16. I Gatti Mèzzi: ironia e buona musica

© RUBRICA “SGUARDI E ASCOLTI DAL MONDO” a cura di M. Lizzadro

I Gatti Mèzzi sono un duo pisano, formato da Francesco Bottai (chitarra, voce e kazoo) e Tommaso Novi (pianoforte, voce e fischio) a cui si aggiungono Matteo Anelli al contrabbasso e Matteo Consani alla batteria. Letteralmente in dialetto pisano l’aggettivo “mèzzi” vuol dire fradici. “Gatti mézzi”, deriva da un modo di dire pisano, “Roba da gatti mézzi”, che sta per: la cosa peggiore che possa capitare o anche la scabrosità e la bassezza di una situazione al limite del dignitoso. La peggior cosa che infatti possa capitare ad un paio di gatti è un diluvio nel vicolo o una piena d’un fiume in città. L’acqua uccide i gatti che, nonostante le loro sette vite, non possono nulla contro il cimurro. L’immagine evocativa di due gatti infradiciati scorrazzanti in un vicolo notturno alla ricerca di una lisca o di una compagna in calore è l’idea che credo stia alla base di questo progetto artistico strampalato e divertente. L’idea che la realtà urbana sia cittadina che anche provinciale italiana, globalizzata e tecnologica stia dimenticandosi dei propri vicoli bui e puzzolenti, dei suoni e dei rumori nascosti che in questi luoghi è ancora possibile ascoltare, del frastuono dei suoi abitanti secchi e spelacchiati che in questi luoghi fanno di un gran trambusto la loro esistenza fra un miagolio d’amore e un altro di disperazione e della loro lingua d’elezione: il dialetto. I Gatti Mézzi nascono da questa idea, un’idea che diventa progetto e poi si realizza uscendo dal buio dei vicoli per venire alla luce della piazza al ritmo di swing. Dunque gatti fradici che cantano in vernacolo toscano e che strizzano l’occhio al jazz ed in particolare allo swing. Hanno esordito nel 2005 e l’anno dopo hanno pubblicato il loro primo disco, auto producendoselo ed intitolato: “Anco alle pulce ni viene la tosse”, poi nel 2007 è stata la volta di: “Amori e Fortori” anche questo auto prodotto ed infine quest’anno è uscito il bellissimo: “Struscioni”, album che mi ha subito colpito e che mi sta spingendo a tentare di scrivere qualcosa su di loro. Nella musica dei Gatti Mèzzi la passione per un tipo di composizione ironica, sperimentale, colta e irriverente, le melodie che spaziano dal jazz allo swing unite alle sonorità della musica popolare si unisce, rileggendola, alla tradizione cantautoriale italiana. La parola “Struscioni”, indica coloro che si dedicavano ai balli lenti in passato, balli che imponevano un contatto fisico tra le due persone che danzavano insieme, ed è preso “a prestito” come simbolo, emblema di un modo di vita meno frenetico e più umano, dove la comunicazione avveniva in modi autentici, anche attraverso il corpo, il respiro, gli sguardi ravvicinati, gli odori, i profumi. Da “Portami a pescare”, in cui si ironizza su chi abbandona il mare per recarsi in montagna, a Morandi, ritratto di un vagabondo alcolizzato e della sua tragica fine, da “Fra l’arioporto e la stazione”, con la descrizione della frenesia della gente che corre e si ammassa, a “Sor Tentenna”, apologo ed incarnazione dell’indecisione, da “Avanzi di balera”, alla surreale “Se”, fino alla stupenda “Caciucco Blues” si respira in tutto il disco l’umorismo, l’ironia tipica di quello stile cantautoriale, che a me ha fatto subito saltare all’orecchio ad esempio Giorgio Gaber oppure Paolo Conte. “Struscioni” è anche una “sorta” di viaggio nelle vite, nei vizi e nelle virtù dei personaggi raccontati e cantati da questi musicisti toscani, il tutto condito con ironia e buona musica. Questo disco e il suo ascolto sono un’ora di piacere e divertimento!

Mariano Lizzadro

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4 risposte a “16. I Gatti Mèzzi: ironia e buona musica

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