La stanza della gestazione poetica (II)

Sylvia Plath – La luce dell’imperfezione

Sylvia Plath“Forse quando sentiamo che vogliamo tutto è perché siamo pericolosamente vicini a non volere niente. Il non volere niente ha due estremi opposti: o uno è del tutto realizzato e ricco e ha una tale quantità di mondi interiori che quello esteriore non gli serve per provare gioia, perché la gioia emana dal centro del suo essere; oppure uno è morto e marcito dentro e questo mondo non ha niente da dargli.”
(Sylvia Plath, Diari, pag. 122 da una lettera a Richard Sasson)

È faticoso talvolta entrare dentro l’anima di un poeta. Si esaminano i suoi scritti da diverse angolazioni con dovuta meticolosità e ci si rende conto che ciò che si cerca di capire, in qualche modo, fa già parte di noi. E diventa quasi naturale, attraverso le sue parole, rivedere ancora una volta la fisionomia della vita, come un grande stomaco dentato. Forse lo vedeva così il mondo Sylvia Plath, e per l’immensa sensibilità, per la voglia di essere, e per non rassegnarsi all’idea della sconfitta, cercò di amarlo e di accettarlo oltre i suoi limiti, malgrado i continui dissidi interiori e i malesseri che ne conseguivano. Ci sono anime che nascono con un destino impietoso, con l’indole che le distanzia dalle regole e dalle consuetudini che la società impone al di là delle visioni e dei desideri individuali; anime che credono nel valore delle cose e all’esistenza della perfezione totale in tutte le sue forme, che riflettono assiduamente, che non concedono tregue alle capacità del pensiero e che giorno dopo giorno non possono fare a meno di scavarlo e di scolpirlo severamente come un’opera d’arte, e anime energiche che improvvisamente non riescono ad attraversare una strada perché i loro occhi ne vedono troppe e non sanno quale scegliere, quale crocevia sia giusto o sbagliato imboccare per arrivare puntualmente alla meta; anime sospese, complesse, coraggiose, piene di aspirazioni e di dubbi, costantemente schiave del tarlo del giudizio e del confronto perché desiderano eccellere in ogni disciplina come Dio, e anime sole quanto assediate, immobili quanto in fermento, diverse, ribelli, con cento propositi al giorno e mille pene da scacciare in un momento; anime fragili e forti che percorrono ogni istante di vita tristemente in bilico fra questo mondo e un altro ignoto perché i gesti quotidiani, talvolta, diventano insormontabili come un mare di spine.
La poetica della Plath evidenzia principalmente i limiti umani, il dolore, il doppio taglio dell’ironia, la ricerca della perfezione e i tanti volti che sapeva incarnare all’occorrenza, per dovere e per bisogno. Ciò che colpisce nell’insieme dei suoi scritti è la sua grande capacità analitica. Fu questa abilità che sicuramente le consentì di assemblare come un puzzle le sue vicende, malgrado il trauma non banale che le causò l’elettroshock. La fredda precisione del romanzo “La campana di vetro” con le ricche morali ne è la prova esemplare, basti pensare a tutte le sequenze dei capitoli, alla chiarezza composta e graffiante dei dialoghi, allo spirito cinico/vibrante dei personaggi, alla sottigliezza delle descrizioni, ai sentimenti quasi palpabili nella loro durezza e a tutte le scene sfumate e sistemate intenzionalmente a sprazzi, a mo’ di cornice come traccia sottintesa, per alludere che la compattezza e la dignità di una persona, non sono altro che ciò che pensa e concede la gente. La collettività del compromesso, in cambio di un’integrazione lineare. Vera o finta che sia non ha importanza: c’è sempre una spalla su cui piangere quando la dipendenza dagli altri diventa un vizio e una condanna pericolosa e involuta. La sua analisi critica spaziava in qualsiasi direzione, pignola, severa e tagliente, persino con se stessa in corrispondenza di un qualsiasi crollo emotivo o fallimento, rovesciando nuovamente le opinioni il giorno dopo per un motivo casuale o per l’arrivo di una buona notizia relativa alla sua carriera letteraria. Ma veramente c’era sempre un motivo per quel male che le oscurava le luci? Veramente senza quell’insoddisfazione incerta avremmo avuto il privilegio di seguire oltre il suo genio? Il grande amore non riuscì a placarla e neppure l’idea auspicabile di una probabile famiglia, ampliata dall’arrivo di quel miracolo temuto e sognato, qual era la maternità nei suoi concetti.

