27. La nostalgia del viaggio nel cinema di Fernando Ezequiel Solanas

© RUBRICA “SGUARDI E ASCOLTI DAL MONDO” a cura di M. Lizzadro
Donatini - Fernando Ezequiel Solanas5Fernando Ezequiel Solanas è un regista cinematografico argentino, nato ad Olivos vicino a Buenos Aires il 16 febbraio 1936. Abbandonati gli studi di giurisprudenza, si dedica alla musica, al teatro e soprattutto al cinema, che diventa il Suo mezzo di espressione principale nonché lo strumento del Suo impegno politico. Le prime prove come regista risalgono agli inizi degli anni ’60, ma è nel 1966 che insieme ai registi Octavio Getino e Gerardo Vallejo fonda il collettivo “Cine Liberación”, che teorizza un uso politico del cinema, incentrato sull’idea del film saggio, applicabile non solo in America Latina ma anche nella lotta di liberazione dei Paesi del Terzo mondo. In questo senso si tratta di un “Terzo Cinema”, contrapposto sia a quello Hollywoodiano che anche al cinema d’autore di derivazione Europea. Tale concezione è stata messa in pratica fin dall’esordio con “L’ora dei forni” film del 1966 dedicato ad Ernesto “Che” Guevara che ripercorre sia la storia dell’Argentina che dell’America Latina, vista attraverso le lenti dell’ideologia politica. Dopo aver girato un altro film di impegno politico “I figli di ferro” nel 1975 ma prodotto e distribuito successivamente all’estero, Fernando Ezequiel Solanas è costretto all’esilio dal golpe in Argentina e trova rifugio in Francia dove realizza alcuni dei suoi capolavori. In particolare “Tangos, l’esilio di Gardel” nel 1985, “Sud” nel 1988, ed “Il viaggio” nel 1992. Questa volta a primeggiare non è più la passione politica, bensì in “Tangos, l’esilio di Gardel” lo struggimento dell’esule, espresso da un gruppo di profughi argentini che pensano di allestire una “Tanghedia” ossia uno spettacolo in cui confluiscono e si fondono Tango, Milonga, tragedia e commedia. La forza evocativa e nostalgica di una messa in scena che si avvale delle musiche di Astor Piazzolla e della voce di Carlos Gardel. In “Sud” in cui si racconta di un viaggio catartico, notturno, che ha per protagonista un prigioniero politico tornato in libertà dopo cinque anni di detenzione, il quale riesce ad accettare il presente e i mutamenti della sua città Buenos Aires, solo dopo aver rievocato i fantasmi del passato, la sua storia d’amore finita e i compagni uccisi dal regime dittatoriale. Mentre ne “Il viaggio” il film gira intorno a un viaggio reale, dalla Terra del Fuoco ossia dalla Patagonia fino a Buenos Aires, attraverso le popolazioni e i gruppi etnici relegati ai margini della società Argentina, il cui protagonista è un ragazzo, che parte in bicicletta alla ricerca del padre, che scopre la straordinaria bellezza, ma anche la profonda sofferenza, di un continente doppiamente ferito, prima dal colonialismo dei conquistatori, poi dal dominio economico degli Stati Uniti. Dopo alcuni anni in cui Fernando Ezequiel Solanas ha fatto politica attiva candidandosi ed essendo eletto al Parlamento Argentino ritorna all’impegno politico con la macchina da presa con “La nube” del 1998 e successivamente con alcuni film inchiesta meravigliosi fra cui ricordiamo: “Diario del saccheggio” del 2003 e “La dignità degli ultimi” del 2005. L’opera cinematografica di Fernando Ezequiel Solanas sembra appesa ad alcuni capisaldi, ossia pare come guidata dalla Sua passione ideologica, dalla Sua nostalgia e dalla Sua idea di viaggio ed anche dal Suo impegno politico. Quindi, secondo me, ci sarebbero diverse possibili chiavi di lettura dell’opera cinematografica del nostro grande cineasta. Schematicamente questi tre elementi e cioè la passione ideologica, il sentimento di nostalgia con il viaggio e l’impegno politico non sono nettamente divisi ma piuttosto sembrano diluiti e mischiati in tutta l’opera cinematografica di Fernando Ezequiel Solanas. Quindi è solo per esigenze di sintesi che decido di dividere tutta l’opera cinematografica di questo Maestro in tre grandi periodi. Il primo periodo è quello degli esordi del giovane Solanas con la creazione del collettivo “Cine Liberacion” e la teorizzazione del cosiddetto “Terzo Cinema” che culmina con la messa in scena del suo primo lungometraggio ossia “L’ora dei forni” del 1966 