Poesia contemporanea. Leonardo Sinisgalli

leonardo-sinisgalliLa poesia non è un uovo o una perla e i poeti non sono figli del Sole

Ritorna più volte sul tema della poesia Leonardo Sinisgalli, soprattutto nel libro L’età della luna, dove mi hanno colpito le sue riflessioni ora brevi, ora più approfondite e strutturate sui poeti, la poesia, i critici.
Sinisgalli non aveva nè ricette, né verità precostituite, nè teoremi sulla poesia, per lui il mondo della scrittura poetica era un mondo cesellato di mistero, vocazione fatale e precaria.
Si legge tra gli scritti in prosa, che intervallano i versi della raccolta, una grande saggezza spirituale, affiancata ad una grande umiltà. Sinisgalli non sale mai in cattedra, né si autocompiace della propria scrittura, né mitizza il ruolo di poeta. Tutt’altro. Sinisgalli racconta ciò che sente vivere dietro una poesia, nessuna verità, nessuna logica, ma una “catena di choc, di raptus, miracoli, accidenti”. Stupore e meraviglia e caos. E chi è il poeta? Poeta non è colui che sa, colui che possiede scienze esatte o verità preconfezionate “la verità fa male alla poesia”, poeta è forse un vagabondo, come i bambini “nemico dell’evidenza”, compagno della solitudine, “del dolore e della morte”. La semplicità, l’incertezza, il sapere di non sapere, l’impoetico è il territorio vero, l’humus della poesia.
E i critici? Credo che qui si possa parlare di una vera e propria invettiva contro i critici, che spesso cercano nella poesia ciò che la poesia non ha e spesso faticano ad entrare dentro il cuore vero e più nascosto di un componimento poetico. Fa dell’ironia Sinisgalli quando parla di “poeta smidollato” a cui i critici attribuiscono invece chissà quali capacità nervose, intellettuali, dialettiche che il poeta non necessariamente ha.
Spesso per trovare una verità, scrive Sinisgalli, non occorre fare chiasso, ma stare fermi e “quasi immobili” e avere uno sguardo più ampio, accogliente ed umano sulla vita e la storia di chi traccia segni e lascia semi sulla carta.

Maria Pina Ciancio

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Ci siamo abituati a considerare la poesia come un frutto o un fiore raro, un osso o un cristallo, un uovo o una perla, senza tenere in gran conto la catena di choc, di raptus, miracoli, accidenti che sono i naturali antefatti dell’ispirazione. Ho raccolto in questo libretto alcuni episodi lontani e vicinissimi per suggerire la figura di un poeta che non si è mai illuso di appartenere alla specie dei figli del sole. Per la prima volta mi sono reso conto esattamente del mio stato, ho preso coscienza del mio debito. Ho creduto così di restituire qualcosa alla mia vita. Perchè soltanto ora, finalmente adulto, io riesco a riconoscere ed allineare le circostanze che mi hanno portato a scrivere versi. So bene che gli indizi hanno poco peso e le prove non sono determinanti. Qui, proprio in questo dominio, noi ci muoviamo alla cieca. (p.87)
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Il bambino come il poeta è nemico dell’evidenza (da Antefatti, p. 89)
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Il frammento non vuole essere un esercizio di stile, disinteressato, un capolavoro di bravura, un monstrum artigianale, la fortezza costruita con gli stuzzicadenti. Non può essere l’exploit di un carcerato. Non vuol descrivere il sogno, il miraggio, il nulla. Noi appuntiamo semplicemente i nostri pensieri che non gioveranno a nessuno ma chiariranno forse ai nostri nipoti le parti oscure del nostro ritratto (da Antefatti, p.90)
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I critici chiedono alla poesia concetti e sistemi. Leggo alcune analisi, m’informo di tutte le operazioni chirurgiche, alcune assai delicate ch’essi conducono con la benda davanti alla bocca per arrivare al midollo spinale del povero poeta smidollato. Gli attribuiscono capacità nervose, capacità intellettuali, capacità dialettiche. Cercano la logica nei poeti. E pensare che la filosofia dei poeti è una così povera cosa al confronto della loro poesia! (p.95)
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Forse la poesia è un’operazione più semplice di un’alchimia, di un’algebra. Forse è più vicina a un arabesco che a una costruzione. Il poeta non deve edificare, deve solo allineare (p-98)

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Non chiedete la fede alla Poesia. Non è acqua, non è vino. Non disseta, non addormenta. Neppure nutre. (p.99)

in Leonardo Sinisgalli, L’Ellisse (a cura di Giuseppe Pontiggia) Mondadori 1974

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