Packaging’s life di Silvio Giordano

Intervista a Silvio Giordano in occasione della sua vittoria al Premio Celeste nella sezione “Video & Animazione”.

Packaging’s Life è il nome che hai dato all’Opera che ha vinto il Premio Celeste 2009 nella sezione Video & Animazione. Nel presentarla e recensirla si fa riferimento a queste “anime di plastica”. Sei stato ispirato da un’idea puramente vitalistica o c’è qualcosa del significato antico di anima, come tendente a confondersi con mens? Le tue plastiche, sono, ambiguamente, anche ‘pensanti’?

Il lavoro è concettuale e non spirituale. Ancor di più biologico o bio-tecnologico  e non metafisico, i corpi in Packaging’s life sono macchine, corpi sintetici. La macchina può avere uno spirito?? Il ghost in the shell?? Quelle buste esprimono una concezione cyberpunk, ma soprattutto l’idea che l’uomo viene oltrepassato dai prodotti meccanici che egli stesso crea. Le mie plastiche non sono pensanti ma suggerisco un pensiero, una riflessione al suo unico interlocutore e creatore: l’essere umano. La società è sempre più globalizzata, i cervelli sono assuefatti al consumismo e alla massificazione, e l’uomo, ridotto a capitale, diventa etichetta stampata sulla plastica.

Il tuo lavoro ha un’indubbia valenza visionaria. Ciononostante sei attento alle problematiche ambientali quanto socio-culturali del nostro tempo. La vita della plastica sembra nominare la nostra morte. Esiste allora un’etica visionaria?

L’essere umano contemporaneo non accetta l’idea della Morte, fa di tutto per vincerla e, di conseguenza, vincere il suo simile. L’uomo si stira le rughe del volto non per insicurezza estetica ma per rigettare l’idea di vecchiaia che è un Memento mori. Al fine di rallentare il processo di naturale decadimento alcuni impiegano la “plastica” per imbottirsi labbra e seno, altri pagano migliaia di euro per andare in crio-genesi per tendere all’immortalità. Si cerca di somigliare a DIO. Questo è riscontrabile non solo nelle trasformazioni corporee ma anche nell’impiego di armi. Ad esempio, i paesi che ancora non hanno un’arma nucleare, sono socialmente e fisicamente inferiori a quelli che la possiedono. Le armi di Distruzione di massa rendono un paese onnipotente e immortale perché può decidere della vita degli altri. Trovo questo pensiero noioso ed egocentrico. Se non morissimo non ci sarebbe spazio per altra vita, se le teorie degli anziani non si estinguessero con la morte, non ci sarebbe spazio per i giovani e i nuovi pensieri. Perfino il sole che tiene in vita la terra si spegnerà tra 5 miliardi anni. L’etica o più che altro il mio pensiero, è che dovremmo accettarci come esseri fisicamente limitati nel tempo, e forse qualcosa cambierebbe.

Ti dichiari interessato tanto alla tassidermia quanto ai processi di decomposizione. Anche in Packaging’s Life assistiamo ad una sorta di ‘apertura’ che evoca però anche un’inquietante destrutturazione, la quale, attraverso il montaggio video viene, passando di immagine in immagine, ‘bloccata’, ‘fermata’. Non sembra però tanto che tu voglia conservare per mantenere o ricordare quanto si va decomponendo, quanto che tu voglia catturare la decomposizione stessa fissandola retinicamente…

Il processo di decomposizione o trasformazione è legato ad un tema a me caro: l’evoluzione della specie. L’idea che tutti noi siamo stati qualcos’altro mi affascina da sempre. Eravamo dei pesci, adesso siamo umani, poi saremo altro. Le buste di plastica rappresentano un “movimento”, paragonabile a quello del corpo umano dopo la morte che cambia colore, si gonfia e si muove nonostante sia privo di vita. Ogni giorno che passa siamo diversi, migliaia di cellule vengono sostituite quotidianamente. Questa ed altre azioni rendono il corpo umano il luogo della trasformazione per eccellenza. Nel video documento un’azione, niente di più. Registro un movimento anomalo dettato dalla gravità e ci speculo sopra con delle metafore.

Le tue anime di plastica ricordano i “corpi organizzati” in natura di Kant, seppur in uno scenario, com’è quello che spesso tratteggi, post-storico, o post-umano. Kant non tollerava il solo meccanicismo come chiave di volta della vita, e si chiedeva “Wozu?” “A che scopo?” C’è una teleologia in questo tuo vivente? O, da lettore di Rimbaud, pensi che alla fine della nostra Saison guarderemo al mondo come ad una “flache” dove un bambino “lâche un bateau frêle comme un papillon de mai”?

L’idea di un progetto divino dietro le cose e soprattutto dietro l’evoluzione della specie mi affascina poco. Dal punto di vista creativo questo pensiero non mi permetterebbe di osservare il mondo in maniera disinibita. Kant si chiede a che scopo? Non vedo uno scopo, è tutto così semplice. Siamo nati dal buio, ci siamo fatti delle domande e ricadremo nel buio forse senza risposte. Ma in quel lasso di tempo possiamo procreare o sterminare altri esseri umani, possiamo amare gli animali o torturarli, possiamo considerare l’arte come strumento di felicità o come tormento, possiamo ossessionarci a trovare un nesso tra metafisica e scienza, come Kant, o scendere simbolicamente all’inferno e cadere in uno stato di noia costante come Rimbaud. È una scelta.

Guardando Packaging’s Life l’elemento visivo cattura l’attenzione non meno di quello sonoro. Se quella della plastica è una delle voci della post-modernità, e il futuro è già passato, come pensare o ripensare l’ a-venire in quest’eterna era benjaminiana della riproducibilità tecnica?

Ripensare l’avvenire? Ci sono tante antinomie, penso ad Alfred Nobel,  l’uomo che inventò la dinamite e per rimediare alla sua spaventosa invenzione di morte, istituì il premio Nobel per la pace. Il pensiero, la scienza e l’arte vanno avanti con tutte le loro contraddizioni, non riesco ad ipotizzare il futuro, spesso è un medioevo futuro e spesso è un rinascimento cerebrale che riguarda tutti gli spetti sociali.

Per quanto riguarda la riproducibilità tecnica nell’arte, questa esiste ormai da tempo. Ha creato degli equivoci artistici, ma anche portato ad un processo di democratizzazione dell’opera d’arte. Tutti possono creare, non solo chi sa dipingere o scolpire tecnicamente bene. La differenza la fa, come sempre, l’idea e come questa si colloca nella contemporaneità.

Mauro Savino

Link al Video “Packaging’s Life” from Silvio Giordano on Vimeo.

Un frame del video:

Link ad altre opere di Silvio Giordano:
http://www.premioceleste.it/ita_artista_opere/idu:98/ido:34750/#34750

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3 risposte a “Packaging’s life di Silvio Giordano

  1. interessante l’intervista, ma soprattutto la metafora del movimento e dell’evoluzione (come accettazione di sè e del mondo)che sta dietro ai suoi lavori, o meglio le sue “aìnime” di plastica.
    grazie ad entrambi e augurissimi a Silvio per i meritati riconoscimenti artistici

    Mi piace

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