in cui prevale l’elemento della passione ideologica e politica che si conclude con “Figli di ferro” del 1975 e con “Lo sguardo degli altri” del 1980 . Poi con l’esilio in Francia e con i film “Tangos, l’esilio di Gardel” del 1985, “Sud” del 1988 ed “Il viaggio” del 1992 inizia un secondo periodo che si potrebbe definire come il periodo della nostalgia e del viaggio. Infine con la sua candidatura in politica ed i film fra cui “La nube” del 1998, “Diario del saccheggio” del 2003 e “La dignità degli ultimi” del 2005 e con tutti i documentari successivi possiamo dire che incomincia un terzo momento della vita artistica di Fernando Ezequiel Solanas in cui prevale l’aspetto dell’impegno politico e sociale diretto, quasi sul campo. Comunque sia ed al di là ed oltre questa distinzione in periodi, che ha solo motivazioni di sintesi, dato che come ho detto poc’anzi questi elementi del cinema di Solanas spesso si ritrovano mischiati anche al’interno di uno stesso film, il mio intento è quello di tentare di parlare maggiormente del Suo secondo periodo caratterizzato dal sentimento della nostalgia e dall’idea del viaggio e dare qualche accenno del Suo ultimo periodo.

LA NOSTALGIA ED IL VIAGGIO NEL CINEMA DI FERNANDO EZEQUIEL SOLANAS

“Tangos, l’esilio di Gardel” del 1985 è un film sull’esilio, un film doloroso e drammatico, ma a tratti ironico. Non a caso al Tango, che esprime una nostalgia senza speranza si mescola la Milonga, che è notoriamente grottesca, pungente e satirica. In questo film la protagonista Maria racconta la storia. Maria è una ventenne che vive a Parigi da qualche anno con la madre. Il padre è scomparso in Argentina. Siamo alla fine degli anni ’70 ed un gruppo di Argentini vive in esilio a Parigi. Sono degli intellettuali, scrittori, gente dello spettacolo, che hanno trovato asilo in Francia a seguito del colpo di Stato operato nel loro Paese. Mariana con la figlia Maria, Juan Uno, Juan Due, il regista francese Pierre, lo scrittore Gerardo, il patetico Miseria, Alicia, Angelo e tanti altri sono i personaggi di questa storia. Loro vivono alla meglio, telefonando a casa per avere denaro e notizie e sognano di tornare al più presto in patria, in Argentina. Intanto pensano di mettere su uno spettacolo per cercare di smuovere le coscienze dall’apatia e dall’indifferenza. Decidono che il loro spettacolo sarà una “Tanghedia” che servirà per la memoria collettiva come testimonianza. Il testo e la musica sono di Juan Uno che sta in Argentina che li ha inviati in Francia a suo fratello Juan Due. La “Tanghedia” consiste in una serie di quadri e scene, dove i fatti e le vicende anche di carattere personale sono raccontati, inscenati, cantati e danzati con l’ausilio di molti tanghi. Tanghi classici di Castaneira de Dios, quelli dello stesso Carlos Gardel ed infine i più moderni tanghi di Astor Piazzolla. Ma Juan Due e Pierre il regista francese non riescono a scrivere il finale. Ad un certo punto nel film fra sogno e finzione appaiono il generale San Martin eroe dell’indipendenza Argentina e Carlos Gardel, entrambi morti esuli proprio a Parigi, che parlano col vecchio scrittore Gerardo che rappresenta la memoria storica degli esuli. Fra sogno e allucinazione San Martin e Gardel incitano l’esule a non perdere la speranza. Intanto Maria lontana dalla dittatura e dai “desaparecidos”, integrata in Francia decide di non partecipare più a questa messa in scena. Alla fine la “Tanghedia” non andrà in scena, ma resterà un canto doloroso ed una toccante esperienza aperta alla speranza. “Tangos, l’esilio di Gardel” dunque racconta la storia di questi esuli argentini e della loro solitudine, della loro vita faticosa a Parigi. La vicenda narrativa di questo film è incentrato sulla realizzazione di questa “Tanghedia”. Ma il film è un atto di accusa verso la dittatura miliare argentina che tra il 1976 e il 1983 è stata feroce e crudele con gli squadroni militari che sequestravano gli oppositori politici, li torturavano e li uccidevano, con le decine di migliaia di morti e di desaparecidos. La maggior parte di loro gettata nel Rio della Plata o nell’Oceano Atlantico attraverso i cosiddetti voli della morte. E come dimenticare che fu anche allestito in quegli anni un piccolo ospedale con un