26. La trilogia di Pablo Larrain

© RUBRICA “SGUARDI E ASCOLTI DAL MONDO” a cura di M. Lizzadro
Pablo LarrainPablo Larrain Matte è un giovane regista, sceneggiatore e produttore cinematografico cileno, nato a Santiago del Cile nel 1976, dopo il diploma delle superiori ha studiato comunicazione audiovisiva all’UNIACC, Università di Arte Scienze e Comunicazione. Figlio di due politici conservatori, nel 2005 giovanissimo dirige il suo primo film “Fuga” che non ho mai visto. Nel 2007 realizza la sua seconda opera, che secondo me rappresenta il primo capitolo di questa trilogia sul golpe, sulla dittatura e sulla liberazione del popolo Cileno, intitolato “Tony Manero”, che viene presentato al festival di Cannes e vince numerosi premi internazionali. Nel 2010 dirige il film “Post Mortem”, cronaca del golpe cileno del 1973 osservato dal punto di vista di un funzionario dell’obitorio di Santiago. Nel 2012 esce “No – I giorni dell’arcobaleno”, film sul plebiscito del 1988, con cui il popolo Cileno ha scelto per la democrazia. Con questo ultimo film si chiude questa trilogia sull’argomento. L’intento di questo piccolo scritto è appunto quello di descrivere questa trilogia sul golpe cileno, sulla dittatura di Augusto Pinochet e sulla sua fine. Allora seguitemi in questo viaggio nel mondo di questo cineasta irregolare e spigoloso. “Tony Manero” è la storia ambientata a Santiago del Cile nel 1979 di Raul Peralta un cinquantenne ossessionato da Tony Manero, il personaggio interpretato da John Travolta nel film “’La febbre del sabato sera” a cui ad ogni costo vuole assomigliare. Raul è un fanatico appassionato di Disco Music, che ha messo su uno spettacolo di danza in un night-club di periferia. Nella sua ossessione per il ballo c’è la forza bruta dell’animalità e della violenza, che rappresenta una società sfibrata, stanca e rassegnata. In altre parole, nel ballo di Raul Peralta, c’è solo un istinto sordo e violento che logora e annienta tutto, non è un ballo liberatorio. Il Cile descritto da Pablo Larrain in “Tony Manero” è una nazione violenta a causa della dittatura di Augusto Pinochet. Ed è dentro questo clima di violenza che Raul,vede il film decine di volte, impara a memoria tutti i dialoghi del film, si fa confezionare un abito identico a quello di John Travolta ne “La febbre del sabato sera” e studia tutti i movimenti del suo eroe, appunto Tony Manero. Fa tutto ciò con precisione maniacale avendo come obiettivo quello di perfezionare la propria esibizione e vincere una gara in tv. Raul è una persona sola ed incapace di amare e la situazione sociale che ruota intorno a lui è quella di una nazione stanca e sfiancata dalla violenza politica e dalla povertà. Raul crede che attraverso il ballo si potrà liberare dalla sua vita monotona ed incolore ma in realtà la sua “liberazione” è violenta e disumana, infatti pur di vincere la sua gara Raul fa di tutto: picchia, ammazza, sporca coi suoi escrementi i vestiti dei suoi avversari nel ballo. In pratica Larrain sta descrivendo la natura compulsiva e malata della violenza della dittatura. Lo scenario di una Santiago del Cile desertificata è l’immagine di un vuoto sociale e culturale nonostante gli organi di stampa ed i mass media dicessero il contrario e che anzi tutto andava bene ed il Cile economicamente fosse una nazione florida e prosperosa. Recentemente anche in Italia l’abbiamo vissuta e la stiamo ancora vivendo una situazione simile. Insomma una specie di passaggio dalla finzione del potere al potere della finzione. Basta anestetizzare la gente con la tv e con i mezzi di comunicazione di massa. Ma c’è anche qualcos’altro, riuscire ad instillare l’idea che il successo ottenuto attraverso la televisione o mediante la scorciatoia di una conoscenza e mediante l’uso del corpo sia l’unico modo possibile per raggiungere la propria auto realizzazione. Che l’unica maniera di vivere o sopravvivere sia quella. La macchina da presa segue fedelmente l’ossessione di Raul, si muove con lui, come se provasse i passi della tanto attesa performance televisiva. Una pulsione, un istinto animalesco legato all’incapacità di stare fermo del personaggio, manco fosse un tarantolato. Raul sfregia altre persone, distrugge il palcoscenico, mimando metaforicamente l’impossibilità di potersi muovere liberamente in un paese sotto dittatura. Il fantoccio Raul va a braccetto con la sua violenza e con la violenza del regime dittatoriale. Ed ecco, secondo me, il punto centrale del film di Pablo Larrain: Raul / Travolta/ Pinochet è l’ostentazione del potere attraverso l’immagine, ossia tv, cinema e ballo diventano una metafora