Spunti (di)versi con… Michele Brancale

I POETI SI RACCONTANO 23
Poesia: passione, libertà…Volontà di raccontare e di incontrare, un modo per interloquire

I desideri di un poeta…
Quelli di una persona normale e che non rinuncia a sognare.

Una sua definizione di poesia.
Da una parte è un linguaggio che consente di esprimersi in una forma diversa dalla prosa. Quindi ha delle regole, di cui ci si può anche liberare dopo averle apprese. Dall´altra l´emersione, nelle cose, nella storia, nell´esistenza, del valore di vivere, del senso prezioso degli altri.

Il ruolo della poesia oggi.
Comunicare, uscire – credo – dall´autoreferenzialità confortata da quel senso emozionale che finisce per celebrare solo se stessi. Contribuire ad ergere anche una diga al senso di spaesamento che accompagna tanta parte del presente.

Da dove viene la parola del poeta…
Dal bisogno di dare un nome alle cose e, possibilmente, di ringraziare

I suoi poeti preferiti.
Gli autori degli inni del Nuovo Testamento, il Salterio corale ed Efrem il Siro per il suo ‘Giona’. Mandelstam, Pasternak, Raymond Carver e Simic. Rebora, Scotellaro e D’Elia. Ma vanno aggiunti, secondo le stagioni, i grandi cantautori italiani e stranieri, in particolare statunitensi; più in generale i contributi che vengono dalla musica. Suggestioni liriche vengono dai gruppi musicali britannici e irlandesi, di diversa estrazione. Col tempo si dimenticano gli autori che ci hanno un po´ conquistato in altre stagioni. Il primo libro di poesie che ho letto per intero è stato `Il corvo´ di Poe nelle edizioni della `Piccola fenice´ Guanda. Nella lettura della città un bel libro è quello di Stefano Benni ‘Blues in sedici’. A livello di costume, l’ ‘Uovo di Marx’ di Ennio Flaiano.

Almeno tre libri di poesia da cui non si separerebbe mai.
Le poesie del ‘Dottor Zivago’ con ‘Il Fiore del verso russo’ curato da Poggiali e gli allora ‘Nuovi poeti sovietici’ di Einaudi; `Tutte le poesie´ di Scotellaro, la ‘Divina commedia’ di Dante.

Un poeta sopravvalutato
Difficile dirlo e anche un po’ presuntuoso. Prima di tutto direi: se stessi.

Un poeta sottovalutato
Arsenj Tarkovskij

La sua prima poesia.
Nel primo foglio messo da parte , questi due testi:

Stanno giocando sul terrazzo,
sotto la finestra,
i bambini si rincorrono
gridando tra le piante
e non hanno paura del buio,
si tengono per mano.
( 22 maggio 1982)

Terezin

In questo pomeriggio
in cui sudano anche i sassi,
aspetto la libertà:
ma è un’ombra
con le ali di nebbia.

Il punto di partenza della sua poesia.
Prima era l’identificazione con le cose e i contesti, dunque una descrizione emozionale. Ora, soprattutto, la chiarezza possibile di un messaggio come di una descrizione

Un verso che avrebbe voluto scrivere
“S’è spento il brusio, sono entrato in scena,/ poggiato allo stipite della porta, vado cogliendo nell’eco lontana quanto l’avvenire mi riserva” (Amleto, Pasternak)

La poesia che più ti rappresenta

Avevo freddo sotto le coperte.
Sono sceso, la caldaia era spenta.
Sono stato un po’ così, mi diverte
l’evidenza silenziosa: diventa
compagna discreta, ma non inerte,
della vita che ha bisogno, che stenta
a fermarsi e che per guardarsi vera,
si sveglia, sorride di quel che era.

Il tuo ultimo libro
Salmi metropolitani, Edizioni del Leone

Le tracce tematiche che lo caratterizzano
Il contatto con la città provoca domande. Anche quando non sembra, dentro di noi c’è una persona in ascoltoe, i cui pensieri sulla vita, sugli altri, sulla città, diventano descrizioni e invocazioni, con un po’ – spero – di autoironia.

Una definizione della tua poesia
“Un alambicco… dove il cumulo di detriti del mondo si purifica”. Antonio Tabucchi è stato generoso con me e glie ne sono grato.

Keats sostiene che il timone della poesia è l´immaginazione, la fantasia le vele, e l´invenzione la stella polare. Cosa aggiungerebbe?
Forse il ragionamento

La qualità che apprezza maggiormente in una poesia.
Il volersi fare capire, senza sciatteria. Questo non vuol dire semplificare. Pasquale Panella, ad esempio, ha costruito i suoi testi come rebus, provocando al ragionamento e anche ridendoci su.

