Le maschere di Teana di Rosario Castronuovo

tratto da “Le maschere di Teana” di Rosario Castronuovo, Ed. Altrimedia 2013

Noi ragazzi, ogni diciassette gennaio, giorno di Sant’Antonio, seguiamo per le strade del paese l’esibizione delle maschere dei grandi. Tra tutti i santi della Chiesa, Sant’Antonio è il preferito ai miei occhi, perché nel suo giorno comincia il periodo delle mascherate, il momento più divertente dell’anno. Inoltre le statue lo raffigurano come un giovane, bello e spigliato.
Le maschere dei grandi non deludono mai, impressionano, quella sì che è gente decisa e non la ferma nessuno. … Nel resto del periodo delle maschere, tranne le domeniche, siamo noi ragazzi i protagonisti. …La prima, l’ultima domenica e il Martedì Grasso del tempo di carnevale nessun altro gruppo si permette di uscire. Sono tutti disposti a dare e per questo spetta di diritto l’uscita alla mascherata dei grandi….
Vecchi e giovani, appollaiati vicino al sedile della farmacia, in piedi con le mani in tasca non osano sedersi per non raffreddarsi il sedere sui sedili di pietra. …Aspettano che dal fondo della strada provinciale, da un momento all’altro, appaia il corteo con la maschera dello sposo, la banda, un animale mostruoso. Qualcosa che nessuno immagina. Parlano tra di loro gli anziani, frasi brevi…
Durante il pomeriggio gli abitanti saranno tutti nelle case a dare l’offerta e quando le maschere avranno terminato il giro di questua, si accalcheranno nel “chianuro” (piazza media) per ascoltare il processo. Per rispetto verso i santi la mascherata non termina nella piazza principale, dove si svolgono le feste religiose. Alla fine del processo tutti allegri e soddisfatti andremo a casa per mangiare i maccheroni tradizionali conditi con la mollica abbrustolita. Le maschere sono figure che rappresentano entità dell’altro mondo, fantastiche e demoniache. Si comportano come tali. Si vestono in una casa disabitata fuori dal paese. I mascheranti ci arrivano alla spicciolata, vi portano le offerte raccolte durante la questua. Non deve conoscersi l’ora in cui appariranno Si attribuisce alla natura anche l’evento della morte, il modo e il tempo dell’arrivo, inspiegabile e incontrollabile.
Per questo motivo, l’uomo cerca di entrare nelle sue grazie offrendo ai suoi rappresentanti – tra cui con il più forte e terrificante, l’orso, si è stabilito un contatto grazie alla rappresentazione scenica – i prelibati frutti del suo duro lavoro nei campi: la salsiccia, il vino e ogni prelibatezza. Sperando di ricevere in cambio raccolti abbondanti, salute e benessere. Man mano che le maschere si avvicinano lungo il sentiero per arrivare alla provinciale, il volume dei suoni aumenta, s’intensifica.
Quelli che sostano nella piazza guardano verso la provinciale aspettando di vedere comparire il corteo.
Mentre avanzano si delineano i personaggi; prima macchie bianche e nere, poi forme umane. Alcuni avanzavano a coppie, in fila, in un curioso ordine disordinato, chi è dentro cerca di mantenere la fila per due, altri provano continuamente a trasgredire, evadere, scappare in tutte le direzioni per pungere, sfottere, indispettire la gente.

L’orso in dialetto si chiama URSS. I candidati democristiani, in occasione delle elezioni, approfittano di questo nome per fare propaganda elettorale. Anche la Russia si chiama Urss e fa comodo proporre una similitudine con quello che rappresenta la maschera dell’orso. Nell’immaginario collettivo gli elettori pensano che la Russia e i comunisti siano come la maschera dell’orso, come il personaggio che rappresenta, il male, il cattivo, la figura del demonio. La gente ha paura dei russi, glieli hanno presentati come mangiatori di bambini. Poiché la maggior parte degli abitanti, in particolare le donne, sono ferventi cattolici praticanti, i candidati, aiutati dal prete che parteggia per la DC, hanno vita facile per vincere le elezioni.
