Farina di sole. Un nuovo romanzo di Nunzio Festa

(l’incipit del romanzo, p.11)

Spengo la luce. Il gas.
La casa è vuota. Sulla groppa della mia stanza non siede neppure una cellula di luce, neanche un soffio. Non un attimo d’amara dolcezza si ripara in questa vicinanza.
Il buio fa bene all’intimità.
Le imposte calate abbandonano il sogno, tasselli di ragione scodinzolano negli spazi e copulano nelle stanze,
non per tristezza. Non è tristezza. Accumuli approdano.
Ricordare è sempre peggio di ricordare.
Il cielo di questa stanza mia è comunque scoperto. Ci vedo un bagliore vuoto, dentro, che sa di nafta. Solo questo. Solo il cielo, vedo. L’esterno della casa è rosso antico. I mattoni sono poggiati uno sull’altro, sono incastrati
tra loro; senza intonaco e privi di colori chimici. Sono pietre antiche.
12
Abito in una casa occupata abusivamente, in uno dei tanti centri storici sparsi sulla facciata della biglia più vicina all’uomo, attaccata all’umanità. La gente non mi conosce. Appaio e scompaio quando mi pare e mi piace.
Quando devo.
In una casa d’una sessantina di metri quadrati, abito. Vivo in uno dei centri storici emersi dalla biglia più appiccicata
a noi.
Gli abitanti di questo paese ignorano la mia presenza, e le mie assenze. Abuso d’una ospitalità che non sanno di darmi. Come da abusivo ho preso queste stanzette gettate nell’ignoto più vicino all’ignoto.
L’unico testimone consapevole e innocente, è Franco Martino. Che canta e fischia mentre decora di bianco l’interno d’un’altra casupola del borgo. Franco, maestro dei colori, è d’altronde lontanissimo erede di colui che per certi era un brigante e per altri un delinquente: persino
omonimo suo.
Avevo un nome e un cognome. Avevo un nome e cognome,
io. E me li portavo dietro. Ovunque. Ed erano diventati un macigno spigoloso. Una condanna. Erano il bollino conficcato dai giornali alla fuga d’un ragazzo. Il bollo che dice ‘ricercato’, che la polizia segue per bruciare
col fuoco delle fondine e delle sbarre.
Lo scrosciare del sole spaventa la finestra, l’unica vita che m’ha resistito impaurisce. Ho le prove.
Tornendo la mia casa con giri di piede non trovo più spizzichi di mattonelle non espugnate, o inesplorate. Ho percorso miglia di chilometri, dentro. Sempre gli stessi. Sono sfinito. Nel ripetere mentalmente che potrei
rimettermi a toccare questo pavimento con le suole e con gli occhi, cado sul letto ancora spalancato. Vorrei riuscirci, a cadere. Cadere. Vorrei riuscire a cedere.
Stasera mi sposo con la terra. Con la profondità del suolo mi sposerò. Vorrei.
13
A spegnere tutto è stata mia madre. Non io. Tutto quello che desidero lo legge dallo schermo, e cerca d’accontentarmi
sempre.

(…)

——————————–

Farina di sole è il nuovo romanzo di Nunzio Festa. Pagine 86, euro 10

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