25. Il cinema di Alejandro Agresti

© RUBRICA “SGUARDI E ASCOLTI DAL MONDO” a cura di M. Lizzadro
Alejandro Agresti

Dopo diversi anni ritorno a parlare di cinema. E l’occasione mi viene data dall’incitamento da parte di Maria Pina Ciancio e Gilda Ferretti che ad onor del vero sono state sempre presenti in questi anni di silenzio con il loro calore umano, il loro incoraggiamento, il loro continuo esortarmi a scrivere. Altre motivazioni vengono dai miei viaggi in Sudamerica fatti negli anni scorsi e il legame fra questi viaggi e il cinema di cui vorrei parlare lo capirete fra poco, giusto qualche riga sotto. E poi se vogliamo ci sono anche motivazioni psicologiche che mi spingono a parlare del cinema di Alejandro Agresti e cioè che alcuni temi trattati in questi film toccano alcune corde profonde situate dentro ognuno di noi ossia l’infanzia, l’adolescenza travagliata, la violenza, il viaggio ecc. ecc. Questo è un “lavoro” di cucitura di appunti sparsi raccolti in questi anni, di idee abbozzate e poi lasciate li, note ed annotazioni varie su alcuni film di Alejandro Agresti. Brevemente due note biografiche che chiunque può apprendere da un qualsiasi portale che parli di cinema. Regista, sceneggiatore, attore, produttore e direttore della fotografia, Alejandro Agresti, nato a Buenos Aires il 2 giugno del 1961, lavora per il cinema e la televisione fin da giovanissimo. Nel 1978 esordisce con il suo primo corto e per cercare di evitare di fare un elenco prolisso di corti cinematografici e date, arriviamo direttamente al 1996 anno di uscita di “Buenos Aires viceversa” che sarebbe anche il suo primo film che ho visto, nel mezzo ossia negli anni che vanno dal 1978 al 1996 ci sono tanti altri lavori ma credo la maggior parte di cui sia irreperibile in Italia. Io per lo meno non ne ho mai visto nessuno. “Buenos Aires viceversa” racconta la situazione in Argentina durante gli anni del golpe. All’inizio del film appare una didascalia per ricordare al pubblico che 30.000 persone sono morte durante il genocidio della dittatura militare nel corso degli anni che vanno dal 1976 al 1983. Il film è dedicato ai figli dei sopravvissuti. Due di questi bambini, ora adulti sono i personaggi principali. Una donna diventata nel frattempo regista. Ingaggiata da una coppia di anziani impossibilitati ad uscire di casa, si aggira per le strade di Buenos Aires facendo riprese di vecchi edifici e locali per mostrare com’è cambiata nel frattempo la città. Mentre l’altro protagonista è un suo amico, che lavora affittando camere in un motel. Un ragazzo e una ragazza, appena usciti dall’adolescenza, i cui genitori sono scomparsi durante la dittatura militare, si incontrano con altre persone dalle storie simili alle loro, cercando di capire cosa è successo ai loro genitori. Storie accomunate dalla confusione, dalla solitudine e dalla nostalgia dei “Portenos”, abitanti del porto, questo è il nome degli abitanti di Buenos Aires. “Desaparecidos“ invece è la parola spagnola per tutte le persone scomparse durante il golpe militare in Argentina. Per migliaia di famiglie argentine, questa parola è diventata simbolo di un lungo incubo doloroso e straziante, che soltanto nel 1983, dopo il ripristino della democrazia, una commissione nazionale ha cominciato ad indagare. Il rapporto di questa commissione ha rivelato i rapimenti sistematici di uomini donne e bambini, l’esistenza di circa 340 centri di detenzione segreti e l’uso metodico di torture e omicidi. In Argentina un’intera generazione è stata “strappata” ed “espulsa” dalla storia ed Alejandro Agresti cerca di mostrarcelo, seguendo diversi personaggi attraverso piccole storie che li collegano alla grande storia di disgregazione sociale di un’intera città, di un’intera nazione. “Buenos Aires Viceversa” è anche una storia di amicizia fra i due protagonisti, entrambi bisognosi di cure ed attenzioni che non hanno avuto. C’è una scena finale, molto significativa ed oserei dire quasi esplicativa di tutto il film, in cui un’anziana signora non riesce più a distinguere fra la realtà di un omicidio avvenuto sotto i suoi occhi e le bugie edulcorate di un