Nessuno voterebbe il demonio anziché la croce. Qualche maestro compie opera d’indottrinamento nelle scuole.
…Le mogli che non riescono a concepire a volte chiedono alle maschere di entrare nelle case. All’orso nella stanza da letto.
Un giorno ho chiesto a mia madre perché la gente desidera tanto vivere in allegria e ballare. – Si balla per stare bene insieme – risponde – la maggior parte di noi siamo senza terre e dipendiamo dagli altri; se qualcuno ci chiama a lavorare, andiamo solo se non dobbiamo piegare la testa, non come servi, acconsentiamo a lavorare con dignità. Non accettiamo elemosine, siamo gente di cuore che non giudica e non rimprovera: in ogni occasione pretendiamo parità. Aspettiamo la primavera e l’estate. Questo è il tempo di divertirsi, poi verrà un altro tempo -. S’interruppe, “non sono discorsi da fare a un bambino”, pensò.
Il pezzente è l’unica maschera deputata a pronunciare una sola parola: “U zizz” (la salsiccia), quando bussa con il bastone alla porta delle case visitate. Camuffa la voce imitando quella di un bambino. I mascherati non devono parlare, potrebbero aiutare la gente a riconoscerli dal timbro della voce. Il pezzente rappresenta l’uomo che ha bisogno; poiché povero, in questa situazione sociale, gli è donato da bere e da mangiare. La maschera del pezzente è considerata il messaggero dei nostri morti.
Il pezzente bussa alla porta delle case, impugna il bastone tenendolo in mano al contrario; con il manico bussa senza toccare con le mani la porta di casa.
Mentre seguiamo la mascherata, noi ragazzi ci divertiamo a raccogliere i biglietti del portafortuna che la gente butta dopo averli letti. Li leggiamo, c’è scritto:
– La gallina che canta per prima ha fatto l’uovo – Nel giorno dei morti e dei santi, vigna piena e vacante. – E ndilì e ndilà, e il rotto porta il sano. – Gli uccelli in cielo e gli uomini sulla terra. –
Un ragazzo segue la mascherata e ogni tanto grida:
– Accattatevi la fortuna, o prima dell’anno sarete scalzi e nudi! -.
In questo periodo le donne ritornano dalla campagna, cenano e poi escono a gruppi con il cupo-cupo, siedono su un muretto illuminato da un lampione e cantano, portano le serenate alle ragazze cercando di combinare i fidanzamenti. Il ragazzo si reca sotto la finestra di casa della prescelta con altre due o tre donne, cui si aggrega il compare di battesimo o uno zio di grande carisma, a garanzia della sua serietà e delle sue buone intenzioni; mai i genitori. Si pongono in un angolo vicino alla casa della sposa, con discrezione, in modo da vedere bene la porta d’ingresso. E cantano.

Durante le serenate, le cose vanno per le lunghe. La ragazza si fa desiderare e lo spasimante deve fornire prova di pazienza e costanza, accettando di rimanere al buio e al freddo fino a quando il padre della sposa decide cosa vuole fare, dimostrando così di accettare i tempi del futuro suocero e di desiderare veramente la futura moglie. Gli altri elementi del gruppo soffrono insieme al pretendente sperando che ci sia per premio l’invito a entrare in casa al calduccio del camino e ricevere ospitalità con vino, pane e companatico. Infine invitano il pretendente a forzare i tempi, a osare: lo mandano nella stalla a prendere un ceppo dritto e grosso da offrire come richiesta per entrare. Lo depositerà sul gradino dell’uscio. È un invito al padre della ragazza perché si decida. Ci saranno uno spacco o uno spiffero nella finestra sul davanzale da dove il capofamiglia osserva la scena, e il comportamento dei richiedenti. Intanto il pretendente e la compagnia continuano a cantare per incoraggiare una risposta.
