Un ricordo di Michele Leone Barbella

a cura di Mario Fresa

 

Michele Leone Barbella è un poeta bifronte, dai caratteri instabili e sfuggenti: la sua scrittura si muove in molte direzioni e cerca ansiosamente varie forme, frequentando ora il poemetto narrativo, ora l’epigramma satirico, ora il piccolo quadro sentimentale. È una poesia tutta fondata su di una natura cangiante, nervosamente visitata da una insaziabilità e da un’inquietudine che spingono il poeta a una sorta di inarrestabile vagabondaggio interiore, contradditorio e ciclotimico. In tale metamorfico fluire, si sovrappongono e s’inseguono sia l’accensione lirica, attraversata da una quasi fanciullesca commozione nella descrizione e nel ricordo delle minuzie riemergenti dal passato, sia una dura, concreta disillusione che invita il poeta, esorcisticamente, a esprimere una vitalità esplosiva e disperata, mossa dalla constatazione dell’incontrastabile vanitas degli eventi umani.

*

Il Lucano, caro Maestro…

«Il lucano è perseguitato dal demone dell’insoddisfazione».
L. Sinisgalli

Il lucano non è proprio questo,

caro Maestro: è un ragno (è Aracne?)

che tesse il provvisorio: ma

provvisorio è l’Universo.

 

 

 

*

Domande a Terry

–         Quanto durerà il nostro duello? In città

non nostre c’ignoriamo, nel villaggio tuo (mio

esilio) ai tuoi ritorni mi saluti con la mano (sventola

come una palma), col sorriso sui dentini

di latte: – c’ignoriamo, ci rincorriamo,

ci accarezziamo nei sogni: non può dirsi certo

il sommo del bello: me lo dici allora tu

fino a quando durerà il nostro duello?

 

 

 

*

Scale meridionali

Chici potrà mai passare sulle scale meridionali

a vespro, a sera, quando le presidia il popolo

di Dio che prende il fresco, – le nostre donne

(discinte), i bambini (sciamanti), gli uomini

strelizzi villosi in canottiera? Giudici

di pace, queste care persone,

hanno la fissità di Sibille

issate sul trono.

*

Le vecchie di fuoriporta

Le vecchie di fuoriporta (a Irsina a Oppido

a Genzano) si svegliano come i gatti. Con

le manine si lavano, con le zampette si pettinano,

col musino rosso si specchiano, si raffreddano

d’inverno: come i gatti. Vivono

in sottani da trenta metri, col crocifisso

e la corona dai grossi grani, con un’icona

al muro: col letto a baldacchino

che vi troneggia sovrano: aprono la porta

la mattina, attendono che il giorno – un bimbo

d’oro! – tenda la mano.

 

 

 

*

Idraulica dell’esegeta

Il critico esegeta

–         era sua meta –  prese

il poeta e si buttò

sulle sue fonti. Trovò

le chiuse scese: e

morì di sete.

*

Gabri

Gabri passò con la tunichetta

smeraldo, i ricci neri, bruniti,

di metallo, le gambe stele

d’ambra di kore olimpica, i seni

piccoli pani di lievito bianco.

Con in mano un cerchio.

Tu passi in questo novembre

senza maestrali che uccide

la mia neve, mia speranza; passi

come un cielo; e un minuetto

ti sono i pigri passi dell’austro

che muove i tigli di Montesacro alto.

 

 

 

*

«Se non scegli, gli altri

scelgono per te». Scelgono

anche di morire. Tu

non sei preparato al grande

evento. Sei ciborio

vuoto (vuoto persino

del sorriso – della bocca! –

di Elèni, della scorza

del tuo pino marino – è tanto

che non lo palpi, che non

lo trituri sotto i denti! –vuoto

del profumo del tuo mare

coi templi), ciborio vuoto, scura

valva, una candela spenta.

 

 

I testi sono tratti dalla raccolta Le anamnesi, il presente (1999).

*

Michele Leone Barbella (Pietragalla, Potenza, 1950 – Salerno, 2010), poeta, traduttore, saggista, ha curato l’edizione, la traduzione e il commento di opere di Rimbaud, Elytis, Larbaud, Bertrand. Ha pubblicato i seguenti libri di poesia:  Biglietto da visita – Assoli di Omega (edizioni Terza Pagina, Bari, 1978),  L’Arcobaleno (Bold Machine, Bologna, 1988),  Le anamnesi, il presente (Ripostes, Salerno-Roma, 1999). Suoi interventi critici, poesie e traduzioni sono apparsi su «Nuovi Argomenti», «La Corte», «Astolfo». È  morto suicida a Salerno il 17 ottobre 2010.

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5 risposte a “Un ricordo di Michele Leone Barbella

  1. Da quello che qui ho letto mi pare emergano tratti “descrittivi” non privi di una pregnante valenza evocativa che rende la lettura un po’ come sospesa tra un’immagine e l’altra.
    Grazie della segnalazione, caro Mario
    Marco

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  2. Il lucano non è proprio questo,
    caro Maestro: è un ragno (è Aracne?)
    che tesse il provvisorio: ma
    provvisorio è l’Universo.

    c’è della genialità in questo poeta lucano che, devo confessare, non conoscevo. Ringrazio infatti doppiamente Mario per la presentazione delle sue opere qui e aver voluto condividere con il gruppo l’anima dei suoi versi.
    Saluto infine tutti voi, con l’augurio che la parola di questo poeta, seppure poco conosciuto, continui ad accompagnarci e a precorrere con noi le strade della poesia… Mapi

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