“Ieri notte ho provato la sensazione di cui ho letto senza trarne profitto in James: il flusso di paura nauseante, da annientare l’anima, nel mio sangue, che invertiva il suo corso per rispondere alla sfida della lotta. Non riuscivo a dormire, malgrado fossi stanca, e stavo distesa a sentire il dolore sfiorarmi i nervi e la voce interiore gemere: oh, non riesci a insegnare non riesci a fare niente. Non riesci a scrivere, a pensare. E giacevo sotto il gelido flusso negativo del rifiuto, a pensare che quella voce era solo mia, parte di me, e che stava cercando di possedermi per poi abbandonarmi in preda alle mie visioni peggiori: avevo avuto la possibilità di combatterla e vincerla giorno per giorno, ma avevo fallito. Non posso ignorare questo io omicida: esiste.”
(Sylvia Plath, Diari, pag. 214)

È certo che non possiamo affidarci alle supposizioni, ma alcuni dettagli mi spingono a pensare che il suicidio non è un gesto esclusivo. Il suicidio è anche una scelta equilibrata, un atto di ribellione e una resa, un grido silenzioso e disubbidiente che rinuncia a tutto, perché il tutto non è più tollerabile e non è abbastanza per restare. Dopo la separazione, le ristrettezze economiche le confermarono l’inutilità della scrittura come sostentamento, seppure cominciava a instradarsi bene o male in maniera consapevolmente concreta. Le speranze dal punto di vista artistico, non erano più inutili come quelle che sospirava freneticamente la studentessa solitaria e giudiziosa degli anni addietro, ma ormai era tardi. Le sue valutazioni erano finite. La vita non era degna. Era un vuoto incessante e sbilenco da riempire invano. Il tradimento di Ted fu l’ennesimo colpo, una sconfitta, un altro abbandono irrimediabile: un nuovo lutto. La lama conclusiva che le penetrò lo spirito e le carni, l’ultimo inferno e la consapevolezza atroce di quell’appartenenza gravosa, di quell’umanità che la rendeva simile agli altri, nonostante il talento. Tuttavia quel vuoto, non era una novità. L’angoscia faceva già parte di lei come la perdita del padre e come l’amore/odio viscerale nei confronti della madre, demoliti successivamente entrambi senza rimorsi, attraverso la poesia e nello studio medico di una psichiatra dall’intuito comprensivo e coscienzioso. Gli amori più forti hanno sempre due volti e una sola radice: sovrapposizioni fatalmente letali. Madri e Padri. E il destino che ci portiamo addosso, più di quanto si pensi, non è altro che una serie di scelte istintive o esaminate all’interno di un organismo genetico quanto spirituale, e una derivazione effettiva di ogni attimo vissuto. Anche il più lontano.

“Gli estranei sono più facili da amare in tempi duri come questi. Non chiedono e non stanno sempre lì a controllarti. Sono stufa di Mallory, Iko, John, e anche di Chris. Non hanno niente da darmi. Per loro sono morta, anche se prima ero un fiore.”
(Sylvia Plath, Diari, Pag.135)

Al di là di ogni osservazione giusta o sbagliata, l’evidenza della compiutezza artistica di Sylvia Plath è un dato incontestabile. La bellezza della sua poesia è autentica, e la lettura dei diari: un continuo richiamo scenico d’inestimabile valore, un breviario assoluto e leale, l’identità umana in tutte le sue forme, di un’anima complessa come poche. Sento di dire che la scrittrice di Boston, non desiderava niente di più di ciò che quotidianamente desidera ogni essere umano. La felicità è un diritto, l’identità è un diritto, l’uguaglianza è un diritto, l’unicità è un diritto, essere è un diritto, l’onestà è un diritto, la voce è un diritto, l’accettazione è un diritto, e per quanto possa sembrare assurdo e retorico, è un diritto anche l’amore. Ma la perfezione non è di questo mondo, si sa.