Quando il padre della ragazza si affaccia alla porta di casa, vuol dire che ha preso la decisione; la compagnia smette di cantare e trascorrono attimi infiniti. Invece l’attesa è breve e densa di tensione. Se con un calcio fa ruzzolare il ceppo dai gradini della scala, allora è meglio smettere e andare via. …Di solito, prima di azzardare una serenata si raccolgono pareri, segnali di gradimento, chiedendo alle donne del vicinato, a parenti e amici.
Se invece il patriarca apre la porta, prende il ceppo, lo porta in casa e lo pone nel camino come capo a fuoco, vuol dire che la mescolanza del calore delle due famiglie è stata accettata. Il futuro fidanzato ha così il permesso di mettere il ceppo nel suo camino insieme a quello della figlia. Dopo un’ultima e breve cantata al freddo della notte, si spalancherà la porta come invito ad accomodarsi: ci saranno festa, cibo e vino. Intorno al camino continueranno i canti insieme alla famiglia che ospita.
…Conclusa la questua, carnevale è processato, la gente si assiepa intorno ai muri delle case e di fronte al tavolo, dove salirà Carnevale. Al centro i bambini sembrano piccole meteore frementi in movimento continuo. È stato posto un tavolo nei pressi dell’arco. L’unica lampadina emana una luce fioca, riesce a fatica a illuminare il tavolo e poco più. Con grande difficoltà riescono a farci salire sopra Carnevale che dondola con la pipa in bocca. Quaresima cammina nervosa davanti al tavolo e fila, alza ogni tanto le braccia e il viso verso il cielo, si rivolge a Dio e chiede aiuto, disperandosi e piangendo, scuotendo la testa.
Su un altro tavolo posto su un lato, vicino al muro, si accomodano i due avvocati e il giudice. Si alzeranno quando inizierà il processo e non si siederanno più. Il pezzente si avvicina al giudice e gli consegna la cioccola, il bastone con cui ha bussato alla porta delle case. Noi bambini siamo eccitati al massimo, irrefrenabili nell’aria che si respira, corriamo per tutti i lati; quando ci sgridano, ci appoggiamo davanti alla gente che è in piedi accostata ai muri. C’è freddo a quell’ora e la gente si stringe per non far fuggire il calore.
Approfittando del trambusto, le maschere secondarie corrono verso la loro casa e tolgono maschera e travestimento, ritornando persone di questo mondo; gli spettatori si disperdono tra la gente che assiste. Rimangono l’orso, tenuto a bada dai carabinieri, insieme a Carnevale, Quaresima, al prete e al sacrestano, al dottore e all’infermiere.

La maggior parte delle porte delle case è chiusa, solo qualche donna è rimasta a battagliare in cucina. Alla fievole luce dei rari lampioni che illuminano le strade, sembra che lupi vadano in giro furtivamente tra i vicoli, cercando l’ombra per nascondersi, evitando l’argento della luna. Altre anime di animali selvatici si affacciano nei vicoli, visitano il paese in cerca di un inizio. Si cerca un patto tra l’uomo e la natura: sono venuti per assistere, partecipare all’evento. Essere testimoni per poi riferire di un seme che muore nel freddo, e di un prurito appena percepibile che ne riaccende la vita. Si celebrano il buio, la morte, forse una fine misteriosa.
E un’unione che riaccenda la scintilla.
Il silenzio avvisa i protagonisti che l’incanto si ripete, che il gioco continua nei secoli. Ricomincia la storia, ognuno deve ritornare al posto loro assegnato.
Le anime ritornano nella loro casa, gli uomini nel mondo, per seguire il solco naturale. Ma prima occorre il sacrificio. E il monito a seguire una vita consona, dedicata agli altri e all’universo che ci circonda.
A primavera, in questo mondo piccolo eppure completo, magicamente appaiono fiori. I vecchi raccontano che qualcuno, tanti ma tanti anni prima, dava sfogo alla propria gelosia. Saputo di tradimenti, approfittava dei mascheramenti concessi, della confusione e dell’allegria, per salvare l’onore e colpire in incognito, continuando poi la festa senza rimorso, come se niente fosse successo.
