KEINEN ERLÖSER. APPUNTI PER UNA DIPARTITA IN UNA STANZA GIALLA di Mauro Savino

[Keinen Erlöser. Appunti per una dipartita in una stanza gialla – Progetto CENTO]

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Anni fa, quando ancora pensavo di fare chissà che, ti vidi in Jesus Christus Erlöser. Cristo era diventato un immigrato qualunque, apolide, senza una destinazione. Se la faceva con la gente peggiore e la più pericolosa e deviata. Oltre che con gli ultimi, i negletti, i deturpati dalla vita e da Dio. Durante quel lungo monologo eri solo sul palco. Nessuna scenografia, nessuna musica. Solo tu. Ti interruppero spesso, abbandonasti il palco, poi tornasti. Provocavi il pubblico, il pubblico provocava te. Andava in scena la tua vita. Violentemente solo contro tutti, in nome di un realismo delle passioni e degli umori, che trasformava in fatica fisica lo starti accanto sulla scena e nella vita. Con Herzog fu una lotta e una grazia. Ti definì il suo nemico più caro.

All’epoca pensavo di riprendere quel testo e riproporlo in qualche teatro, facendo tradurre il testo in italiano. Mi piaceva l’idea di quella scena definitiva.  Erano sogni, naturalmente.
E un sogno è diventata la vita. Perché più non si vive, caro Klaus. Non basta tutta l’energia del mondo. Non si può stare soli di fronte al mondo e puntare l’indice. Non c’è più frattura. Il mondo siamo noi, lo siamo divenuti nostro malgrado. E non è un bel vedere. Non immagino più di andare in scena. Non immagino più niente. Nemmeno Dio. L’amore l’ho sprecato o lui ha sprecato me. Non so e non m’importa. Neanche dell’energia mi importa. Mi sveglio di notte e fisso il muro, Klaus. Se metto in fila quelle tre o quattro cose che ho fatto, mi sembra di essere stato il mio solo pubblico. Mi sono ingannato, pensavo esistesse, il pubblico, il mondo. Ma non c’è niente se non un girare intorno al nulla fino alla morte. Su una zattera, soli, nell’occhio del tramonto, come Aguirre. Ma senza furore. E senza Dio. Ogni giorno è un giorno da superstiti. Sono sopravvissuto a me stesso tutto questo tempo. Scribacchio ancora, mi arrischio in qualche ritratto. Leggo poco. La letteratura mi suggestiona. Mi uccido trascinandomi da un palliativo all’altro. Nel lavoro, nella vita. Ma non covo risentimento, come un tempo. Inganno la morte con un ghigno o dormendo nei prati. Non c’è più energia, non più nel mondo. Siamo ora figli dell’universo. Che venga, l’universo, sui gradini delle mie miserie e mi avvolga. Non fa differenza. La mia, Klaus, è una generazione di sterminati. Abbiamo tanto sonno. E impazziremo di nascosto. Dissero che eri pazzo. Ma non lo siamo tutti?
 .
(testo e disegno di Mauro Savino)
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