PER NOI CHE NON VIVIAMO IN FRETTA di Mauro Savino

[Per noi che non viviamo in fretta – Progetto CENTO]
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I barbieri sono sempre stati l’inimitabile ricettacolo delle storie e dei sogni impossibili della provincia. Mio padre mi portava da questo barbiere che mi faceva sempre il solito taglio con la scriminatura a lato, così con gli occhialoni e tutto ero pronto per gli insulti e gli spintoni di quelli più grossi e più stronzi di me.
Andò a finire che feci a pugni. Mi andò bene. Ma non ottenni alcun privilegio. I bulli non mi volevano con loro perché me ne stavo sempre solo. Gli sfigati non mi volevano con loro per lo stesso motivo. E dire che con il pallone ci sapevo fare. Ma niente, per me non c’era mai posto nelle squadre di calcio inventate che si sfidavano nel cortile della scuola, né nelle combriccole che facevano scherzi più o meno pesanti. Non potevo essere un capo perché non avevo fatto a botte un numero sufficiente di volte e non avevo la faccia adatta. Non potevo essere il braccio destro del capo perché non ero considerato abbastanza sveglio. Non potevo essere un gregario perché anche i gregari devono sapere il fatto loro e io non ero considerato abbastanza acculturato.
La società funziona un po’ allo stesso modo, me ne sono accorto da grande.
Così sono rimasto da solo tutta la vita.
Dal barbiere c’erano sempre giornali di pettegolezzi e storie di vip. Spesso i giornali erano di uno o due anni prima. Così alla fine li conoscevo a memoria. Alcuni avevano le pagine strappate, allora non c’erano i social così ognuno si prendeva quello che gli interessava come meglio poteva.
Un giorno trovai la foto in bianco e nero di un tizio seduto, imbronciato, lievemente strabico, con la fronte aggrottata e una mano nella’altra. Guardava in su, non si vedeva cosa. Non aveva un’aria rassicurante. La didascalia diceva che questo ragazzo non dichiarava mai il proprio amore per introverso pudore.
Un pomeriggio, uno dei tanti in cui mi capitava di restare a casa e invece di andare a caccia di lucertole guardavo la televisione e mi chiudevo in piccoli mondi di cassettini e matite colorate e fumetti, trasmisero un film che parlava di un adolescente problematico che litigava con i genitori, faceva a botte e correva in macchina per sfidare, col rischio di restarci, quelli più grossi e più stronzi di lui.
Poi si chiudeva in se stesso e restava in silenzio.
Non diventò un capo neanche lui, né un braccio destro, né un gregario.
Anni dopo scoprii che nella vita l’attore di quel film non si comportava in modo molto diverso, così che sullo schermo si assisteva al racconto di un dramma personale e non solo cinematografico.
Il regista di quel film disse che non aveva mai avuto problemi con le inquadrature, perché quell’attore era bello da qualunque angolazione lo si riprendesse. Solo non era proprio facile stargli accanto, era umorale, imprevedibile, inaffidabile, capace al contempo di gesti di grande affetto e di incomprensibili crudeltà. Soprattutto profondamente solo. Era inafferrabile in quella sua solitudine così definitiva e così inspiegabile, forse soprattutto per lui.
Scoprii che portava gli occhiali grandi anche lui. Ma non aveva i capelli con la scriminatura a lato.
Era molto bello, si. Lasciò scritto di vivere in fretta.
Lo fece. Le circostanze fecero il resto.
Quanto a me, dal barbiere non ci vado più. Non sono bello. E sono ancora vivo.
Ma io non sono James Dean.

(testo e disegno di Mauro Savino)

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