…Carnevale è processato, condannato e fucilato, colpito a morte, sta per cadere.
Quaresima sviene, il dottore cerca di rianimarla; c’è una grande confusione, ridono tutti, eccitati.
L’orso, che nel tentativo di liberarsi per andare ad abbracciare Carnevale fino a quel momento aveva dato violenti strattoni alla fune tenuta dai soldati, sfugge alle guardie e finalmente corre verso il tavolo su cui Carnevale, piegato, scivola verso terra. Lo prende al volo sulle spalle e scompare nei vicoli del paese, poi verso il bosco. …Quest’ultima scena sancisce la fine della giornata e del carnevale.
Ritorna alla mente quello che pensano alcuni studiosi. A torto o a ragione. Gesù è stato crocefisso e, portato nel sepolcro, è risorto dopo tre giorni, è salito al cielo e siede alla destra del Padre. Carnevale, fucilato e portato nel bosco dall’orso, ritornerà dalla terra, nuovo, purificato dai vizi, con la prossima primavera.
La gente sorride soddisfatta e si dirige verso casa. Commenta.
Troveranno ad aspettarli succulenti maccheroni fatti in casa conditi con salsa e carne di maiale. La pasta di casa è abbondante. La mattina successiva le donne ne porteranno una porzione anche alle galline, invitandole a sbrigarsi a deporre le uova, segno di avvento, Pasqua, primavera, rinascita. Alla fine della mascherata abbiamo la sensazione che le anime siano comparse per incontrarci.
Le maschere sono andate nel nulla com’erano arrivate. Ritorneranno il prossimo anno. La mattina dopo c’è ancora aria di festa. Incontrando la gente si percepisce che qualcosa di bello è finito e ci si appresta ad andare, man mano, verso un periodo diverso che cambierà le stagioni e la vita. Inesorabilmente. È tempo di pagare per quanto ricevuto, il giusto dovuto per le giornate di festa e gli eccessi. Adesso bisogna stare calmi, c’è ancora freddo, siamo in pieno inverno, ancora in letargo. Si percepisce nelle strade il senso dell’immobilismo, come se tutti si fossero rassegnati a pazientare. Aspettare gli eventi senza nessuna possibilità di influenzarli. Tutti possiedono in casa un cassone di provviste, addossato a un muro ben chiuso per non permettere ai topi d’infilarsi. Dipende da quanto è pieno. Se qualche famiglia dovesse avere difficoltà, e consumerà presto le scorte di grano che durante l’estate aveva immagazzinato nel cassone, bisogna soccorrerla. Prima lo faranno le famiglie del vicinato, poi i parenti e infine chi può. Evitare di chiedere ai ricchi, quelli devono fare affari con le difficoltà della gente, chiedono interessi alti. Per il prossimo inverno, le famiglie in difficoltà dovranno immagazzinare una quantità maggiore di grano.
Ho chiesto a mia madre perché l’orso ha rapito Carnevale ed è fuggito verso il bosco. Mi ha detto: – Carnevale rappresenta l’uomo e con quel gesto si è voluto affermare l’unione indissolubile e indivisibile tra l’uomo (Carnevale) e la natura (l’orso). La fine della mascherata suggella un patto, ripete una verità assoluta. Il destino dell’uomo dipende da quello della natura, vi è legato. Durante la mascherata questi due personaggi hanno tentato di sfuggire alle guardie, che rappresentano la legge dell’uomo, per abbracciarsi, unirsi e ripetere le regole della natura, tentativo che è loro vietato. La legge degli uomini, gli imbrogli, le ingiustizie, le prepotenze, ostacolano la natura nel suo logico andare -.
Insieme ai miei fratelli abbiamo, ancora, chiesto a mia madre perché si condanna e poi si uccide Carnevale.