reparto maternità clandestino, dove i militari attendevano che le ragazze incinte sequestrate portassero a termine la gravidanza per sottrarre loro i bambini ed affidarli alle famiglie di funzionari governativi, militari o poliziotti, prima di ucciderle? Ma “Tangos, l’esilio di Gardel” è, anche, un film che s’interroga su se stesso, sul cinema, sull’arte in generale. Un film sul contrasto fra la concezione razionale Francese della messa in scena e quella improvvisata Argentina. Le domande aperte che restano senza risposta, dato che la “Tanghedia” e il film rimangono senza finale sono: quale può essere il finale del film? L’esilio ha una fine? La democrazia in Argentina ha basi solide? La vera Argentina è quella dell’infanzia, quella del ricordo o del tragico passato? Tutto rimane aperto, nella “Tanghédia” da rappresentare e nel film di Solanas, perché i pericoli della dittatura sono sempre presenti, bisogna tenere vivo l’allarme, lavorare affinché quello che è successo non accada mai più. L’esilio è assenza, perdita. Si è costretti a vivere un’altra realtà, un altro tempo, un’altra vita. Si esiste attraverso gli assenti, fino a prendere l’abitudine di parlare con loro, di vivere con loro anche se sono morti. L’esilio è anche un grande viaggio interiore. Una crisi profonda dalla quale non tutti riescono a fuggire. Fra le righe Fernando Ezequiel Solanas sembra suggerire che noi spettatori non dobbiamo soltanto identificarci passivamente con le vicende e i personaggi del Suo film ma dobbiamo sforzarci di fare anche una riflessione critica. E non è un caso se la struttura del racconto cinematografico viene continuamente frantumata, messa in discussione,appunto per permettere a noi spettatori di poter comprendere a fondo il dramma a cui conduce una dittatura. Ci immedesimiamo, seguiamo una scena e ci ritroviamo in un’altra. E’ un film che ci coinvolge e ci interroga tutti: sulla nostra identità ossia su chi siamo noi, chi sono quelli che per un motivo o per l’altro sono costretti a scappare dal loro mondo, quale rapporto ci può essere con loro? Chi sono i responsabili dell’esilio di tante persone? Come mantenere vive democrazia e li bertà? E, infine, che faranno tutti coloro che, come Maria e gli altri personaggi di “Tangos l’esilio di Gardel”vivono la condizione dell’esilio? Nel 1988 è la volta di “Sud”, che comincia descrivendo una notte a Buenos Aires, nel quartiere Sud, alla fine della dittatura, in cui si aggira il nostro protagonista Floreal dopo aver passato cinque anni in galera e col timore che la propria donna non sia felice di rivederlo. Il film è diviso in capitoli corrispondenti ai sogni del protagonista. Siamo nel 1983 e in Argentina è appena caduta la dittatura e Floreal, il protagonista principale, operaio di Buenos Aires, dopo cinque anni può finalmente uscire di prigione. Arrivato davanti alla porta di casa però l’uomo esita ad entrare, temendo che la moglie lo abbia tradito. Così preferisce vagare nella notte per la città, accompagnato dal fantasma del suo amico “El Negro”, alla ricerca del proprio passato. La mattina il fantasma si dissolve e Floreal torna a riabbracciare la moglie e il suo bambino. Il Sud dell’Argentina è la Patagonia nella quale è stato prigioniero il protagonista. Il film è un atto di accusa contro la dittatura e il destino dei “desaparecidos”. “Sud” parla del ritorno della democrazia in Argentina e dei conti col proprio passato del popolo Argentino. Il viaggio notturno di Floreal è una “sorta” di odissea accompagnata dalle musiche di Astor Piazzolla, in cui il moderno Ulisse / Floreal cerca di riconquistare la sua Penelope /Rosi. Ciò che tormenta Floreal è il tradimento di Rosi durante la sua prigionia. Ma durante quella lunga notte fa i conti con le ombre del passato, di un passato suo e del suo paese ossia dell’Argentina, un paese che è cambiato, nel quale le lotte degli anni precedenti non hanno più senso. Alla fine El Negro gli consiglia di ritornare a casa sua e di riabbracciare la moglie. Floreal torna a casa col cuore in pace, davanti alla porta di casa la moglie lo aspetta. Solanas sembra suggerire che quest’avventura della moglie è soltanto una breve parentesi dolorosa come la dittatura in Argentina. Dunque il tempo passa ma le ferite