anchor man televisivo. Due anni dopo ossia nel 1998 è la volta di: “L’ultimo cinema del mondo” traduzione dello spagnolo: “El viento se llevò lo que”. Soledad, la protagonista principale di questo film, fa la tassista. Un giorno comincia a guidare senza meta verso sud per ore ed ore, per giorni interi, finché finisce improvvisamente la strada e cade in un burrone. Si risveglia in Patagonia, ai confini della regione, in un paese decisamente anomalo e appassionato di cinema. L’ultimo cinema del mondo è in Patagonia, fuori dal mondo. E’ un film le cui immagini appaiono sospese agli anni ’70 cioè gli anni del golpe e della dittatura militare e paradossalmente mostra come il presente possa sentirsi “orfano” di quegli anni bui e tristi poiché nel frattempo gli anni ’80 hanno preso il loro posto con il loro edonismo e le loro dimenticanze, anni di false e facili illusioni. “L’ultimo cinema del mondo” è un mosaico di storie divertenti, interpretate da personaggi stravaganti, raccontato da dialoghi surreali. “L’ultimo cinema del mondo” è il luogo in cui vanno a morire i film dopo aver girato tutta l’Argentina ed oserei dire tutto il mondo, un luogo in cui un attore ormai dimenticato può trovare degli ammiratori, un luogo in cui il critico cinematografico è zoppo, afasico ed omologato al pubblico. Un posto in cui questo critico cinematografico tenta goffamente e disperatamente di “fare cinema”. Agresti, secondo me, da un lato ironizza ed auto – ironizza mediante la figura del critico di cinema ma da un altro lato forse si immedesima anche in lui e per estensione fa immedesimare tutti i giovani cineasti Argentini in questo strano personaggio. E’ una “sorta” di gioco di specchi quello di Agresti che si immedesima e ci fa immedesimare in questa figura contraddittoria ed emblematica dello stravagante critico cinematografico. “L’ultimo cinema del mondo” è un film sulla fine degli anni ’70 e di tutte le ideologie totalizzanti, in particolare sulla fine del Marxismo della Psicoanalisi e del pensiero della fisica di Einstein, che offrivano una visione unica del mondo, che sono state soppiantate dall’edonismo e dal vuoto del cosiddetto post moderno dentro ad una cornice neo liberista. Mentre in “Buenos Aires viceversa” la telecamera in mano ai ragazzi sembrava dire che era ancora possibile inquadrare e denunciare la realtà, la telecamera di “L’ultimo cinema del mondo” sembra dire che in questa confusione non si può più inquadrare e denunciare la realtà, tranne che forse descrivere con umana pietas un paese addormentato ed arrovellato su se stesso come l’Argentina della seconda metà degli anni ’80. Agresti sembra suggerire fra le righe che poiché la realtà è manipolata dai mezzi di comunicazione di massa, anche il racconto che ne facciamo risulta esserne compromesso. Le riprese, le narrazioni, il metalinguaggio ossia il cinema che parla di cinema e persino la critica militante sembrano essere abilmente raccontate dalla mano del nostro cineasta in questo film. Un taxi che corre lungo la Pampa guidato da Soledad e diretto alla fine del mondo si ferma in un paesino della Patagonia dove non esistono né televisione né radio ma c’è soltanto il cinema. Le bobine arrivano al paese dopo un circuito di più di 350 sale nel paese. Quindi sono in uno stato pessimo, fatto di pezzetti incollati in modo selvaggio e disordinato, talvolta al contrario, cosa che suggerisce il gioco di parole del titolo originale, ossia: “El viento se llèvo lo que” “Ciò che fu gettato al vento”, ma anche versione spagnoleggiante di “Via col vento”. “L’ultimo cinema del mondo” è un’allegoria dell’Argentina e anche una riflessione sulla frammentazione e sulla manipolazione dell’informazione e sugli effetti di distorsione e stranianti cui questa può dar luogo. Inoltre è un film su cosa significava il cinema per i giovani degli anni ’70, con tutte le loro relative utopie, ormai soppiantate dal nulla di quest’epoca che stiamo vivendo e che è iniziata proprio in quegli anni lì. Il 2000 è la volta di “Una notte con Sabrina Love”, una commedia dalle tinte agrodolci. Il giovane Daniel, protagonista principale di questo