28. Il cinema di Ivano De Matteo

© RUBRICA “SGUARDI E ASCOLTI DAL MONDO” a cura di M. Lizzadro

ivano de matteo

Nel volgere degli ultimi anni mi sono ritrovato ad aver visto quasi tutti i film di Ivano De Matteo ed allora è nata in me la voglia e l’esigenza di scrivere qualcosa su questo regista dallo stile asciutto e dalla forte vocazione sociale. Ivano De Matteo è un regista ed attore teatrale e cinematografico nato a Roma il 22 Gennaio del 1966. Ha cominciato la sua carriera artistica agli inizi degli anni ’90, dapprima come attore teatrale e poi come attore cinematografico fino a diventare regista cinematografico. Il suo debutto dietro la macchina da presa avviene con la regia di documentari e di corti, fra cui ricordiamo “Prigioniero di una fede” del 1999 un documentario incentrato su un fenomeno di importanza sociale come il fanatismo nel mondo del calcio. Invece il debutto come regista cinematografico avviene tre anni dopo nel 2002 col film: “Ultimo stadio”. Questo film racconta di diverse vicende dentro allo stadio Olimpico di Roma che diventa una specie di moderno teatro greco in cui appunto le storie drammatiche dei protagonisti di questo film si incrociano . “Ultimo stadio” parte dal calcio, la trama del film è una finale di Coppa dei Campioni, ma diventa un film sulle diverse tipologie di individui e famiglie della nostra società, uno spaccato sui mutamenti sia dell’individuo che della famiglia. Le famiglie che si confrontano e che si incrociano casualmente sono quella di Antonio imprenditore affascinante e dallo stile giovanile, alle prese con il figlio timido e impacciato, Pietro, che tenta di inserire nella propria impresa a conduzione familiare. La famiglia di Marco avvocato, che deve fare i conti con un padre fanatico religioso, una madre alcolizzata ed un fratello omosessuale dichiarato. Quella di Angelo infermiere ignorante e conformista che si lamenta della moglie e costringe il figlio Simone che ha dieci anni a giocare a calcio per realizzare quel sogno che a lui è stato negato. La famiglia di Achille che di professione fa l’arbitro e che si trova a dover fronteggiare la morte della madre contemporaneamente al tradimento della moglie. Infine la famiglia di Alice giovane carina ed introversa, che vive con il padre e la sua nuova compagna, una vita abbastanza agiata. Quelle di “Ultimo stadio” sono storie di persone in cerca di un po’ di gioia e del proprio piccolo angolo di tranquillità. Allo stadio si ride delle disgrazie, delle avversità e della fatica di vivere. Ed è una risata amara ma anche speranzosa in attesa che la bufera prima o poi passi per riprendere ognuno daccapo la propria vita. Ivano De Matteo analizza una delle più grandi passioni italiane, quella per il calcio, mediante una fotografia di un gruppo di personaggi diversi per estrazione ma accomunati da un’unica passione appunto l’amore per il calcio. L’ultimo stadio di cui parla il film, non è solo riferito alla finale di Coppa dei Campioni dunque al mondo del calcio che è di fatto il filo conduttore di tutta la storia, ma è riferito soprattutto alla situazione nella quale versano i protagonisti del film. Una “sorta” di radiografia sulla vita familiare italiana in cui vengono scandagliate le famiglie più disparate e diverse fra di loro ma accomunate tutte dalla passione per il calcio. In “Ultimo stadio”, questa passione viene esasperata fino alle estreme conseguenze, quasi al limite fra il grottesco e il violento. Ossessive e ripetute infatti sono le scene di violenza, soprattutto verbale, insulti contro gli extracomunitari, contro le donne, contro gli omosessuali, fenomeno che, ahinoi!, possiamo tranquillamente osservare ancora oggi in molti stadi italiani e non solo! Successivamente, nel 2008, prende parte al film collettivo “All Human Rights for All” promosso dall’Associazione Rinascimento, ispirato ai trenta articoli della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’uomo. Nel 2009 è la volta di “La bella gente” che racconta le vicende di Susanna e Alfredo, una coppia di cinquantenni benestanti, colti e di ampie vedute. Lui è architetto e lei è psicologa. Vivono a Roma, ma d’estate si trasferiscono in una bella tenuta immersa nella campagna per trascorrere le loro vacanze. Un giorno Susanna vede, sul ciglio della strada, una giovanissima prostituta, Nadia, mentre viene picchiata dal suo aguzzino. Dopo una breve consultazione, convince il marito a caricarla in macchina e ad ospitarla nella propria villa, per cercare di salvarla. Passate le iniziali paure della giovane ragazza, tra i due coniugi e lei si instaura un bel rapporto e le giornate riprendono a scorrere tranquille. L’arrivo del figlio Giulio, del quale Nadia si innamora rompe tutti gli equilibri che tengono unita questa famiglia. Alfredo e Susanna sono due brave persone, educate, gentili e facoltose che vogliono aiutare la giovane Nadia ad abbandonare la strada, su cui lei è costretta a prostituirsi. Dopo un primo momento di paura la ragazza comprende che i due vogliono solo aiutarla e decide di accettare la loro proposta di ospitalità e protezione, sperando che sia la volta buona per dare finalmente una svolta alla sua vita. Incuranti delle chiacchiere e delle conseguenze della loro scelta Alfredo e Susanna si affezionano sempre di più alla giovane fino a quando in casa non arriva il loro figlio Giulio insieme alla fidanzata. La reciproca attrazione tra Giulio e Nadia cambia i piani di tutti e quelli che fino a quel momento si erano dimostrati per Nadia come due angeli protettori dimostreranno di non essere poi troppo diversi dalla bella gente snob ed indifferente che in