Estetica Jonica di Mauro Savino

mauro savino estetica jonica

(dalla nota introduttiva dell’autore)

Esiste un sud sconosciuto e inconoscibile dove i fichi d’india vegliano sulle strade sterrate e i covoni ardono silenziosamente nelle estati dei merli e del fumo di stoppie. Dai bovindi si guarda un orizzonte da cui non arriva niente, se non un profumo di ginestre. Gli infortunati d’ogni sorta trovano qui bestie stranite e volti graffiati. Non ha nessuna importanza qui, il secolo. Le fontanacce e i dirupi sopravvivono all’uomo e alla dimensione del vivere. Non ci sono miti, né raduni agresti da celebrare, ma infiorescenze selvagge, verdi altezzosi e massi che colorano gli occhi di lontananza. Dai balconi bianchi la vita va osservata di sbieco, come per introverso pudore, per non toccare il fragile cristallo che dimora tra le nuvole di cobalto. Lo animano i morti, i santi, e la nostra più profonda e indicibile malinconia, che è il mal dell’ora, l’abbraccio del tempo. I folli, che ci insegnavano posti segreti, affrontano il silenzio parlando senza di noi. Le finestre, immediate sulle strade, aprono su case vuote, dove si può spiare un passato di focolari e gesti profani sotto icone di padreterni. Da lontano guardavamo queste colline rase e bucate, di armenti condotti allo stesso modo da secoli. E non era la pace, era un malore inquieto, sacrificale. Ma i santi stavano presso i roveti a parlare con l’erba, a sporcarsi i piedi. Noi avevamo queste scale, sotto i portoni, dove, a sera, graffiavamo le pareti bianche. E i piccoli gradini, dove, come mai dopo, di niente e per niente, fummo felici.

 

Mauro Savino


 

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