film, vive in un piccolo paese dell’Argentina settentrionale, in mezzo alla campagna, a 500 chilometri dalla civiltà ed ad una distanza siderale dai sogni che insegue guardando, sul canale a luci rosse della tv via satellite, la celebre pornostar locale, “Sabrina Love”. Quando la fortuna materializza le sue fantasie sotto forma del premio del concorso “Una notte con Sabrina Love” a cui il nostro giovane protagonista ha partecipato ed ha vinto, Daniel intraprende un avventuroso viaggio verso la città, verso la maturità, ma anche verso la disillusione. Prima di riuscire ad incontrare la bella Sabrina Love, Daniel infatti si imbatte in un gruppo di teppisti che lo aggrediscono e gli rubano tutto, poi incontra uno scrittore in crisi, dopo di che incontra Enrique suo fratello partito dal paese alcuni anni prima per frequentare l’università che nel frattempo ha abbandonato gli studi ed è diventato omosessuale e vive mantenuto da una amica più grande di lui. Sabrina, con la quale Daniel immaginava di consumare una bellissima notte d’amore si rivela in realtà una bella persona che conserva dentro di se l’amore per la vita e la voglia di parlare dei propri sogni. La serata che Daniel e Sabrina trascorrono a spasso per i locali di Buenos Aires, è un momento di gioia e di spensieratezza. Una volta “ricevuto” il suo premio, a Daniel non resta così che far ritorno a casa, lasciando nella città un po’ delle sue illusioni, un po’ delle sue aspettative per il futuro. Mentre l’universo descritto attraverso la giovane tassista ne “L’ultimo cinema del mondo” è pieno di simboli e retaggi ideologici, le vicende del giovane e del suo viaggio descritte in “Una notte con Sabrina Love” sembrano più temi tratti dal “realismo magico” di tanta letteratura Sudamericana espressi in una commedia agrodolce. Agresti sembra suggerire che l’ossessione adolescenziale in “Una notte con Sabrina Love” viene in un certo senso superata, e cioè detto in altre parole Daniel diventa adulto grazie appunto al viaggio che ha fatto per incontrare il suo sogno erotico, con tutto quello che questo passaggio della vita che riguarda ognuno di noi ,comporta in termini di disillusione. Il 2002 è la volta di “Valentin” altro capolavoro nella filmografia di Alejandro Agresti. L’incipit del film è: “Ciao, mi chiamo Valentin e ho nove anni. Costruisco cose da astronauti, non ho soldi per andare nello spazio, ma mi esercito comunque per raggiungere la luna”. Dunque è la voce di un bambino che da l’inizio al film cercando di guidarci nella sua vita “strana” e nella sua casa piena di cianfrusaglie. . Infatti il giovane protagonista vive con la nonna perché la madre lo ha abbandonato e il padre è sempre in giro. Valentin vuole fare l’astronauta, esplorare lo spazio. Ma quando la nonna muore vuole esplorare anche le vicende che hanno portato alla disgregazione della sua famiglia. Il piccolo astronauta di legami familiari parte così alla ricerca di una madre e di un padre inesistenti. Valentin passa la sua infanzia sognando in compagnia della nonna e di uno zio, facendo le sue passeggiate spaziali fuori casa. Indossa scarpe che si adatterebbero ala mancanza di gravità e fa amicizia con un suo vicino di casa, musicista considerato dalla nonna un folle. “Valentin” è un film poetico visto e raccontato con gli occhi, anzi con i grandi occhiali per lo strabismo di cui è affetto il nostro giovane protagonista, del piccolo Valentin. Questo film è pieno di oggetti e di giochi tipici degli anni ’60: il magnetofono, le magliette a righe, la tv in bianco e nero con le valvole che saltano, fare la conta fino a mille, prima che un evento desiderato possa verificarsi, le fantasie spaziali di fronte alle prime immagini dello sbarco sulla luna, e non a caso è proprio il 21 luglio del 1969 che termina il film. Finisce l’infanzia di Valentin con la sua adozione da parte di una coppia. “Valentin” è un opera deliziosa e poetica in grado di far volare lo spettatore al ricordo dell’infanzia, facendoci sorridere e divertire di fronte alla bellezza della vita percepita e vissuta nella sua forma più pura, come solo un bambino può percepire e vivere.
