Spunti (di)versi con… Gabriella Sica

I POETI SI RACCONTANO 29
Interviste sulla poesia a cura di M.P. Ciancio per il blog letterario LucaniArt Magazine

Poesia: passione, libertà…
Sì, passione e libertà, privilegi straordinari, due emblemi che amo, la libertà in particolare. Mi fa male pensare a quanti poeti sia stata tolta la libertà, siano stati mandati in esilio o messi in carcere e anche uccisi direttamente o indirettamente. Avere la libertà è come avere l’aria. Poi la passione emerge… Naturalmente il poeta non può non trovare un limite alla libertà e questo limite è dato dalla poesia stessa, dalla sua forma metrica, dalla sua misura, dalla sua stessa ombra.

I desideri di un poeta
Non li conosco. E poi bisognerebbe cominciare a usare altre parole, per esempio scrittore in versi. Poeta sa ancora di aura e di eccezione, stato che rende lo scrittore di versi così distante dal lettore. Non per un canone maggiore né per un canone minore, ma per renderlo più umano, persona tra le persone. Chi scrive versi non è una persona eccezionale o per forza eccentrica, come scriveva Orazio. E invece ancora si preferisce pensare, se proprio si deve pensare a un poeta (cosa diventata quasi deplorevole), a un essere folle, squassato dal delirio, dalla povertà e dalla solitudine. Come se la normalità della vita non sia di per sé già quello che è, così complessa e sanguinante, e ancora più sanguinante la fatica di ricreare quel mondo e il suo proprio mondo in collisione perpetua.

Una tua definizione di poesia
Poesia è movimento ampio e apertura, spiraglio di luce e speranza, armonia assoluta che comprende forma e vita, nascita e morte. E c’è una prova inconfondibile di poesia: quando aggiunge e non toglie energia, quando offre immagini e non deprime. Quando è vera e non gioco e mistificazione allora solleva l’anima, propone la grazia nel dolore. Anche quando il poeta è più nichilista e senza speranza, per esempio Leopardi, allora la poesia che è grande si apre sul mondo e lo apre.

Il ruolo della poesia oggi
Oggi non ne ha, come già diceva tranquillamente la Rosselli, ma la poesia (e altre forme letterarie) hanno raramente un ruolo nella modernità così affastellata e gremita. Per di più la poesia non entra affatto nel mercato, ma questo le dà una grande libertà e pace. Avrà peso, se l’avrà, con il tempo. Allora si potrà vedere anche quanto chiaroveggente e pensante (sì, oggi la vulgata è che i poeti non abbiano un pensiero) sia quella poesia. Allora la poesia diventerà un bene prezioso per la comunità dei lettori, di chi vuole farla rinascere e rivivere anche attraverso il proprio corpo.

Da dove viene la parola del poeta
Dal suo essere un uomo o una donna, insomma dalla sua presenza umana. Che è d’altronde la condizione prima dell’esistenza dell’arte. L’uomo al cospetto di Dio o dell’oltre o dell’invisibile (che traspare nel suo mondo fatto di paesaggi, di architetture, di storia e di storie, di altri uomini) manifesta un’energia che è l’arte nelle sue diverse manifestazioni.

I tuoi poeti preferiti
Ho amato vari poeti in epoche varie della mia vita. C’è stato nell’adolescenza il tempo dei poeti greci e latini (Omero e i lirici, Virgilio e Catullo), e contemporaneamente il tempo di Saba e Ungaretti: sono rimasti sempre con me. Nella giovinezza ho amato Thomas Hardy e Kavafis, e poi Pascoli e i grandi del Novecento italiani, da Caproni, Penna, Bertolucci a Pasolini, che erano ancora in quel tempo i maestri in ombra. Devo aggiungere anche i milanesi Sereni e Raboni. Ho scoperto a fatica, qualche tempo dopo gli studi universitari, Cristina Campo e Elsa Morante (poeta in prosa) ma le ho amate per sempre. Ho amato la poesia di Amelia Rosselli dopo la sua morte, nonostante la frequentassi e avessi con lei un rapporto familiare. E poi la Bachmann che per i miei trent’anni era un’icona, come Nelly Sachs. Solo più tardi sono entrata nella poesia di Celan, di Hopkins e dei metafisici inglesi e naturalmente Mandelstam, che ho conosciuto prestissimo tramite Serena Vitale. Nella mia giovinezza sono stata una lettrice di poesia francese, a cominciare da Rimbaud e Verlaine. Da molti anni leggo di più la poesia americana, ho amato in passato Emily Dickinson, Marianne Moore e Elizabeth Bishop che continuo a rileggere, e anche Wallace Stevens. E naturalmente ho amato la brevità dei poeti giapponesi e cinesi, la profondità dei Salmi e l’umanità della poesia popolare.

