DAR COMMIATO ALL’ADDIO. Nota su Alfonso Guida e Beppe Salvia

di Mauro Savino

La questione del margine, innanzitutto. La poesia come luogo del margine. Il poeta come figura ai margini. Tutto ciò è didascalia. In quanto la cd. società è margine. Sacca. Coperta. Col che non ha nulla a che spartire la poesia, a meno che non si voglia ridefinire il concetto di margine, di limite. Margine e limite come confine fluido e sovrapposizione di tessiture e ribaltamenti continui. Dove per tessitura si intende il lavorio (non il lavoro) sul dire, perenne e lacrimogeno, infinito quanto fallimentare. Per ribaltamento la scommessa di ogni nuovo cominciamento, sine causa e dunque non teleologico per vocazione.

Se la poesia di Guida e quella di Salvia siano esperienze del limite: si, purché si dica il nome di questo limite. Lo chiamo martirio. Martirio non del verso, ma nel verso. Non c’è in Salvia, e ancor meno in Guida, un tentativo manipolatorio del linguaggio o la ricerca – men che mai come operazione di divertissement – di una qualche arguzia stilistica. Che il primo traversi il classico quanto il secondo lo plasmi, è questione diversa, che non possiamo affrontare qui.

Martirio, dunque. Nel verso. Perché il verso si perde per definizione e “ogni lettera perduta (…) è una lettera perduta”, dice Salvia. La corsa verso la parola è sempre impossibile, dunque la comunicazione – sia detto per inciso – è per l’industria catodica e per i benintenzionati: è l’espressione che ci interessa.

Guida costruisce labirinti di broccato dove la morte non si può dire e lo fa circondato – per colmo di paradosso – dai ritrovati delle cd. scienze della vita. Salvia si dibatte tra una sognata operosità – terrea non sociale – e la debolezza di ogni volo. Eppure, scrive Guida, “anche l’eroe sfigurato cura l’audacia”. E la sua audacia è lancio nell’impossibile, dunque deiezione: “ho nostalgia delle cose impossibili, voglio tornare indietro”, dice Salvia.

Il martirio è nel ripiegamento su testi che non sono codici, dunque non consolano come poteva accadere all’assurdo avvocato equino di Kafka. Il martirio è nel non sapersi dire, nel non saper dire la consistenza reale del muro di fronte alla finestra, con un accanimento – necessario quanto indotto crudelmente da un dio del verbo che abbandona chi lo cerca – forsennato, tanto più forsennato in Guida che in Salvia.

Il martirio è nella dolciastra crudezza di una conseguita verità, e cioè che non è nel pianto la lacrima, come non è nella crocifissione, ma nel chiodo, la croce. Ciò che consegna ad un pur necessaria vanitas vanitatum lo studium di Salvia quanto il tentativo di intravedere l’iride mistica da parte di Guida.

Il martirio è nel non potersi dare giammai nemmeno confronto conciliatorio tra i due poeti, ciò non come tributo alla grammatica della differenza, ma per salvarci, deo gratias, dai giochi di prestigio di una bassa enigmistica.

Il martirio è tale poiché è “martirio del vuoto”, come ammette Guida, ovvero tensione verso un audelà dell’io, in cerca di un soggetto che è corpo, vita lacerata e perciò profondissima. Vuota e necessarissima.

Necessarissima, si. Se la poesia è quanto abbandona ciò che ha trovato, per lasciarlo alla ricerca affannosa, inafferrabile come la vita, di una meraviglia nostalgica, del ricordo di un futuro, di un eterno presente.

Mauro Savino

****

EQUISETO ARVENSE

(Alfonso Guida)

La casa dei ladri ed il guaito abbagliante
dei coltelli. Roma passò sul ponte
di corda e pietra, portava vittoria
nell’asta, e il grande sorriso, il ristoro
tra due guerre in cielo. Ragazze ubriache
verso Circo Massimo, il fumo in tasca,
nel guizzo dedicato, e il condottiero
virtuoso, l’opra formale e indenne. Anche
l’eroe sfigurato cura l’audacia,
balza tra indugio e conquista ed è vano
tutto quel sortilegio antelucano
che inargenta il fluttuante sogno, il prato
verde, luminoso, artigianale, il dio
denso traccia colori quando scioglie
la spessa dirittura, il ritorno, anche
tra i più fidi lavori corre tutto,
lo spettacolo in strada e non rammemora
l’ardore, come se a pelle vuota ci
fosse un riso, un soffio, il velo dell’oblio
sotto quel tramutarsi a Visione, a Ergo
sfiorando il caldo, la guancia del petalo
secco, le avventure dei ciechi. I ciechi,
tra ombre e cani ed il contagio dei bastoni.
Se n’è andato, disse, guardando appena
la corte patriarcale, l’affettuosa
serva in ritardo, pregava che almeno
la reggia stabilisse la sua porta,
la finestra, il bicchiere del rosolio
caduto entrando, nudo, nel vestibolo
del’albergo. Perse mittente e chiavi,
la volta, il verticale anfitrione, il suo
bosco dove a morsi uccise il serpente,
colpì la trasmigrazione ovattata
del figlio mai avuto, quante recise
mostreggiature e il compagno portato
con la fune alla schiena, tra ago e chiodo.