Valentin è soprattutto l’alter ego del regista, nato proprio negli anni ’60, che gli affida la storia della sua infanzia, e che forse racconta le domande che difficilmente ci vengono spiegate durante la nostra infanzia, ossia le domande sul senso della vita e della morte ed altre piccole grandi domande che qualsiasi bambino si fa. La storia dell’infanzia di Valentin / Agresti si conclude con un lieto fine, magicamente strabico rispetto alla realtà da venire, soprattutto in Argentina: gli anni ’70, la dittatura, i desaparecidos, i girotondi delle madri di Plaza de Majo. Ma quel che sarebbe successo dopo, il regista già ce l’aveva raccontato a suo modo nei film precedenti, “Buenos Aires Viceversa” e “L’ultimo cinema del mondo”. “Un mondo meno peggiore” tradotto in italiano con “Tutto il bene del mondo” è il film successivo uscito nel 2004. Questo film è la storia di una donna che con le sue due figlie si avvia verso una località fuori da Buenos Aires per incontrare il marito che credeva morto venti anni prima a causa della repressione sanguinaria della giunta militare argentina. Giunti a destinazione, l’uomo è restio nel riconoscere la moglie e si comporta come se non l’avesse mai vista. L’ostinazione della donna ed anche la sua capacità di comprensione faranno sì che l’uomo accetti quella famiglia perduta ed anche un passato accuratamente rimosso. Dunque un film sulla memoria rimossa, chiaro riferimento alla memoria collettiva argentina che ha rimosso gli anni del golpe e dei “desaparecidos”. “Tutto il bene del mondo” racconta di un Paese che ha fretta di dimenticare un passato oscuro, che ha bisogno di risollevarsi da un presente di crisi e sfaldamento sociale per trasformarsi in un mondo migliore o tutt’al più come suggerisce un personaggio del film in “un mondo meno peggiore”. E’ un film di dolore e di sorrisi, un film che narra della famiglia ritrovata. A guardare bene esiste una sottile linea invisibile che lega tutta l’opera di Alejandro Agresti da “Buenos Aires Vice Versa”, dove due adolescenti figli di desaparecidos cercano risposte alle loro esistenze sradicate, all’adolescenza e la solitudine di “Valentin” che spera di ritrovare la madre, alla tassista che viaggia verso sud de “L’ultimo cinema del mondo”, al giovane Daniel in viaggio per incontrare il suo sogno erotico in “Una notte con Sabrina Love” al “Cholo” ossia il padre assente poiché creduto “desaparecido” de “Tutto il bene del mondo”. Quello di Agresti è un cinema di parole, di storie raccontate, soffocate dal dolore e dal rancore, in cui alla fine il dolore resta, una continua riflessione sui conti che bisogna fare con il proprio passato e con la memoria sia individuale che collettiva. Agresti in “Tutto il bene del mondo” sembra suggerire che il futuro non può regalare sogni o peggio ancora non potrà mai restituire rapporti affettivi che non ci sono più e dunque risulta difficile pensare a un mondo migliore, quindi la prospettiva più ottimistica è accontentarsi di un mondo meno peggiore. Nel 2006 è uscito “La casa sul lago del tempo” un bel film commerciale che preferisco non commentare. Poi nel 2012 è stata la volta di “No somos animales” e recentemente sta girando un film su Papa Francesco.

Mariano Lizzadro, 21 gennaio 2014

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