Uno storico diario di guerra di Vincenzo De Mare di Castelsaraceno

Curato con filiale affetto dalla scrittrice Teresa Armenti

 «Mi ha fatto tanta tenerezza il signor Vincenzo De Mare, di anni 89, vecchio amico di famiglia, quando mi ha affidato il suo manoscritto, dicendomi, con una certa timidezza ed apprensione “Con la speranza di vederlo alla luce prima che io varchi l’altra soglia“. Si tratta di un diario di guerra (1943-1945) preciso, dettagliato, scritto con una grafia, impeccabile, che sorprende in una persona con la quarta elementare. È una testimonianza vera di sofferenze, umiliazioni, privazioni: una dura lotta per la sopravvivenza». Così esordisce nell’introduzione al “Diario di guerra” di Vincenzo De Mare la scrittrice Teresa Armenti di Castelsaraceno, in provincia di Potenza,  edito nelle plaquette delle “Scritture clandestine”, collana diaristica, dell’associazione culturale Lucaniart. È la grande devozione di una figlia verso un padre che ha permesso l’uscita di questo diario. Noi non abbiamo dimenticato l’altro capolavoro di Teresa Armenti “Mio Padre racconta il Novecento”, edito da Guarini di Solofra nel 2006. Anche in quell’altra opera è il padre che racconta, Felice Armenti, col quale, prima che si spegnesse e salisse al cielo, la figlia, Teresa Armenti, ha condiviso gran parte della sua vita terrena. Anche là è forte il racconto della guerra, della fatidica battaglia di El Alamein. Ne è uscito allora questo altro piccolo gioiello, che rievoca le drammatiche esperienze di un nostro compaesano, il signor Vincenzo De Mare e questo gioiello fa da corona all’altro ancora, sempre uscito nei quaderni di Lucaniart, molto bello: “Fedro e la giustizia”, in cui Teresa ha tradotto e rivisitato in vernacolo lucano dodici favole del noto autore latino legate al forte tema della giustizia. Questo diario, invece, è fatto di pagine struggenti di vita, condensate nell’alone di un cuore palpitante e dall’abisso dell’anima riportate alla luce. Il cuore di Vincenzo De Mare parla e vuole lasciare alla storia, ai posteri, questo suo pesante fardello. La sua storia però è una storia vissuta nella croce e nel dolore di soldato. Potremmo far eco a “San Martino del Carso” di Ungaretti: «Ma nel cuore nessuna croce manca / È il  mio cuore il paese più straziato». Vincenzo De Mare parte per le armi il 20 marzo del 1943, allora si trovava a lavorare nel Pantano di Policoro. È destinato ad Elbasan in Albania. Dopo l’8 settembre cambiano le cose e si ritrova nel campo Stammlager XI Fallingbosteln.  Forti ed intense le pagine di questo diario-urna del cuore, come quando descrive che nella risalita in Germania nel treno, rinchiusi nei carri-vagoni, «non potendo uscire, ognuno aveva bisogno di andare al bagno. Qualcuno lo faceva nella gavetta, due siciliani, con i loro coltelli, fecero un buco sul pavimento del carro: per fortuna era di legno e di quel buco ci servimmo tutti, per due o tre giorni, per fare i nostri bisogni». O quando descrive il Natale del 1943: «Stava per arrivare il Santo Natale. Un mio amico era capitato in un posto vicino ai rifiuti, dove buttavano le bucce di patate. Le raccoglieva di nascosto» e poi «le vendeva tre sigarette ogni gavetta». Ed il grande ritorno «da Potenza a Lagonegro: un po’ a piedi, un po’ in autobus, quando si vedeva qualche macchina…» fino a Castelsaraceno: il ritorno al paese degli eroi che erano stati schiavi di Hitler nei lager, ove erano stati massacrati da quei “volenterosi carnefici di Hitler”, come li definisce nel noto titolo Goldhagen. La storia è sempre fatta di oppressori ed oppressi, vincitori e vinti ed a volte il confine tra queste due categorie è molto labile. Gli italiani si trovarono dopo l’8 settembre da oppressori ad oppressi, vittime inermi di quel grande Reich, sogno di un sogno dimenticato, dagli Ottoni agli Svevi, da Ottone di Bismarck ad Adolfo Hitler. E molti nostri fratelli provarono l’umiliazione del corpo e dello spirito e tra gli altri ricordiamo anche Antonio Titolo del 1920, sempre di Castelsaraceno, internato nel lager Zangtal.

Vincenzo Capodiferro

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