Cose di Natale. Una riflesione di Gerardo Acierno

Quest’anno né presepe né albero!

La nebbia che rovista in giardino tra rami secchi e rimasugli d’autunno, facendosi gelo sul ramo del caco, preannuncia l’inverno  e mi costringe a dilatare lo sguardo oltre certi confini prossimi: vorrei scorgere segni natalizi in questo scorcio di tempo tormentato ma nulla che mi circonda m’aiuta nella ricerca. Non vedo il muschio né sento il suo fresco profumo; la neve di bambagia usata per scrivere gli auguri sulle vetrine dei barbieri è reperto pompeiano né le ciambelle incipriate di zucchero sciolto riempiono più  i cesti delle massaie nel vecchio forno a legna all’angolo del vicolo. Questi miei giorni prenatalizi si caricano di crusca  non più  della bianca  farina setacciata  dalle felicità dei figli quando riempivano le stanze di questa tana ora silenziosa e muta come il covo di un eremita.

Non riesco ad annodare in un filo di giovinezza né i pensieri né i ricordi: avverto una sorta di letargo di sapienza che mi consuma e mi sfinisce. Un tempo, di questi giorni, stuccavo ogni fessura della casa perché la felicità di noi tutti non scappasse e le mie ore cristiane di allora attraversavano la foresta dei secoli per raccontarmi, rileggendo un buon libro, il viaggio divino che dura da oltre duemila anni. Fuori, ne ero certo, i pastori e i loro greggi ruminavano sotto le stelle e nulla potevano i colpi assordanti sparati dai balconi di case dove entusiasmi e certezze si concretizzavano in baldorie senza senso, alla moda, ignare dei rintocchi di campane  che testimoniavano una fede inesorabile come la primavera che avanza nelle cortecce.

La mia gente aveva un colore un po’ anemico tipico della gente di bottega ma intorno al fuoco sfavillante della vigilia si sentiva odore di fatica e quel sudore non era il sudore dei ribaldi: sapeva di serenità e di speranza. Sapeva di gioia, di certezze e di entusiasmi.

Erano queste le cose di Natale di quel tempo lontano che è stata  la  mia infanzia: un’infanzia senza tramonto, senza diserzioni, senza tentennamenti.

Erano gli anni del presepe e dell’albero e dentro le case illuminate, allora, gli uomini diventavano voce e gioia nel nome del Signore.

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