L’inganno di Saverio De Marco

vincitore alla IX edizione del Fauno d’Oro (2009) 3° classificato della sezioe narrativa

La sera si approssimava gelida. Al crepuscolo l’aria fredda della neve era calata sulle valli. Il cacciatore aggiunse legna secca al fuoco. Doveva essere un bel fuoco quello, in modo da creare tanta brace. Quando la brace si formò abbondante uscì fuori e andò nell’orto a cercare un masso. Portò la grossa pietra nel caminetto, ponendola sui carboni ardenti. La temperatura fuori continuava a calare con il passare delle ore. L’aria era gelida, secca. Uno strato di vetrato scivoloso ricopriva la strada. La pietra cominciò a diventare rossa, ardente per il forte calore. Il figlio guardava quelle strane operazioni, chiedendosi a cosa servisse quella pietra. La guardava, osservandola brillare di luce rossastra. Il padre uscì poi di nuovo e tornò con un sacco, di quelli che solitamente si adoperavano per il grano. Il sacco non era vuoto e sbirciando all’interno, il figlio vide che era pieno di paglia. Il padre poi levò la pietra ardente dal fuoco spostandola sullo scalino del caminetto. La pietra ora doveva raffreddarsi. Il figlio domandò al padre a cosa servisse quella pietra e quel sacco pieno di paglia, ma egli non rispose. Poi il padre sganciò il fucile dal muro su cui era appeso, lo aprì e cominciò a pulirlo. Possedeva un fucile classico, con i due cani che si alzavano col pollice della mano destra. Aveva preso dalla scatola delle munizioni le cartucce più piccole, quelle che servivano per gli animali di piccola taglia. La madre e la sorella erano intanto occupate a preparare la cena e non badavano a quelle operazioni. Il padre uscì di nuovo e andò nella dispensa a tagliare un pezzo di lardo. Poi tirò un po’ di brace, e vi posò il pezzo di lardo, sistemandolo su un piccolo treppiedi. Il grasso cominciò a sciogliersi e a colare sulla brace, diffondendo un fumo dall’odore forte di rancido. “A cosa serve questo?” disse il bambino. “Questo è l’inganno” rispose il padre sorridendo. La pietra s’era raffreddata e il cacciatore la inserì nel sacco pieno di paglia. “La pietra deve raffreddarsi, altrimenti la paglia prende fuoco” spiegò al figlio. Tolse il lardo dal fuoco, ormai ben arrostito, poi si procurò della carta e lo avvolse in essa. Lo inserì nella tasca del giubbotto verde che portava sempre per andare a caccia. Si mise il fucile a tracolla e il sacco in spalla. Uscì fuori, sotto lo sguardo curioso del bambino; il cane del cacciatore era rinchiuso nella bottega e guaiva per non poter partecipare alla battuta di caccia. Dalla strada principale sbucò in un viottolo in discesa, che portava al torrente. Sentiva solo lo scricchiolio della neve ghiacciata sotto i suoi scarponi pesanti; per il resto non v’era altro rumore: il villaggio era sommerso dal silenzio, come una coperta lo avvolgeva nella calma serata invernale. Scese nel greto del torrente e prese la torcia, perché ormai la luce dei lampioni era lontana. Il torrente era ghiacciato, anche se sotto la coltre vitrea l’acqua scorreva silenziosa per sbucare di tanto in tanto e riprendere il suo cammino sotterraneo sotto il ghiaccio. Tolse il lardo dalla carta e lo pose su una pietra. Poi si allontanò e si sedette sopra un masso, nascosto dai rami di alcuni alberi, in un punto dove avrebbe potuto tenere la visuale del letto del torrente. C’era la luce della luna e il biancore della neve permetteva di notare qualunque animale si fosse avvicinato. Prese il sacco e vi inserì le gambe. La pietra arroventata avrebbe tenuto caldi i suoi piedi. L’aria era gelida e doveva forse stare fermo per ore, immobile, perché non poteva permettersi di fare rumore. Appoggiò il fucile carico all’albero e mise le mani nelle tasche del giubbotto. Restò un’ora in quella posizione, quando finalmente sentì il rumore di un animale sulla neve. La volpe come al solito scendeva lungo il fossato, avvicinandosi al territorio degli strani dèi che vivevano nelle valli; con la neve il cibo era scarso e sapeva che là avrebbe potuto predare quei goffi uccelli che non sapevano volare, ammucchiati dentro le costruzioni degli strani dèi della valle. Era stata attratta dall’odore denso della carne bruciata e non sapeva che là ad aspettarla c’era la morte… Il cacciatore vide la sagoma scura della volpe avvicinarsi nei pressi della pietra dove aveva posto l’esca. Puntò il fucile tenendolo stretto sulla spalla destra, accarezzò il grilletto, mirò e fece fuoco. Allo sparo si accompagnò solo un breve guaito e poi il tonfo della volpe sulla neve ghiacciata. Il cacciatore svuotò il sacco e lo utilizzò per porvi la piccola volpe. Suo figlio era andato a letto ma era rimasto sveglio. Sarebbe voluto andare con suo padre per partecipare a quell’insolita battuta di caccia. Sentì uno sparo lontano squarciare la calma gelida della notte e capì che proveniva dal fucile di suo padre. Attese il suo ritorno. Il padre rientrò a casa, lui sbucò dal letto e si rivestì per andargli incontro. Gli domandò cosa avesse cacciato e il padre rispose che aveva cacciato una volpe. “Andiamo, te la voglio far vedere”. Il cacciatore portò il figlio nel magazzino dove scuoiava la cacciagione e gli mostrò la preda che aveva catturato. “E’ una volpe rossa, con la punta della coda bianca; esistono altri esemplari di volpi qui da noi che invece sono di taglia più grande e con il pelo grigio” disse. “Il pezzo di lardo che avevo preparato è servito da esca. La volpe ha sentito l’odore e si è avvicinata, per questo ti parlavo prima di inganno” aggiunse il padre. Il bambino continuò a guardare un po’ malinconico la bella volpe dal pelo rosso. Avrebbe desiderato che non fosse morta, avrebbe voluto che si ridestasse da quel sonno per potergli accarezzare il morbido e caldo mantello…

Saverio De Marco

Annunci

3 risposte a “L’inganno di Saverio De Marco

  1. E’ un tempo a cui non si è più abituati.E’una relazione con la natura che non si vive se non nei documentari, in cui altri ascoltano e sentono, chi guarda dallo schermo fantastica o…cambia canale, persino quello percettivo.
    E’ un racconto che accoglie la lentezza, il silenzio e la morte, la pura, il desiderio, all’interno di uno spazio in cui ciascuno di questi elementi coabita, ma che nell’attuale orgia è sbranato, avvelenato, incattivito al punto che noi, che siamo la casa di tale spazio, di tutti quegli elementi, non sentiamo che pezzi.
    Grazie. ferni

    Mi piace

  2. Pingback: La strada per la città di Saverio De Marco | LucaniArt Magazine·

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...