Almeno tre libri di poesia da cui non ti separeresti mai.
Quelli che restano sempre nel mio orizzonte, il Canzoniere di Petrarca, i Canti di Leopardi anche se in una poesia esprimevo il desiderio, già enunciato da Saba, di chiuderlo per non riaprirlo più, le Georgiche di Virgilio. Ma l’Iliade non può restare fuori, una specie di bibbia personale: durante gli studi liceali al Mamiani di Roma ho cominciato a capire quale sarebbe stato il “campo di battaglia” della vita (è il titolo di un mio testo). Nessuno, né dèi, né eroi, può sottrarsi a una prova di forza e alla debolezza. Nessuno è invincibile. E la grazia troppo spesso soccombe alla violenza. Il sangue degli eroi scorre a fiumi, ma l’uomo, allora come oggi, non riesce a mettere una fine ai mali del mondo, non riesce a smettere di combattersi e fare le guerre.

Un poeta sopravvalutato
Non credo esistano poeti sopravvalutati. Se qualcuno lo è o lo è stato, il tempo, crudele e nobile al contempo, ha provveduto e provvederà a riportarlo alle sue reali dimensioni.

Un poeta sottovalutato
Non è un poeta sottovalutato, anzi è un poeta di culto della mia generazione, sicuramente uno dei talenti più adamantini della poesia di fine secolo, dopo i grandi del Novecento. Lo voglio indicare in quest’intervista a un sito lucano perché è un poeta lucano: sto parlando di Beppe Salvia, scomparso prematuramente nel 1985, eppure capostipite di una rinascita della poesia sotto altri, nuovi e antichi, cieli. Beppe, a suo modo, è sempre stato vicino all’esperienza di “Prato pagano”, la rivista di cui mi sono occupata fin dai primi anni Ottanta. Bisognerebbe raccontare agli editori che non ne hanno ancora fatto edizioni filologiche l’entusiasmo che la lettura della sua poesia suscita nei giovani, qualcosa che ho sperimentato perfino con mio stupore. Ancora recentemente, in un mio viaggio a Catania, ho trovato ragazzi che scrivono avendo Salvia come stella polare.

La tua prima poesia
Credo di aver scritto una poesia sulle rondini che vedevo sfrecciare nel cielo e sentivo garrire dalla finestra della mia scuola elementare, forse in seconda o terza. Ma forse non la scrissi neppure, forse se ne stava solo leggendo una, proprio in classe e sulle rondini, e mi è rimasta una percezione acutissima e precisa di quella simultanea meravigliosa compresenza tra realtà visibile e poesia. Intorno ai sedici anni ho cominciato a scrivere qualche poesiola. La mia amica Emanuela voleva scrivere gialli, io poesie. Le cose non sono cambiate dopotutto, c’è sempre qualcuno che preferisce i gialli. Conservo quelle poesie, che erano imitazioni da Ungaretti e Saba. Per esempio questa, che rileggo stupita: “Le strade del mio cuore / si accavallano / irrequiete / nella ricerca / di una meta / che non esiste / nell’illusione / di imprigionare / una nuvola di fumo // ma si stancano presto / annegano nel nulla”.
Poi gli studi universitari mi hanno catapultato nel mondo letterario che ho frequentato per qualche anno come spettatrice. Per ritornare più tardi alla mia natura più naturale, quando ho iniziato a pubblicare. Forse per questo motivo ho cancellato in qualche modo quella mia gavetta.