rimangono, l’unica cosa utile è fare i conti col passato per potere andare avanti e riabbracciare, dopo aver vagato tutta la notte fra le vie del quartiere Sud di Buenos Aires, nuovamente la democrazia, rappresentata nel film dalla moglie Rosi e dal loro figlioletto. “Il viaggio” del 1992 è la storia di Martin giovane studente di un collegio di Ushuaia, piccola cittadina della Patagonia, situata “nel culo del mondo”. Stanco del rapporto conflittuale con la madre ed il suo compagno, decide di partire verso la Bolivia, dove vive da anni suo padre, dissidente politico ai tempi della dittatura e disegnatore di fumetti. In sella alla bicicletta, a piedi, in treno, in barca, Martin attraversa buona parte del continente Sud Americano, fino a ritrovare il padre in Messico. È un vero viaggio di iniziazione, una continua ricerca e scoperta di sé attraverso l’altro. Un viaggio visionario, fantastico ma anche politico. Ne “Il viaggio” Solanas ricorre all’allegoria ed alla satira per disegnare un quadro terrificante dell’Argentina e di tutti i Paesi che fanno parte della cosiddetta O.S.A., acronimo di Organizzazione Stati Inginocchiati. Fa uso di immagini fortissime come quella dell’Argentina sommersa da un’inondazione che costringe tutti a galleggiare in mezzo alla merda. Le montagne della Bolivia ridotte a gigantesche dune di sabbia dalla deforestazione selvaggia. Solanas dipinge una classe politica del tutto prona davanti agli interessi degli oppressori che calpesta persone, diritti e dignità specialmente dei più deboli che non riescono a difendersi. Quello di Solanas è un grido di dolore di un continente e dei suoi abitanti originari, schiacciati e violentati da dittature e dal neo liberismo selvaggio. È la presa di coscienza di un ragazzo che ricerca il padre, ma anche le sue radici fra paesaggi magnifici e persone accoglienti e generose. È l’idea del viaggio, in cui la meta la si raggiunge solo dentro se stessi, cammino facendo. “Il viaggio” è un film straordinario, che dovrebbe essere proiettato in tutte le scuole del mondo. Il protagonista e’ un giovane diciassettenne che vive con la madre ed il suo compagno, una quotidianità fatta di stenti in un Paese come l’Argentina in rovina. Ad un certo punto decide di ritrovare il padre, esule perennemente in viaggio per tutto il Sud America. Martin segue le tracce del padre viaggiando con qualsiasi mezzo di locomozione, attraverso tutto il Sud America, terra vasta ed incredibile. Fugge da una condizione familiare precaria e dolorosa, ma anche dalla sua cittadina fatiscente e dalla scuola in cui i ragazzi vengono indottrinati da dispotici professori e direttori di collegio. Dunque da Ushuaia, la cittadina più meridionale del pianeta, per tutto il Sud America il viaggio di Martin lo rende più maturo e meno ribelle e lo porta a comprendere le motivazioni del padre e del suo rifiuto dell’immobilismo e della passività e il suo desiderio di novità. Martin si riconosce in lui e diventato più consapevole, si avventura in una personale e responsabile sfida all’ignoto. E così anche io con voi siamo giunti quasi alla fine di questo viaggio nel cinema di Fernando Ezequiel Solanas. Questo cinema può essere considerato come un grande affresco che ha contribuito e contribuisce a far conoscere nel mondo la storia degli ultimi cinquant’anni dell’Argentina ed oserei dire che per estensione racconta la storia recente di tutto il Sud America. Il cinema di Solanas racconta, esplora, emoziona. Si muove con la macchina da presa tra la gente e nelle strade. E’ un cinema che raccoglie testimonianze e memorie, nostalgie e sogni della gente umile e povera. La stessa gente comune che è la protagonista anche degli ultimi Suoi meravigliosi film documentari inchieste “Diario del saccheggio” e “La dignità degli ultimi” che raccontano senza fronzoli od orpelli la crisi economica e finanziaria dell’Argentina a cavallo fra gli anni ’90 del secolo scorso e gli inizi di questo nuovo secolo e la condizione dei cosiddetti “sin nadies” letteralmente di coloro che non hanno niente, ossia dei milioni di persone che pagano il prezzo più alto a causa dell’ineguaglianza e dell’ingiustizia sociale e politica

Mariano Lizzadro

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