©Marina Minet, 4 febbraio 2015

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“Io sono quello che provo, penso e faccio. Voglio esprimere il mio essere con tutta la pienezza possibile perché da qualche parte ho scovato l’idea di poter dare un senso alla mia esistenza in questo modo.”
(Sylvia Plath, Diari, pag. 43)

“Bisogna che tu faccia ancora questa cosa per me. Distruggi la tua immagine, e strappamela via di dosso. Bisogna che tu mi dica con parole molto precise e concrete che non sei disponibile, che non mi vuoi da te a Parigi tra qualche settimana e che io non ti devo chiedere di venire in Italia con me o di salvarmi dalla morte.”
(Sylvia Plath, Lettera a Richard Sasson – Diari pag. 149)

“E io tutta stupidità e franchezza. Quanto siamo scemi ad amare davvero. Senza imbrogliare. Senza doppi giochi. È terribile voler andarsene e non voler andare da nessuna parte. Ho preso la cantonata più comica, ironica e fatale credendo che Ted non fosse vanitoso, torbido, viziato come gli altri uomini.”
(Sylvia Plath, Diari, Pag. 280)

Specchio

Sono d’argento e rigoroso. Non ho preconcetti.
Quello che vedo lo ingoio all’istante
così com’è, non velato da amore o da avversione.
Non sono crudele, sono solo veritiero–
l’occhio di un piccolo dio, quadrangolare.
Passo molte ore a meditare sulla parete di fronte.
È rosa e macchiettata. La guardo da tanto tempo
che credo faccia parte del mio cuore. Ma c’è e non c’è.
Facce e buio ci separano ripetutamente.
Ora sono un lago. Una donna si china su di me,
cercando nella mia distesa ciò che essa è veramente.
Poi si volge alle candele o alla luna, quelle bugiarde.
Vedo la sua schiena e la rifletto fedelmente.
Lei mi ricompensa con lacrime e un agitare di mani.
Sono importante per lei. Va e viene.
Ogni mattina è sua la faccia che prende il posto del buio.
In me ha annegato una ragazza e in me una vecchia
sale verso di lei giorno dopo giorno come un pesce
tremendo.

(Sylvia Plath, 23 ottobre 1961)

*

I manichini di Monaco

La perfezione è terribile, non può avere figli.
Fredda come alito di neve, comprime il ventre

dove i tassi soffiano come idre,
l’albero della vita e l’albero della vita

che sciolgono le loro lune, mese dopo mese, senza scopo.
La piena del sangue è piena d’amore,

sacrificio assoluto.
Significa: non più idoli, solo io,

io e te.
Così, nella loro sulfurea bellezza, nei loro sorrisi

questo manichini posano sghembi stasera
a Monaco, obitorio tra Parigi e Roma,

nudi e calvi nelle loro pellicce,
lecca-lecca arancioni su bastoni d’argento,

insopportabili, senza intelletto.
La neve lascia cadere i suoi frammenti di buio,

in giro non c’è nessuno. Negli alberghi
mani apriranno porte e deporranno

a terra scarpe da lucidare col nerofumo
in cui domani entreranno piedi dalle grosse dita.

Oh l’aria casalinga di queste finestre,
i pizzi da neonato, i dolci ornati di foglie verdi,

e grevi tedeschi addormentati nel loro Stolz senza fondo.
E appesi ai ganci i telefoni neri

che luccicano
luccicano e digeriscono

l’assenza di voci. La neve non ha voce

(Sylvia Plath, 28 gennaio 1963)

(la stanza della gestazione poetica)

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3 risposte a “La stanza della gestazione poetica (II)

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  2. Poetessa splendida e tormentata, che ha trasformato le sue angosce in un “delirio” poetico, e raggiunto l’apice ha capito che il suo termine era giunto (forse è questo il motivo per cui un artista si suicida, chissà?). Penso a Virgina Woolf, a Vladimir Majakovskii (e chissà quanti altri dimentico).

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