Poesia lucana. Laura Battista

090_001Quando Laura Battista morì, il suo assistente spirituale don Nicola Monaco, disse di lei “infelice figlia e infelicissima madre”. La poetessa lucana di Potenza, Lauretta, morì infatti all’età di 38 anni, dopo aver vissuto un’infanzia solitaria, immersa tra studi e letture, un matrimonio infelice e la morte di quattro dei suoi cinque figli. Il padre Raffaele le sopravvisse, come lei stessa si era augurata che fosse, in una delle poesie che segue e che è titolata “A mio padre”.
Di lei Carducci ebbe a scrivere in una lettera al padre Cesare Battista, che gli sottoponeva in lettura i sonetti della figlia: “sentimento e movimento di poesia c’è da vero, e c’è affetto colorito e sincero, e onda” e ancora “vigoroso e fiorito ingegno (…) e dell’animo generoso e ardente, che a me piace quanto l’ingegno se non forse più”  (in Giovanni Caserta, Laura Battista, Seguito dei Canti, Ed. Giannatelli, 2005).

*

Il mio ritratto

Neri ho gli occhi e vivaci; ampia la fronte,
pallido il viso, e la persona breve.
Sì l’amistà che l’ira in me son pronte
pari all’impulso che il mio cor riceve.

L’odio e l’amor, qual da inesausta fonte
sgorgano ancora dal mio petto: e neve
sarà un giorno sul crin; ma pur le impronte
del prisco incendio cancellar non deve.

Odio i vili, i malvagi, gli oppressori:
amo ogni cosa che sia grande e bella,
dal sole ai bimbi, dalle stelle ai fiori…

Ed ogni alma dolente è a me sorella,
che nel lungo sentier de miei dolori
sol questo appresi, a non fidar che in quella!

(da Seguito dei Canti, senza data)

*

Al Medesimo

T’amo come colui che sol comprende
ogni fiamma gentil che m’arde il core
come quei che del vero ognor sia accende,
di cui riflette l’immenso fulgore.

T’amo come colui che tutto intende
l’arcano senso di un celeste ardore,
d’un ardor ch’è sublime e che mi rende
del fato e di me stessa alfin maggiore.

Oh! come è bello il riposar lo stanco
pensier dolente in una dolce imago,
quando la speme e l’avvenir vien manco.

Di vulgari diletti io non m’appago:
e a te pensando oblierei financo
l’arte dei carmi, ond’è il mio cor sì vago.

(da Seguito dei Canti, II Sonetto)

*

A mio padre

Padre, ricordi tu quando con mesto
sorriso un’elegia chiedesti a me?
nulla io risposi: ed or sovente questo
pensier mi torna a favellar di tè.
Sola son io nella deserta stanza,
deserta di speranze e di gioir;
sola son io; ma cruda rimembranza
mi aleggia intomo, e strappami un sospir
Un sospiro! Che dissi ? Una ben lunga
catena di sospiri, un cupo duol,
che spero alfine a logorarmi giunga,
e a darmi morte, che sì bramo sol.
Padre ! Ben lieta io mi sarei se il Cielo
m’involasse alla terra: e il mio desir
saria che, tolti al mio terrestre velo
gli anni, ai senili tuoi debbansi unir !
Non io plorar sulla tua tomba… Oh ! tante
tombe piansi finora, e sempre invan !
tu. Padre, sulla, mia versar le sante
memorie possa a chi morrà lontan.
Vivo immersa nel pianto. Intorno intorno
un’aura di sventura ahi ! spira, e ognor
quando più bello altrui sorride il giorno
a me parla di lutto e di terror !
Muta è la cuna de’ miei figli, ahi ! tanto
incoronata di speranze un dì…
Spento è con essi ogni gentil mio vanto,
e il lor sospiro estremo il cor ferì !
Ferimmi il cor profondo: e un’ora sola
non ha pace quest’alma allor che in me
sento un’arcana, una cmdel parola:
“Viver doveano, e già son polve, ohimè”
Oh ! maledetto quel dì che primiero
mi rese Madre disperata ! Il dì
dell’infortunio, il dì del vitupero
quello si nomi, e passi ognor così.
Passi mesto e turbato, e gioia alcuna
non l’abbellisca dall’alba al tramonto…
Passi privo di speme e di fortuna,
e ogni anno il ciglio a lagrimar sia pronto
E sia pure il voler di un Cherubino
che sconsigliato i figli a me strappò,
maledirlo vogl’io fin che il destino
quaggiù mi lascia, ove piacer non ho.
Padre ! mutiam dolore. Hai tu veduto
come ti dissi debolmente addio?
gonfio era il core, e il labbro mio fu muto…
varcai la soglia, e piansi e piansi oh ! Dio !
E immaginai che un giorno (oh ch’io non viva
fino a quel giorno!) un tristo annunzio al cor
dirà: lontano il Padre tuo languiva…
e t’ha percossa l’ultimo dolor!…
E immaginai la mia tremenda ambascia,
il mio sconforto nel mondo deserto…
oh Padre, Padre mio, tacer mi lascia,
che favellar non so d’ogni tuo merto.
Tacer mi lascia: e ti raggiunga solo
il filiale affetto, il mio sospir;
ne Dio permetta che l’orribil duolo
de la tua morte io debba mai sentir !
Se cantar dovess’io sul cener santo
di chi amante mi fea d’ogni virtù,
oh ‘ sia ben tardi, e sia sublime il canto
che te ricordi: e tosto io non sia più!

(in Canti, Matera, Conti 1879)

_______________________

Laura Battista, Potenza 1845 /Tricarico 1884

laura battista

Annunci

Una risposta a “Poesia lucana. Laura Battista

  1. Pingback: Autori lucani | LucaniArt Magazine·

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...