La stanza della gestazione poetica (I)

AMELIA ROSSELLI – Quando l’inconscio ci cammina accanto

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“Cercare una risposta ad una voce inconscia
o tramite lei credere di trovarla – vidi le muse
affascinarsi, stendendo veli vuoti sulle mani
non correggendosi al portale”

(da Amelia Rosselli, Le poesie, prefazione di Giovanni Giudici, pag. 394)

Ho sempre amato il potere delle parole e il segreto che le circonda. La contemplazione che le estende verso diramazioni complesse e il rituale del pensiero che le forma. Le immagini che le ritraggono e i chiaroscuri che le inventano. Noi tutti siamo fatti di parole, anche quando le scartiamo per incuria o perché semplicemente irraggiungibili.
Hanno bisogno di coraggio, le parole, di un coraggio immane, di occhi grandi e di corpi nudi privi di qualsiasi paravento. E hanno bisogno di specchi, di sovrapposizioni intime e di ritmi, di grida sprangate, di umori fecondi, di assenze e di solitudini, di rabbie, di paure assillanti dentro gabbie oscure, di squarci tortuosi seminati in ogni dove, di abbagli, di orgogli, di partenze e di ritorni, di ragioni irrisolte, di quesiti perenni, di mutilazioni violente, di amore costante e di tutto ciò che ci rende incapaci e sapientemente umani. Questa è solo una piccola parte dell’universo interiore di Amelia Rosselli, la più traumatica sicuramente, se consideriamo che a sessantasei anni, decise di porre fine alla sua vita.
Leggendo i suoi versi ho percepito tutta la sua fierezza indomita, l’umiltà dei saggi, un sentimento ardente e una mistica intensa che molto probabilmente fu la sua difesa e la forza che le permise di lasciarci in dono una voce pura e diversa, distante da tutte le inquadrature e le miserie che molto spesso devastano i territori affollati della poesia.

“S’era illuminato il progetto: non era più una speranza ma una volontà.
Io decidevo di esprimermi con maestà e furore anche se le parole assumevano a volte un contegno più che irrispettoso. Perché, mi chiedevi, e illustravi le tue difficoltà, obiettive anch’esse ma non risolutive.
Non ho altro candore che questa mia brigliata simpatia per le maestose ombre del paradiso in terra.
Paradiso! Ma è furore, battaglia e convinzione.
No – è la mia ombra, il mio permesso ad una libertà in atto, limitata dalle tante crisi biologiche”.

da Amelia Rosselli,  Diario ottuso, Nota (1967 – 1968), 25/3 /67

La verità non è mai né presuntuosa né arrogante, e la poesia della Rosselli, nonostante incompresa ai più o alle volte seguita solo per unione di massa, prima di tutto è indubbiamente vera. Racchiude sempre una verità istintiva. E come tutte le verità, per essere compresa interamente, ha bisogno di attenzione e di fatica.

“Inesplicabile o esemplare/ generosa e trita ti concedi qualche piccolo/ ritorno alle abitudini.// La lingua scuote nella sua bocca, uno sbatter d’ale/che è linguaggio// Sentì bisogno allora di innalzare, piramidi alla/ verità (o il suo mettersi in moto)”.

(da Amelia Rosselli, Le poesie, pag. 398)

lo spazio disciplinato dei suoi versi, spesso fraziona con rigore dialoghi miracolanti, amori venerati e impervi, intuizioni geniali, parabole annodate e sfide salvifiche all’ultimo respiro. I volti nominati sono vittime e carnefici da elogiare o da schernire, capri espiatori da rincuorare, creature vaganti da guarire e demoni bugiardi, collocati a turno con ripetuta precisione per raccontare il suo e il nostro mondo popolato di spettri e di menzogne.

“Trovate Ortensia: la sua meccanica è la solitudine/ eiaculatoria. La solitudine è la meccanica/ eiaculatoria. Trovate i gesti mostruosi di Ortensia:/ la sua solitudine è popolata di spettri, e gli/ spettri la popolano di solitudine”.

(da Amelia Rosselli,  Le poesie, pag.152 )

Tuttavia, se la poesia potesse veramente essere terapeutica, troverei riduttivo catalogare la sua in questa direzione, poiché vedere oltre, senza scudi protettivi, può essere una condanna gravosa. Quando l’inconscio ci cammina accanto come un’ombra, quando ci sfiora mostrandoci chi siamo con tutti i sipari della mente e quest’assurda recita indigesta che talvolta è la vita, tutto è possibile e permesso, e niente e fuori luogo e indecifrabile, proprio come nei sogni e negli incubi peggiori.

“Il soggiorno in inferno era di natura divina
ma le lastre della provvidenza ruggivano nomi
retrogradi e le esperienze del passato si facevano
più voraci e la luna pendeva anch’essa non più
melanconica e le rose del giardino sfiorivano
lentamente al sole dolce. Se sfioravo il giardino
essa mi penetrava con la sua dolcezza nelle ossa
se cantavo improvvisamente il sole cadeva. Non
era dunque la natura divina delle cose che scuoteva
il mio vigoroso animo ma la malinconia”.

 (da Amelia Rosselli, Le poesie, pag 218)

La poesia di Amelia Rosselli, a dispetto dei rischi, sfugge totalmente con lucida intenzione a quell’arida fugacità del nulla che tralascia la pienezza del sé, e che giorno dopo giorno, distanzia il sentire remoto che raramente possediamo innato al di là d’ogni conoscenza appresa. Il suo intelletto era un tutt’uno con la poesia, e quando il vuoto della stasi -quasi inseguita- prese il sopravvento, replicò senza esitare, confusa e disorientata, ma con altrettanta lucida fermezza, lasciandoci per sempre con l’unica aridità possibile da sopportare in silenzio.

Forse morirò, forse ti lascerò queste
piccole carte in ricordo: tu non distribuire
pensieri nelle selve, ai poveri, ma ai
ricchi, dona tutto il mio sangue.

E il mio sangue in ricchi flutti rifiuta
d’esser sorpreso: promiscuità con i vicini
o una sella in selva. Stringi attorno
a me la tua mano fiorita, riparti per
un altro caso di fioritura esangue, io
non ho mai promesso, permesso, d’esser
colui che langue.

Ma sul tracciato della vita v’è una battaglia
di cagnolini, spettacolare ventaglio alle
mie condoglianze. Attacca ancora il carro
sulle mie labbra, che condiscendendo di
parlare, strozzano, il sangue, la visione
in un incesto di sorrisi, promiscuità
indirette magagne. Tante cause al mio
ambiguo contraffarmi: un piccolo ventre
che respira, una voce che tace, e la aspirina
negletta che ricorda: la morte è una dolce
compagnia, ti ritira, fuori dalle aspirazioni.

Morta ingaggio il traumatologico verso
a contenere queste parole: scrivile sulla
mia perduta tomba: «essa non scrive, muore
appollaiata sul cestino di cose indigeste
incerte le sue manie».

Incerte le sue pretese, e il fiorame in
lutto, ammonisce. Mitragliata da un fiume
di parole,arguisce, sceglie una via, non
conforme alle sue destrezze, se ve n’erano
a contribuire alla grande riforma dei pensieri
così tenaci. Porta la destra sul volante
lo spezza e snella, s’invola per i maglifici
fiumi.

(da Amelia Rosselli, Le poesie, pag 382 – 383)

Marina Minet, 02 gennaio 2015                                                                         

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