– S’intima e si consiglia alla gente di non comportarsi in modo da sovvertire le regole, che si devono rispettare, ma che non si possono imporre. Non bisogna dilapidare i beni della famiglia con decisioni scellerate, ma comportarsi con rettitudine. Non contrarre debiti se non si vuole perdere la libertà e diventare schiavi del denaro. Non esagerare. Per questo hanno inventato il personaggio di Carnevale come esempio negativo, da non imitare. Con la sua fucilazione si vorrebbero far morire i vizi e le cattive abitudini. Il periodo delle maschere è soprattutto un momento di trasgressione. Solo nei momenti della rappresentazione carnevalesca e del processo a Carnevale si fanno allusioni e si ridicolizza chi amministra, i potenti e gli uomini di cultura. Quando si sconfina nel dileggio, tutto è tollerato con ilarità dalle persone colpite: questi momenti sono importanti in una società chiusa in sé stessa. Una valvola di scarico delle tensioni accumulate durante l’anno -.
– Quaremma dove è andata? – Quaremma è la sofferenza, siamo noi che aspettiamo con la primavera l’uscita dalle difficoltà, da un periodo difficile dell’anno. Potrebbe scarseggiare il grano, così da non avere abbastanza farina per impastare. Non ci sono frutti da raccogliere, aspettiamo che le galline ricomincino a deporre le uova, che compaiano gli asparagi e i germogli delle siepi, che le fave e i piselli riempiano i baccelli e che dalla terra spuntino le cicorie. E non dobbiamo mangiare i salami. Quelli devono bastare per tutto l’anno.
Dopo qualche giorno, mia madre preparava una bambola; negli anni precedenti non ero presente quando l’aveva confezionata. Usa un vecchio fuso, due patate, delle foglie di pannocchie come quelle con cui è riempito il saccone su cui dormiamo, e alcuni ritagli di stoffa.
Il fuso è fatto con un bastone di legno, ha il diametro di mezzo centimetro ed è lungo circa venticinque; alle due estremità tende ad assottigliarsi. Nella parte superiore è fissato un uncino di ferro, in quella inferiore hanno infilato una palla di legno, schiacciata e fissata all’altezza di un terzo del bastone. Si usa per filare la lana. La conocchia è un bastone lungo una settantina di centimetri che termina, in alto, con una forcella.
È il passatempo delle anziane che fissano la lana sulla forcella, alla punta della conocchia, e dall’altro la infilano nella cintura della gonna. La lana scende fino al gancio della conocchia all’altezza della gamba. Il fuso scivola sulla gamba, lo spingono in modo che ruoti. La lana si arrotola: ogni tanto la bagnano con la saliva. E gradualmente la avvolgono a gomitolo.

Mia madre mette la patata piccola nella parte superiore del fuso, quella grossa nella parte inferiore. Sotto la pallina di legno, con lo spago lega sulla parte inferiore le foglie di pannocchie che imitano una larga gonna.
La patata piccola vuole essere la testa: vi lega un minuscolo fazzoletto nero, con gli altri stracci ne compone il corpo, un rametto in diagonale imita la conocchia su cui poggia un ciuffetto di lana. Nella patata infila sette penne di gallina, con un filo appende la bambola alla finestra. A guardar fuori i giorni e le notti che trascorrono e l’inverno che passa.
Mia madre, le domeniche di Quaresima, risollevata, toglierà una penna. Per cadenzare il tempo che trascorre. Avrà la sensazione di tenerlo sotto controllo. A ogni penna che sarà tolta, gioirà per il tempo trascorso.
– Se n’è andata Anna – dicono le mamme la prima domenica di quaresima quando strappano la prima penna. Dopo toglieranno quelle di Susanna, ribecca, ribanna, Cicilia, Sabetta; corrispondono alle figlie femmine di Carnevale, le prime sei settimane della quaresima. L’obiettivo è la settima, l’ultima, quella di Pasqua. È Taramanno, il figlio maschio. Quando saremo fuori dall’inverno, dalle difficoltà e da ogni peccato.

Rosario Castronuovo

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