di un grande palcoscenico su cui il potere va in scena e rimbambisce i cittadini / spettatori. In pratica una nazione con un popolo ridotto a pubblico ed al quale fare credere tutto. Si badi bene, quello che è successo in Cile durante gli anni del golpe non è un fenomeno a cui ci si può definire immuni,senza andare in dietro al fascismo, basta pensare a quello che è successo durante il ventennio Berlusconiano e che sta succedendo tutt’ora in Italia, nell’epoca di Renzi. Nel 2010 è la volta di “Post Mortem”, terzo lungometraggio, secondo capitolo di questa saga sul potere del nostro regista. Questa pellicola narra le vicende di Mario dattilografo dell’obitorio, puntiglioso e scrupoloso traduttore di relazioni di autopsie dei medici legali sui cadaveri. Siamo in Cile durante la dittatura ed i cadaveri aumentano sempre di più, arrivano e vengono ammassati nelle corsie dell’ospedale senza che tutto questo turbi minimamente Mario. Infatti il nostro protagonista continua metodicamente a registrare i cadaveri di una guerra che sembra non riguardarlo. Mario è un individualista incapace di provare il benché minimo affetto tranne che per Nancy. E’ cattolico e qua ovviamente il riferimento storico di Pablo Larrain è al silenzio della Chiesa Cattolica dinanzi al genocidio del popolo cileno. Mario si lascia convincere dalla massa pur di non andare controcorrente, è un conformista ed uno strumento in mano al potente di turno, come ce ne sono tanti in ogni parte del mondo. “Post Mortem” è un film fatto di scene reiterate, di rituali ossessivi, interrotti dall’autopsia di Allende che Mario si rifiuta di certificare e dalla presa di coscienza di una sua collega che tenta di salvare una moribonda. “Post Mortem” è uno specchio su cui si riflette il senso di colpa di quanti non fecero nulla per fermare il genocidio ed anche uno specchio su cui si rifrange la superficie delle cose lasciando a noi spettatori la capacità di andare sotto, fino in fondo a capire come siano andate realmente le cose. “Tony Manero” e “Post Mortem”sono dei racconti della dittatura cilena filtrata da personaggi opachi ed incolori che vivono ai margini, non a caso in entrambi i film l’attore principale è sempre lo stesso, il bravissimo Alfredo Castro. Mentre la telecamera in “Tony Manero” segue spasmodicamente Raul Peralta, le immagini di “Post Mortem” sembrano fisse e congelate quasi in una “sorta” di omaggio ossequioso al rigor mortis dei cadaveri dell’obitorio. Simile, secondo me, invece è il messaggio di fondo di Larrain: le degenerazioni nella sfera privata riflettono le aberrazioni del potere della dittatura e viceversa. In entrambi i casi sia Raul che Mario non riescono a coronare il loro sogno, Raul di ballare come Tony Manero e Mario di possedere Nancy, perché entrambi vivono in un contesto atroce in cui diventa impossibile anche solo il semplice riuscire a sognare, perché i sogni sono sporchi e sporcano anche chi li insegue, come gli escrementi usati da Raul per vincere imbrogliando. In “Tony Manero” il tentativo fallimentare di Raul rappresenta l’importazione / deportazione delle teorie economiche neoliberiste al servizio di un regime ed è la metafora del trauma di identità di un’intera nazione e dell’uso dell’immagine da parte della dittatura di Pinochet che fa da filo conduttore per tutto il film. In “Post Mortem” è la storia d’amore in decomposizione per Nancy a raccontare metaforicamente il genocidio Cileno. Larrain in “Post Mortem” racconta il tema dei desaparecidos cileni mettendo in scena tutti i cadaveri dell’obitorio e questo per dare risalto all’invisibilità delle vittime che giusto per non dimenticare e per ricordarcelo: Pinochet non accetto mai di far sapere nemmeno alle 100.000 richieste avanzate dai parenti delle vittime dove fossero i cadaveri dei loro cari. Pinochet ha fatto il tiranno in Cile dal 1973 al 1990, è rimasto a capo dell’esercito fino al 1998 ed è stato fatto senatore a vita, ha sempre usufruito dell’immunità parlamentare ed è morto nel 2006, a 91 anni, senza aver scontato un solo giorno di carcere per i crimini commessi. “No – I giorni dell’arcobaleno” è il film del 2012 con cui si chiude la trilogia di Pablo Larrain. Il film descrive quanto accaduto nel 1988 in Cile, dove il dittatore militare Augusto Pinochet fu costretto a rinunciare al controllo dello Stato su pressione della comunità internazionale e in seguito a un referendum in cui vinse il No. Per rinfrescare un po’ la memoria ricordiamo che la pressione internazionale era altissima altrimenti credo che mai il tiranno avrebbe rinunciato al suo potere ed il quesito a cui furono chiamati