Il romanzo postumo di Gina Labriola, ‘Sherazade lucana’

di Angela Milella
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“Un libro nato da un paniere di ostriche”. Gina Labriola come Sherazade, nell’e-book postumo, una biografia romanzata, completata con la collaborazione dei figli Alessio, Dario e Valerio, poco prima di spegnersi e disperdere le sue ceneri tra le valli della Provenza.  Il titolo “Sherazade lucana … ed altre storie di scarpe, lune, cuori spinati, sassi, zanzare…” (Index) è stato discusso e scelto con l’autrice, quale giusto riferimento all’Iran e alla Lucania visti attraverso il velo della mitica affabulatrice. Le fotografie, selezionate  con Gina, sono di Dario Caruso. Esse non vogliono illustrare eventi o luoghi, ma essere liberamente evocatrici della sua poetica. Un’autobiografia reinventata, un’opera che, sentendo l’avvicinarsi della fine, la scrittrice aveva desiderato ultimare e pubblicare. Un gioco di specchi ripreso dalla tradizione poetica iraniana, ma anche architettonica, attraverso cui la realtà appare frantumata e riflessa, quasi ad esprimere la complessità, l’imprevedibilità e l’inafferrabilità dell’anima di un paese, in cui tutto appare un miraggio. “Se alla base della civiltà occidentale vi è la logica di Aristotele imperniata sul principio di non contraddizione, per cui ogni cosa è quello che è e non può essere il suo contrario, l’approccio iraniano al contrario non è logico ma poetico, mitico, cangiante, favoloso. Gina è stata sedotta dall’Iran che corrispondeva stranamente alla sua maniera di sentire e di stare nel mondo, al punto di intitolare ‘Alveare di specchi’ la sua raccolta di poesie del 1974 e ‘In uno specchio la fenice’ quella del 1980. Eppure apparentemente nulla di più distante dalla realtà lucana o pugliese che il paese delle mille ed una notte”, spiega il marito Fernando Caruso, nella prefazione al libro. Fu lui a portarla in Persia, dove incontrò Farah Di-ba, regina, moglie dello Sciàh Reza Pahlevì. Nata a Chiaromonte nel 1931, Gina Labriola ha vissuto la maggior parte della sua vita lontano dalla propria terra, per questo si considerava esiliata: “Per uno strano scherzo della donna che buttò l’acqua con cui l’avevano lavata appena nata fuori dal portone”. Gina era fatalista…

Angela Milella

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