Un ricordo di Anna Maria Fabiano, scrittrice e pioniera della parola, scomparsa oggi all’età di 62 anni

*
Ci sono persone che restano, anche se vanno via
che lasciano un segno e un’impronta indelebile
che valicano i confini del tempo e della distanza
perché sanno amare con cura istintiva
tutto ciò che le circonda.
Una di queste è Anna Maria Fabiano.
Il mio Grazie a Lei, per esserci stata.

Teresa Anna Biccai

Questo è uno degli ultimi racconti della scrittice e poetessa calabrese Anna Maria Fabiano (Soveria Mannelli (Cz), 1952 – Cosenza, 2014) pubblicato da lei stessa qualche mese fa sul web.


Anima e Padre

Abitava, in un piccolo mondo bello anche se limitato, un essere triste con parvenza di fanciulla. Anche quando cantava, e cantava spesso, la fanciulla era triste. E quando sorrideva, e sorrideva spesso, il suo sorriso era triste. E quando era felice, e spesso davvero era tanto felice, quella fanciulla era triste.

Aveva tanti amici questa fanciulla, ma era sempre sola. Era sempre indaffarata,  era sempre frettolosa, come se avesse sempre cento cose urgenti da fare, eppure era meditabonda. Era un essere strano, con una strana voglia di tutto e di niente, concreta e astratta, mite e battagliera. E forse per questo Padre aveva sempre pensato di chiamarla Anima, per questo suo essere sfuggente a ogni categoria. Ritagliava con meticolosa precisione frammenti di tempo da una mappa magica che le lui le aveva regalato. Prima di partire per il suo viaggio più importante, il Padre infatti le aveva detto:

“Anima, questa è la mappa magica della Strada di Vita; ricorda che ci sono tanti frammenti di tempo, e se ti capiterà di perderne qualcuno niente male: basta solo soffiare sulla polvere del tempo con coraggio e fiducia, e i frammenti torneranno a nuova vita”.

“E cosa devo fare, Padre, di quei frammenti di tempo che stanno sulla mappa magica della Strada di Vita?”.

“Qualunque cosa vorrai, Anima, purché sia leggera e pesante allo stesso tempo”.

“Come può accadere, Padre, che qualcosa sia leggera e pesante allo stesso tempo?” aveva chiesto con uno dei suoi sorrisi tristi.

“Può accadere, Anima. E anzi accade. In ogni frammento c’è una valigia. La valigia è piena di tante cose importanti, perché tutto è importante, ma diventa leggera se, al momento di sollevarla, tu pronunci una parola sola”.

“Quale?”.

Voglio”.

Padre aveva tirato su il fiato stanco, aveva rallentato il passo per via di piedi troppo gonfi dal lungo andare, e aveva sollevato la sua ultima valigia pesante e leggera, perché lo aspettava un cammino mai fatto e aveva bisogno di molto coraggio e di tanta energia.

Anima aveva detto sì alla voce dolce e affaticata di Padre e poi lo aveva salutato, con la mano protesa a carezzare la sua pelle vecchia e giovane, e aveva guardato con un altro sorriso triste la scia che si era disegnata tra la terra e il cielo.

Erano passati secoli, da quel giorno, tanti secoli. E Anima aveva compiuto mille passi, sollevato mille valigie e ridisegnato la mappa magica della Strada di Vita mille volte. I frammenti si erano smarriti e poi per magia ricomposti, e sempre aveva soffiato sulla polvere del tempo con coraggio e fiducia e sempre aveva detto voglio… e sempre aveva visto quella scia lungo la quale Padre aveva iniziato il suo viaggio più importante.

Un giorno, mentre Anima era affaccendata in uno dei suoi passatempi preferiti – ritagliare Parole Sparse per comporle in puzzle significanti – sentì di colpo un atroce dolore in tutto il corpo. Anima aveva spesso per compagno il Dolore, era un amico al quale affidava le sue meraviglie personali, le emozioni, i sorrisi, i miagolii dei suoi gatti, i guaiti dei suoi cani, un ricordo ingiallito ma sempre vivo, un sorriso raccattato nei Porti del Mondo, una speranza naufragata, uno smarrirsi dei sensi accesi, un rigurgito di rimorso. A volte Dolore era davvero insopportabile perché era insistente nel suo pretendere confidenza, ma era un amico, e degli amici si accetta tutto, se sono davvero amici. Quel dolore che sentì in tutto il corpo, invece, non era un amico, non aveva neanche la lettera maiuscola, aveva solo una punta acuminata di rovo.

