra proprietari e braccianti, anch’egli munito di “falce e libro”. Figlio di un piccolo proprietario terriero e perito agrimensore di Guardialfiera, Jovine partecipa alla realtà contadina molisana, sia pure da una posizione privilegiata. Luca, figlio di braccianti e studente povero, sembra rappresentare per Jovine ciò che avrebbe voluto essere: un difensore della propria gente, consapevole e determinato fino al martirio.

Anche qui vi è la morte improvvisa di un ragazzo, un sacrificio, ma per mano assassina. Luca Marano, tradito dai possidenti, viene ucciso dai fascisti durante la rivolta dei contadini. “Aveva la luce nella mente e gli occhi di stella”, recitano le donne durante il lamento funebre. Anche qui vi è la disperazione di una madre, che dinnanzi alla rinuncia del figlio a farsi prete, con oscuro presentimento, non ha esitato a maledire il latte che gli ha dato, mostrandogli “le mammelle enormi, gonfie, coi capezzoli duri ed erti come bacche di ginepro.”

Si chiude “il più crudo dei tormenti” del giovane Luca nella stessa rituale tragicità espressa da Francesca Armentano dinnanzi al corpo senza vita di Rocco:

«A un tratto Immacolata Marano gridò:
– Luca, oh Luca! – e si mise le mani intrecciate sul capo dondolando sul busto.
– Luca, spada brillante, – gridò una voce giovanile.
– Spada brillante – ripeterono in coro le altre.
– Stai sulla terra sanguinante.
Via via le donne si misero le mani intrecciate sulle teste, altre presero le cocche dei fazzoletti nei pugni chiusi e li percuotevano facendo:
– Oh! Oh! Spada brillante, stai sulla terra sanguinante!
– T’hanno ammazzato, Luca Marano.
– A tradimento, Luca Marano
– Non lo vuole la terra il tuo sangue cristiano.
[…] Piansero e cantarono grande parte della notte, rimandandosi le voci, parlando tra loro con ritmo lungo, promettendo tutto il loro dolore ai morti».

Giuseppe Torre

Riferimenti bibliografici

* Rocco Scotellaro, L’uva puttanella. Contadini del sud, Laterza, Bari, 1964 (I edizione nella collana “Libri del Tempo”: Contadini del sud 1954; L’uva puttanella 1956).
* Italo Calvino, “L’ Unità”, 22 dicembre 1953. Il pianto della scavatrice, 1956, in: Pier Paolo Pasolini, Le poesie, Garzanti, Milano, 1975.
* Limitatezza della storia e immensità del mondo contadino, 8 luglio 1974, in: Pier Paolo Pasolini, Scritti corsari, Garzanti, Milano, 1976.
* Ernesto de Martino, Una spedizione etnologica studierà scientificamente la vita delle popolazioni contadine del Mezzogiorno, “Il Rinnovamento d’Italia”, 1 settembre 1952.
* Ho capito fin troppo e Giovani come te in: Rocco Scotellaro, Margherite e rosolacci, Mondadori, Milano, 1978.
* Cantilena (poesie per Rocco Scotellaro), 1953, in: Amelia Rosselli, Le poesie, Garzanti, Milano, 2004.
* Pier Paolo Pasolini, Notizia su Amelia Rosselli, “Il Menabò”, 6, Einaudi, Torino, 1963.
* Francesco Jovine, Le terre del Sacramento, Einaudi, Torino, 1994, (I edizione 1950).
* Emilia De Simoni, “Con falce e libro in mano: Scotellaro e altri giovani”, in “Contadini del Sud, Contadini del Nord. Studi e documenti sul mondo contadino in Italia a 50 anni dalla morte di Rocco Scotellaro”, SM Annali di San Michele 18/2005, pp. 235-241

(foto in alto, Rocco Scotellaro ritratto da Carlo Levi)

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