Il punto di partenza della tua poesia
Se mi stai chiedendo il punto di partenza della mia poesia in senso cronologico, questo è stato dopo il ’77, un anno di svolta nella mia vita, come già accennavo. Sono stati anni serrati di lavori e pubblicazioni in quell’inizio degli anni Ottanta.

Un verso che avresti voluto scrivere
Tanti. Tanti i versi belli. E meraviglioso che qualcuno abbia potuto scriverli. Petrarca e la Dickinson ad ogni pagina. Ma ogni verso di Petrarca può diventare uno stemma personale. Per esempio: “che quanto piace al mondo è breve sogno” (c’è già Shakespeare) o “la vita fugge e non s’arresta un’ora” (c’è già Leopardi).

La poesia che più ti rappresenta
Scrivo poesie varie per tema e forma metrica, non saprei trovarne una più rappresentativa delle altre. Potrei però anche rispondere: l’ultima che ho scritto, la più recente, quella ancora fisicamente legata a me, prima che si allontani per la sua strada.

Il tuo ultimo libro
Le lacrime delle cose
, del 2009, pubblicato a distanza di otto anni dal precedente Poesie familiari. Sono stati gli anni con meno pubblicazioni, anche se solo all’apparenza. Comunque ci sono dentro la ristampa con aggiunte e ampliamenti di Scrivere in versi. Metrica e poesia e la pubblicazione di Campo di battaglia, un libro di Flavia Giacomozzi in cui non c’è di mio solo l’introduzione: si è potuto fare perché per un inverno avevo messo ordine nel mio archivio.

Le tracce tematiche che lo caratterizzano
Il dolore privato (la famiglia spezzata) e il dolore storico (le tempeste globali di questi difficili anni zero, a cominciare dalla caduta delle torri). Forse c’è nell’insieme l’eco involontaria di Ungaretti che, presentando Il dolore, diceva che quel suo libro era nato da un doppio dolore, privato e storico. Anche se poi la poesia e la storia hanno modi di esprimersi opposti, verticale la prima e orizzontale la seconda, anche se poi sono entrambe assoggettate al tempo ciclico e la consunzione e la fine del mondo rimane solo un’ipotesi catastrofista.

Una definizione della tua poesia
Non saprei davvero trovarla ora, non so neanche se è poesia. Forse mi stai chiedendo qualche cosa intorno al sé poetico e dunque al mio. Non sa davvero il poeta se qualcuno lo tradurrà, se sarà trasmesso al futuro e in che modo. Che qualche cosa stia facendo, questo lo sente, è certo, ma non sa se sta lavorando al suo “monumento” funebre o al suo “monumento” letterario, fosse pure un semplice “rettangolo coltivato”.

Le definizioni possono essere infinite e mutevole con il tempo e con l’occasione. Fin da quando ho cominciato a scrivere e pubblicare poesie ho sempre pensato che stessi mettendo insieme frammenti e cose. Come se rinominando il mondo potessi ricostruirlo e restituirlo a nuovi lettori. Ora provo a metter più distanza tra l’io e la poesia, e per forza di cose essa diventa obliqua, più suggerita che detta, dunque poesia di scorcio, poesia del momento transeunte.

Keats sostiene che il timone della poesia è l’immaginazione, la fantasia le vele, e l’invenzione la stella polare. Cosa aggiungeresti?
Mi sembra perfetto. Potrei aggiungere che la poesia scopre e risveglia, immagina e anticipa, ma non inventa, piuttosto ritrova o reinventa. Il titolo di un mio libro è La parola ritrovata: la parola originaria, ebraica e greca, che è ritrovata. La poesia non inventa, piuttosto ritrova scorci, tagli, inclinazioni nuove, come dice l’etimologia di invenio. E l’immaginazione, a cui ho dato negli ultimi tempi, nuovi significati non è solo della mente ma anche del cuore.