“Aiuto, aiuto, chi mi aiuta?” gridava Anima mentre il dolore moltiplicava la sua presa. Lasciò da parte le parole che stava componendo e corse a specchiarsi in un ruscello d’acqua che scorreva a due passi da lei.

Rimase allibita. Il suo corpo era tutto dilaniato, come se qualcuno lo avesse preso a morsi con denti affilati da un mago sapiente. Vedeva nello specchio d’acqua il segno di quei morsi, piccoli fori rossi e viola che si allargavano sempre più, brandelli di carne senza vita, e sangue che si faceva nero e di colpo… Lo vide. Alle sue spalle. Riflesso nell’acqua del ruscello. Era lui, il Lupo Cattivo. Non poteva non riconoscerlo, perché aveva peli lunghi e neri e la voracità nello sguardo.

“Cosa vuoi da me?” chiese Anima senza forze, mentre il suo spirito andava scemando e le forze abbandonavano il suo vitalismo.

Una risata macabra echeggiò per le stanze del piccolo mondo limitato.

“Voglio solo la tua mappa” rispose lui. E nel dirlo gliela strappò dalle pieghe della pelle, dove Anima l’aveva gelosamente conservata.

Diede un ultimo morso dilaniante alla sua carne e, dopo aver ingoiato l’ essenza di lei tra le sue fauci, scappò veloce come il vento.

Anima sentì che Morte era vicina. La sua tristezza felice, le sue peregrinazioni di parole senza ordine da comporre in puzzle sempre diversi,  le mille cose da fare, le mille valigie da sollevare, la leggerezza e la pesantezza… tutto era sprofondato in quelle fauci, e la polvere del tempo era svanita con il resto.

Si sdraiò vicino all’acqua del ruscello e dimenticò la parola voglio, cadendo in uno strano dormiveglia a occhi aperti.

Accadde di tutto in quel dormiveglia senza ordine. C’erano bibite rosse, come il succo appetitoso di arance mature, ma il loro sapore era amaro, e quel succo le bruciava le vene. C’erano mille aghi acuminati, peggio che le spine del rovo, erano orrendi e bucavano dappertutto. C’erano pochi colori, solo un bianco strano che faceva male agli occhi e cancellava la bellezza della creazione. C’era la Paura, che cambiava le sue vesti ma non la sua presa, e che toglieva il respiro, mozzandolo sul nascere. E c’era l’assenza del tempo, solo un unico istante senza vita, che sapeva di gelo e di nulla.

Anima sentì, nel suo dormiveglia senza spirito, che la Vita la stava lasciando e lei soggiaceva al richiamo funesto della Morte. Chiuse gli occhi mentre lontano, sui monti del Nulla, si sentivano cupi ululati.

A un tratto però… sentì una Voce. Dapprima fioca, come la luce di una candela consumata, poi più viva, come la fiamma di un focolare appena acceso, infine forte, come la luce del sole dei tropici.

“Anima” supplicava la voce. “Anima mia bella, piccola Anima figlia della mia carne, soffia sulla polvere del tempo”.

“Padre!” sussurrò la sua voce senza forza. “Padre. Mi hanno rubato la mappa magica della Strada di Vita. Come faccio, Padre? Ho tanta paura”.

“Anima mia, non è necessario averla fra le mani. Basta averla nella mente. E tu ce l’hai. Pensa con intensità, concentrati. Forza, mia Anima bella, forza. Non mollare”.

“Padre… non ce la faccio. Non ci riesco. Ho paura. Il dolore mi dilania, ho le carni maciullate dai morsi, sono a pezzi, non ce la faccio, non riesco”.

“Anima, no, non dire questo. Non dirlo. Guarda in alto, guarda la scia, è un sentiero disegnato tra la terra e il cielo. Apri quegli occhi, se pur debole. Io sono qua, vicino a te, anche se sono partito per il mio viaggio più importante. Dai, soffiamo insieme, Anima mia, proviamo”.

Guardò in alto, Anima. E lentamente soffiò…

Anna Maria Fabiano, 30 aprile 2014

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