Il futuro della poesia
Non lo so, ma una pista è quella – credo – di collocarsi nel rapporto con la storia.

Un consiglio ai giovani poeti
Quello che do a me stesso. Studiare il libro sulla versificazione di Elwert, limare, non chiudersi in casa, non credere alla figura del “poeta” in quanto tale. Meglio tenere i piedi per terra e sorridere un po’. Carlo Levi non credeva alla figura dello scrittore o del pittore in quanto tale (“Lo scrittore è un uomo che scrive”)

Un suo dono (poetico) ai lettori di LucaniArt

Partirono con un manto senza orli
gli amici, quando il mare li chiamava
a prendere il largo. Il tempo andava

nella direzione nuova, per porli
su un altro piano. Già li riportava
il chiarore delle luci, che dava

alla piazza un tono, a fare dono
di ritrovo, un giorno, fuori sincrono.

Sulla panchina al lato della piazza,
gli amici si affidano alle spirali
di un discorso, sollevano le ali

– dissipata all’angolo la corazza –
sul tutto e su nulla. Su quei pantani
alita il fremito di ippocastani.

Qualcuno si tira – vuoti i boccali –
al gomito – nei sensi sciroccali –

degli altri dopo avere alzato il proprio.
Il tempo si è fatto aderenza al volto,
rende reciproco l’affetto avvolto

nella confessione che si fa slargo.

L’amicizia che esce dal letargo.

– – – – –
Condotto in visita nell’entroterra
tra strade immerse nel verde, nel freddo, entro in un locale e da lì la vedo.

La cattedrale invisibile staglia la sua presenza mite nel sottile perimetro, immerso nel voltaggio, del filo spinato.
Essa è un calice
che accoglie nella trasparenza le voci delle vittime, la loro
eco in quelli sensibili al dolore, coperta in cielo da foglie di palma.

(Michele Brancale)

(intervista a cura di Maria Pina Ciancio, esclusivamente per il sito internet LucaniArtMagazine)

3 risposte a “Spunti (di)versi con… Michele Brancale

  1. Pingback: Spunti (di)versi con… Michele Brancale « LucaniArt Magazine·

  2. Grazie Michele di aver partecipato a questa rubrica. Condivido tante tue risposte, più di tutte questa (Da dove viene la parola del poeta) “Dal bisogno di dare un nome alle cose e, possibilmente, di ringraziare”.
    Ecco, mi colpisce quel “ringraziare”, perchè dimentichiamo spesso di farlo, così come dimentichiamo spesso che ciò che abita fuori e dentro di noi è un ‘dono’. Un abbraccio carissimo Mapi

    Mi piace

    • Cara Maria Pina, rileggo a un anno di distanza l’intervista. Ti ringrazio: è stato proprio un bel colloquio. Approfitto anche per ringraziare gli amici che leggendo le segnalazioni dedicate da lucaniart ai miei libri mi hanno incoraggiato a scrivere ancora (in particolare con i commenti alla ‘Fontana d’acciaio’ e ai ‘Salmi metropolitani’. A tutti dedico questa sorta di ‘trittico’, nato pensando a cosa si dice (o non si dice) sull’immigrazione.
      Cari saluti, Michele

      1.

      I clandestini sono esseri umani

      che hanno l’inverno nel cuore ed intorno

      una tempesta ed il morso dei cani

      sul sole delle attese. Ed il ritorno

      alla fornace da cui partirono

      gli viene rimproverato, a contorno

      di un gelo palese, fatto di attriti,

      come un dovere figlio della colpa,

      come per gioco fossero partiti,

      fuggiti.

      Ogni notte una nave salpa.

      2.

      Arrivano sfiniti i pettirossi

      nelle campagne, mentre gli altri alati,

      tortore e colombe, con stuoli scossi

      dal fresco, e le rondini che dai lati

      dell’abitato garriscono acute,

      lasciano l’orizzonte: da immigrati,

      gli uni e gli altri, con schiere non astute,

      come i turdidi arrivati a svernare,

      che sono sottoposte alle battute

      di caccia, che vengono da oltremare.

      3.

      “E’ caro al passo del migrante il senso

      della direzione, sia siepe o colle,

      uno sbocco nell’orizzonte immenso.

      Brevi tratti diventano corolle

      di silenzio sovrumano, di quiete

      apparente in spazi, talvolta zolle,

      interminati a causa di concrete

      paure, dello stormire clandestino

      del vento tra le piante che irrequiete

      non danno rifugio. E’ un istante fino

      al naufragio che dura di infinite

      attese e arriva improvviso: confino

      di speranze rese alla voce mite

      e poi inospitale che adesso abbino

      a stagioni ardite. In mare finite?”.

      Mi piace

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