La qualità che apprezzi maggiormente in una poesia.
La sincerità, la presenza di cose reali e di figure amiche e familiari, una sua rilevanza uditiva e visiva, un impianto colto e al contempo popolare.

Il futuro della poesia
Il futuro della poesia è il passato che ritorna e rivive attraverso premonizioni. Il tempo è sempre una torsione, uno spostamento violento. Volgendosi all’indietro, Orfeo prepara il futuro.

Un consiglio ai giovani poeti
Non ne ho. Però, potrebbero darne a me. Non potendo ridiventare giovane, posso restare allieva piuttosto che insegnante. Mi piacerebbe restare allieva, se si potesse, per una diecina di vite! Mi sembra di sapere sempre meno! Ecco, consiglierei ai giovani, poeti e non poeti, di leggere e leggere e leggere: una compagnia inseparabile, duratura, preziosa. E leggere è una gioia, più che scrivere.

Un tuo dono poetico ai lettori di LucaniArt

Il cuore il sangue un ramo

Non mi lasciare sanguinare in casa
davanti ai figli di gioventù pieni
non fare evaporare il sangue
sull’asfalto in città tra mille luci
sollevami esangue dal muro secco
strappami a questa urna-agonia.

Prova a immaginare un’altra lingua
che ha d’inverno il cuore sulle labbra
prova a sentire altri battiti gai
il cuore piagato che mi fa smorta
portami su un brillante prato verde
all’aria dov’è un po’ di linfa e un ramo!

(da Le lacrime delle cose, Bergamo, Moretti&Vitali, 2009)

(intervista a cura di Maria Pina Ciancio, esclusivamente per il sito internet LucaniArt Magazine)

[foto-di-gigliola-chiste]

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6 risposte a “Spunti (di)versi con… Gabriella Sica

  1. Ci sono tante bellissime cose in questa intervista. Soprattutto io credo, ci sono risposte espresse con un linguaggio limpido, “un impianto colto e popolare” per citare la stessa poetessa intervistata.
    Mi piace molto l’invito ai giovani a leggere.
    – L’uomo al cospetto di Dio o dell’oltre o dell’invisibile (che traspare nel suo mondo fatto di paesaggi, di architetture, di storia e di storie, di altri uomini) manifesta un’energia che è l’arte nelle sue diverse manifestazioni. -. E ancora, la poesia aggiunge e non toglie energia. – Anche quando il poeta è più nichilista e senza speranza, per esempio Leopardi, allora la poesia che è grande si apre sul mondo e lo apre.-. Condivido in pieno.

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  2. “Il cuore il sangue un ramo” sembra essere proprio un’ invocazione alla poesia, alla sua capacità di ri-sollevarci, al suo compito di salvar-ci. Il cuore è il centro propulsore della vita; il sangue la linfa vitale che il quotidiano consuma ed imprigiona; il ramo é la speranza che la poesia dischiude.

    Rosaria Di Donato

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  3. La poesia donataci da Gabriella Sica esordisce contraddicendo Attilio Bertolucci, che chiede il contrario, fin dal titolo, in una sua poesia: ‘Lasciami sanguinare’. Ed anche in quella di Bertolucci ci sono i rami (‘i freschi rami’) e i figli (‘giovani/col colore della gioventù/esaltato dalla luce che quei rami inverdiscono’). Insomma Gabriella ne ha scritto un controcanto (involontario penso) autonomo e meritorio.
    Molto suggestivi gli ultimi due versi.
    Quanto all’intervista, quell’Orfeo che prepara il futuro mi convince e mi incuriosisce.
    Grazie e un caro saluto
    Antonio

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  4. Ho trovato molti punti di contatto e alcune divergenze, non della sostanza, ma dell’approccio e della forma:tutto questo rende ancora più invitante la lettura,poiché credo che arricchirsi sia proprio trovare la differenza,la spaccatura in cui si aprono ancora altre visioni/visionarietà.Ringrazio per questa nitida lettura e per una posizione, nei confronti dell’oggi e del futuro che promette ulteriori incontri,fernanda

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