tutti i cileni era fra il si ed il no al “governo” Pinochet. “No – I giorni dell’arcobaleno” narra essenzialmente del meccanismo messo in atto da un manipolo di giovani pubblicitari cileni oppositori del regime, che nei 27 giorni di campagna elettorale e contro ogni aspettativa riuscirono a far vincere il No, avendo a disposizione solo 15 minuti settimanali di spot pubblicitari sulla tv nazionale concessi a malincuore dalla giunta militare ed anche questo su pressione internazionale. A capo di questi giovani oppositori del regime c’è René Saavedra, che rinuncia alla propria carriera e si getta a capofitto in questa impresa improbabile: riuscire a sconfiggere la potente giunta dittatoriale avendo a disposizione pochi mezzi economici. Una “sorta” di moderna lotta fra Davide e Golia. Girato con una cinepresa d’epoca che conferisce alla pellicola uno stile che sa di passato, “No – I giorni dell’arcobaleno”, mischia diversi linguaggi visivi: dalle immagini di repertorio alle scene girate per strada fra la folla durante una manifestazione, dalle immagini televisive all’esultanza del popolo cileno alla proclamazione del risultato del referendum, dagli spot usati appunto per la campagna a favore del No ad altri e diversi tipi di immagini. Dunque un film che racconta della campagna elettorale del referendum che il dittatore cileno Augusto Pinochet indisse nel 1988 per ricevere il consenso a prolungare ulteriormente la sua permanenza al potere. Pinochet credeva di vincere facile convinto che questi 15 minuti concessi fra l’altro in tarda serata sulla tv nazionale cilena non avrebbero mai permesso al fronte del No di poter vincere. E poi aveva dalla sua parte il potere economico e un sistema di informazione che da molti anni non concedeva spazio alcuno alle voci dissidenti. All’inizio le opposizioni democratiche idearono una campagna che ricordava i giorni del golpe, le torture, il dramma dei desaparecidos, la violenza con cui era stata soppressa ogni forma di Stato libero, ma fu grazie ai giovani e talentuosi pubblicitari che avvenne il cambio di rotta decisivo. Questo manipolo di pubblicitari ebbe un’idea geniale: fare degli spot che descrivessero l’allegria di un nuovo Cile in modo che questi spot avrebbero potuto risvegliare le coscienze paralizzate, che avessero la capacità di mostrare l’immagine di un Paese in cui la libertà fosse un valore che spalancava innumerevoli scenari di vita alternativi, insomma rendere visibile il miracolo di sconfiggere Pinochet e far trionfare la democrazia. Come simbolo fu scelto l’arcobaleno, ciò che più rappresentava donne e uomini diversi accomunati dal bisogno di immaginare un mondo finalmente colorato. I sostenitori del No si divisero fra chi pensava che passare sotto silenzio le tragedie del passato era inaccettabile ed anzi sembrava offendere la memoria delle vittime, la dignità di un popolo violentato da una dittatura feroce e chi la pensava come questo gruppo di giovani e talentuosi pubblicitari. Col passare dei giorni i contenuti della campagna divennero più chiari e condivisi e si incominciò a percepire che il popolo non era poi così impermeabile al cambiamento. Dall’altro lato più si avvicinava il referendum e più il regime iniziava a temere per il risultato finale, si accorsero che la loro campagna elettorale aveva l’aspetto stanco e vecchio di una celebrazione sempre uguale a se stessa e fecero ricorso alle strategie che conoscevano molto bene: l’intimidazione degli oppositori, le cariche dei militari alle manifestazioni, la delegittimazione dell’avversario attraverso bugie, censure, manipolazioni. Ciò che poi è accaduto è storia: il 5 Ottobre 1988 il No ha vinto. Il Cile ha sconfitto il suo tiranno Pinochet. Unica arma, un arcobaleno. Io ci sono stato diverse volte in Cile negli ultimi anni e ho avuto la sensazione che in Cile a parte alcune peculiarità tipiche di questo meraviglioso Paese, la situazione economica e sociale non sia poi così diversa da quella Europea. Questo sia nel bene che nel male, ma forse qui ci sarebbe bisogno di un ulteriore discussione che avrebbe bisogno di ulteriore spazio, di un altro articolo. Come in una favola a lieto fine, evito accuratamente di parlare dell’altro lato di “No – I giorni dell’arcobaleno” ossia della critica di Larrain al modello intrapreso dal nuovo Cile, che poi sarebbe il nostro stesso modello economico e sociale e del possibile paragone con le bugie e le illusioni dell’Italia Berlusconiana prima e di quelle dell’Italia Renziana di oggi, augurando buona visione a tutti!

Mariano Lizzadro

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