Tramutò l’istinto e prese ordini dal
muro in cui aveva nascosto la ressa
di gente che abitava il suo corpo. Guarda
che un grande, resistente paradiso
dorme in fondo alla mia voce, alle piazze
costruite sul colle. Ripulì il desco
sbriciolando ancora una volte le sue
chiacchiere, il verde attratto al cielo vivo
dei morenti, invase il vuoto, l’angoscia
che seguì tutto il suo sapere, senza
letteratura, il rimpianto dell’erba.

Nessun mendicante armò i suoi polsi. Ora
stava fermo, avvicinava sgomento
le tetre carezze del vuoto uscito
dal cranio infetto. Degnamente usò due
mazzi di chiavi per aprire l’uscio
presepiale del giardino in cui vide
sorridere la dolciastra preghiera
del fiume dirimpetto. Puoi colpirmi
nell’avambraccio, così nulla avrò da
spartire con la presa dell’oggetto
fissato più volte per stordire la
pena, il carcere in vendetta, l’offesa
congiunta a tutta quella muffa che poi
sotto corrosione urtò la catena.

Rubò le sigarette dal taschino
del padre. Corse dal suo sguardo. Corse
sempre più dal suo veniale straziarsi
per poco. Niente fede all’occhio. Questo
l’editto, questo il donatore che offre
la sua mano. I santi lasciano presto
la radice, ne bruciano gli anni. Anche
col coraggio puoi bruciare i tuoi
mille secoli. Ora la predella si è ornata.
La chiama, un’altra gioventù fiabesca.
Ricordo i suoi piedi, nudi nell’orto
la mattina presto. È ricca sostanza
di una mente la cui voce dissimula
virtù e reato. Volsi all’abbraccio il nostro
turbamento. Il morire colorato,
tra sete e orgoglio, non fu né mio, né suo.

Le voci allucinate crepano a occhio
sbarrato nel cuore. Altre villanelle
si attorniano. È la siepe ansiosa e turpe.
Ma il carice agghinda le strade. Il nome
s’alza fedele al tradimento. In parte
sorprende e cuce lampo e grido mentre
lei piano s’incontra al bagliore sazio
del mosto. Quante ottobrate a ridosso
del pianto. Il portantino oscuramente
condensa il vento e soffia, getta fiato
sul pus che a tratti esce dal polso. Un ramo
di salvia. Il bene glorioso è verifica
del fatto che ogni uomo copre la polvere,
copre tutta la prigione del nostro
sudore. Caccia via le mosche. Adesso
puoi uccidermi, dice, ora puoi anche uccidermi.
Vedi, ho piantato i coltelli nei tuoi occhi.

Difendi. Forse mi difendi. Un retore
tiene forte al suo libro il sangue che esce
dal piede. Cammini troppo. Cammini
tra gli agenti atmosferici dell’orto
botanico dove festeggi e l’attimo
forense e le tue pene, gli spaventi,
tutti i miasmi del terrore danno agio al
solitario che circola fin dentro
le vene dei laghetti su all’EUR dove
l’ammiratore chiede il frontespizio
del manoscritto acefalo. Cerchiamo
l’armonioso viale in cui dolce e più acre
la mandragola chiede al teatro il nostro
piacere occlusivo. Altre lisce, trionfe,
circonflesse città straziano a monte
la terra nel cui petto siedi e dormi.
Riprendi ciò che finisce. E le sillabe
Storte, e il crocicchio, e le sinapsi, e i cardi.

Chiedi a una sorella il pingue regalo,
la pancia gonfia, il dovere dell’atrio,
tutta la sera glaciale, oh lebbrosa
lingua, mentre le acque arrivano lente
come dire il sentimento che a morte
fa grassa l’arte rupestre, sfrecciando
tra le occhiate dei ragazzi incerti, incauti,
la statuaria, adolescente ebrietà
nel cui liberatorio seme mal celi
le parole, il vagante treno del sud
che cresce sui fogli bianchi, tra macchine
da scrivere offerte all’Eterno quando
sembrava dar commiato all’addio, tutto
l’addio è un tema che il mondo ci propone
quando è il caso di rivedere il tenue
saluto informe, (un saluto al dolore).

