L’ascia dietro la nuca – Reading poetico con Alfonso Guida, Mariano Lizzadro, Mauro Savino

3 risposte a “L’ascia dietro la nuca – Reading poetico con Alfonso Guida, Mariano Lizzadro, Mauro Savino

  1. L’ASCIA DIETRO LA NUCA: PERCORSI NELLA POESIA E NEL TEATRO

    “L’ascia dietro la nuca”, è un verso inquietante, violento, che implica tutto il turbamento lirico e tutta l’escavazione linguistica di questo dilaniato Novecento. Scrivere versi è una vocazione inestirpabile, il tragico di una questione patologica che spezza e rivela, l’ascia dietro la nuca, una gioia dolorosa e potente. La conoscenza è riconoscimento di ogni alba, di ogni proscrizione che diventa vero esilio e poi la negritudine, l’implorazione perpetua dell’insonnia, l’indeclinabile solitudine. La poesia è una verità tremenda che abita la parte fonda del silenzio palpitante dell’abisso.

    (Alfonso Guida)

    Il percorso di ricerca intrapreso da Mariano Lizzadro e Mauro Savino in campo teatrale in compagnia di Lucio Corvino, Tonia Bruno, Angela Covucci, Silvio Giordano, Gianluca Lagrotta, Pietro Sacco e Luigi Catalani a partire dalle varie rappresentazioni di “Sanbasiluc – Viaggi nei paraggi”, spettacolo proposto per la prima volta nel 2006, poi proseguito con “Santamadonna degli sbaraccati” e con “Sogni confusi precari disillusi”, prosegue con “Alzate le ancore, mollati gli ormeggi”. Lizzadro e Savino propongono una cifra contenutistica e testuale caratteristica della loro ultima produzione: i temi sociali non vengono dimenticati, ma la dimensione “sospensiva” ed onirica – ambiguamente tesa tra sogno, incubo e realtà – trova una sua peculiare accentuazione. La rappresentazione teatrale vocale evolve conseguentemente. Si assiste a cambi di registro e di intenzione senza soluzione di continuità. Dal precariato lavorativo ed esistenziale, alla presa d’atto di una frammentazione del soggetto inevitabile e con forti rischi di irreversibilità all’eterno tema del viaggio, che sempre presente nella produzione di Lizzadro e Savino, ri-torna anche in questo: “Alzate le ancore, mollati gli ormeggi”. I personaggi delle ultime rappresentazioni di Lizzadro e Savino non hanno la possibilità di auto-progettarsi e di auto-realizzarsi. Sono in esilio involontario dal mondo. Dalla vita. Essi vivono in condizioni esistenziali che ne hanno fatto dei “significanti senza significato”, come diceva Levinas che coniò l’espressione per gli internati nei campi di concentramento e per gli analoghi lagher dell’oppressione sociale. Ecco dunque lo sbocco nel piccolo incomprensibile (ma comprensibilissimo) dramma della solitudine. Ed ecco dunque l’accentuazione di quella dimensione onirica. In “Sanbasiluc” c’era un lavoro sulla storia della Storia e sulla parodizzazione del Potere, in “Santamadonna degli sbaraccati” invece c’era una presa d’atto contro ogni forma di razzismo e di oppressione. Qui come in “Sogni confusi precari disillusi” ci si occupa dell’Individuo. E l’individuo non ha il sostegno dell’andirivieni delle epoche per rintracciare il senso di una storia vinta o da vincere. Ha solo se stesso. Nella stessa ottica e in una prospettiva di ricerca sul ‘testo’, Lizzadro spezza, sconnette, assona e dissona, lancia messaggi e li fagocita ancora. Il testo di questo spettacolo, è spesso ironico e tagliente, una mimica un po’ meno oscura ma che continua ad essere scomoda. Savino in scena cambia nel cambiamento. Volutamente qui il personaggio si muove poco. O si muove molto. Macchina da presa di se stesso fissa un confine breve, quello della sua stanza, ma anche quello della sua vita. Ed ecco forse la sottile fratellanza con la poetica di Alfonso Guida: un esilio negli abissi della propria diversità!

    Si ringraziano: il comune di Bella, in particolare l’assessorato alla cultura per la gentile collaborazione, il gestore della sala Periz e tutti gli amici e le amiche che hanno reso possibile la realizzazione di tutto ciò

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