L’equiseto smangia l’avere avuto,
dopo il bacio, un ritorno al riso, e, infine,
la guerra, il tondeggiante presagirsi
di una via che a strilloni e lustrascarpe
prende in penombra l’affondare dentro
le mani, il seno e il grembiule in cucina
danno parvenze indubbie, malinconico
sollievo, malinconico, regale
sollievo il dire (senza abbecedario,
né suono); se l’è trangugiato il verme,
l’agonia, il nascondimento feroce
dell’alba, subisci l’errore, anche io lo
faccio, ma indietro lo sguardo, suore,
s’inginocchia il covile antelucano
del tormento pastorale, già scruti
le esequie, dividi le spoglie, tutta
la muta sconvolge il piano riposto
dell’odore di quassia e quarzo ialino
che ora più non teme l’Assassinato.

Che dici, se con l’età sopraggiungi,
del primo, iridescente fabbisogno
stellare, a prendere in braccio il giardino
col suo ingresso di pudore malconcio,
con l’astuzia del pensiero incarnato
nel grigio retrogusto dell’onore
che (a mani svelte) fruscia inoculando
nel basamento craniale del tronco
l’ira del giusto, l’ora dell’insetto
speculare al rientro, al vile incrociarsi
di cuoio e rame che (palificando)
danno ampie fioriture nel cervello.

Sogno tessiture di specchio ed è alto,
gravoso il panificio, segue il ventre
dell’arsura, la piena, indica i posti
di ogni promessa. Appena senti un tanfo
di dolci corri in dispenseria e impasti
pulsazioni e rimembranze, l’occhio arcaico
del vizio, l’atelier, la figurina
di una crisalide in veranda oppure
lo Ionio e il Tirreno leccano i resti
del giorno, l’acuto risparmio senza
beneficio, il denaro afoso, il teschio
su cui scrivi che l’esatta necropoli
dell’acqua in te addormenta il succo, il tocco
di uno stile inessenziale, un prolasso
nientiforme che cattura altre vasche
di lappola e gerani, il sud bordeggia
gli eucaliptati crateri di queste
coscienze inconsapevoli o tribune
messe a semicerchio dai cari, inermi
difensori, e tu mia mente che impari
dai nemici a vigilare, a far storie
di muti che, al vento e al guardo, tratteggiano
l’opera e il martirio del vuoto. Oh nostro
carnefice, dov’è il nome appeso,
dove le bocche, e la palude prensile?

E Dio secerne figure o sembianze
tramortite, e tu non conosci a mente
la mia sete, il tuo sospetto, il disordine
che in parte aiuta a spiegare. Sera
di nebbia, siano nel Tevere, i nostri
barcaioli silenti. Apollinaire
sarebbe chiesa e golfo, remo e prato,
come se il grano tumefatto, dietro
l’angustia del vecchio podio, traesse al suo
metaforico turbine incrinato
l’invito a gettarsi. La finestra è alta.
Tutta la finestra acrimoniosa è alta.
Portiamo il pasto pomeridiano al tuo
Monarca. Depersonalizzi il flusso
velenoso, la farfalla, e il drenaggio
spalpebrato dell’iride scoscesa
tra le rupi. O Gravine o Murge senza
refrattarie pietre. Altre cartilagini
vacue, ondose. Il paesaggio capovolge
la testa di tua madre che ora preme
contro le asce, nuda la morte e tutta
la porca stagione, odiare il preluce
l’incarcerazione che tra scempio e oblio,
tra sangue e pelle, adotta tracce mnestiche.

Risalendo a queste pulchre ville, tu
spezzi tenace ogni declamazione,
l’orologio dei vignaioli, l’acre
refurtiva dei ratti chiusi in scatola a
ghermire i crani, il tamburo strozzato,
Beppe, da incursioni nel sangue, dentro
l’oratorio, fra scarpate frondose
nel cui stercorario trovi l’orina
benedetta dei quartieri d’ingiuria,
del vilipendio trascorso a vuoti istmi
di surgelazione. Nel punto estratto
dal malcaduco, da ogni folle salto
germini il destino asperso dei morti
che non sanno impollinare i refusi
del diario, l’ottusità del tuo sguardo
semispento, gli occhiali in cima al platano.

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