genere frequentano. I cambiamenti di umore ed il mutamento psicologico di Susanna, quando si accorge dell’attrazione del figlio verso questa giovane ragazza, diventano l’emblema dell’ipocrisia e dell’indifferenza in cui versa questa nostra società. “La bella gente” stimola alcune delle corde profonde situate in ognuno di noi facendoci riflettere sulla nostra vita quotidiana e sui nostri piccoli drammi. Un film sulla nostra tragica normalità, sul vuoto interiore, sui molti luoghi comuni che più o meno consapevolmente coltiviamo in noi, sul fatto che ognuno di noi sa riempirsi la bocca di belle parole ma che davanti alla realtà sono veramente in pochi quelli in grado di fare qualcosa di concreto. che si rimboccano le mani ed aiutano chi ne ha veramente bisogno. Il finale è di una tristezza unica con Susanna che accompagna questa giovane ragazza alla stazione del treno le da dei soldi e se ne va. Nadia finge di andare a prendere il treno ma svolta e va di nuovo a prostituirsi. Nel 2012 è la volta de “Gli equilibristi” che racconta la storia di Giulio che ha quarant’anni ed una vita apparentemente tranquilla: posto fisso, casa in affitto, una famiglia normale. Ad un certo punto però Giulio tradisce la propria moglie Elena. Quando viene scoperto, Elena lascia Giulio e la loro favola crolla e cambiano anche le loro vite. Quest’uomo si ritrova da un momento all’altro a dover cambiare vita quando la moglie chiede la separazione dato che la realtà intorno a lui cambia. Infatti viene costretto dalle circostanze a dire addio al benessere familiare ed economico e ad ingegnarsi per trovare nuove soluzioni pur di rimanere a galla e non affogare in uno stato di povertà. Una povertà di doppi affitti e doppie bollette da pagare, di pranzi solitari, di desideri dei figli da non disattendere e di creditori da cui nascondersi. Il titolo di questo film, “Gli equilibristi”, allude ai genitori separati, categoria in aumento in Italia ma anche nel resto del mondo. Elena è la moglie tradita che giustamente dal suo punto di vista non riesce a dimenticare ed innesca la spirale che trasforma la propria vita familiare e quella di Giulio ottimista e menefreghista e traditore. Da questo incipit comincia la discesa agli inferi di Giulio,che passa da ospitalità transitorie di amici, a squallide pensioni fino a dormire in macchina, l’unico bene rimastogli oltre allo stipendio di un lavoro comunale, dove deve arrivare puntuale e tranquillo per non far comprendere i suoi problemi. La moglie che ha deciso di intraprendere una separazione legale. molto rapidamente comincia a pressare l’ormai ex marito con richieste economiche e facendo leva sui propri figli. L’unica persona che si accorge che ormai Giulio è sull’orlo di un precipizio è la figlia, che lo segue fino a scoprirlo mentre mangia tra i poveri. Il finale lascia intravedere il ricomporsi del nucleo familiare. Dunque “Gli equilibristi” è un film sulla perdita di dignità sia dell’individuo ma anche di quelli che gli stanno attorno ambientato ai tempi attuali della crisi economica. La storia di un uomo orgoglioso ed incapace di chiedere aiuto e dell’incapacità di chi gli sta intorno di comprendere quel vissuto di dolore e di deprivazione. “Gli equilibristi” è una pellicola in cui il regista punta il suo obbiettivo, con uno sguardo partecipe, sul cinismo ma anche sulla solidarietà di uno spaccato sociale molto comune soprattutto in quest’epoca che stiamo vivendo. Dramma e commedia si alternano forse perché è la vita che è così. Se ne “La bella gente” è la storia di un gruppo familiare alle prese con le proprie ipocrisie e il proprio mal costume a fare da filo conduttore, ne “Gli equilibristi” è l’attualità di una storia emblema del momento di difficoltà di un paese in crisi economica e di valori attraverso una vicenda di dissoluzione familiare a diventare la trama fondamentale. “Gli equilibristi” narra in buona sostanza di un fenomeno come quello delle nuove forme di povertà e di indigenza che affligge oramai tante persone, visto attraverso uno sguardo sulla difficoltà dei rapporti in una famiglia in cui avviene una separazione. Gli equilibristi sono tutti coloro che camminano lungo il bordo di un precipizio e che cercano di fare di tutto per restare con i piedi per terra evitando di cadere dentro anche a costo di difficoltà ed umiliazioni. Insomma un quadro di una separazione in questi tempi di crisi economica. Nel 2014 è la volta di: “I nostri ragazzi” che descrive le vicende di due ragazzi e delle loro famiglie della Roma bene. Lui ha 17 anni e sua cugina è di qualche anno più grande, che una sera al ritorno da una festa, prendono a calci e a pugni un indigente per strada fino ad ammazzarlo. Nei giorni seguenti i due ragazzi fanno finta di niente. Fino a quando al padre di lei che fa l’avvocato capita di visionare un filmato di una videocamera piazzata per strada da cui si evince chiaramente che gli assassini sono proprio i due ragazzi, cioè sua figlia ed il cugino, cioè suo nipote. Ed allora inizia il dramma di queste famiglie. Il padre del ragazzo è uno stimato dottore, che è l’unico che vorrebbe denunciare tutti e due, mentre sia la moglie che il fratello e la sua compagna non lo vorrebbero fare. Il film gira intorno alle riflessioni di questi quattro adulti e dei loro ragazzi. “I nostri ragazzi” è un film il cui nocciolo gira intorno al vuoto esistenziale di tante famiglie in cui la carenza di attenzioni e di calore umano ma anche l’incapacità normativa dei genitori genera dei piccoli delinquenti. Infatti questi ragazzi sembrano avere tutto ma gli mancano regole e principi da rispettare. Conducono un’esistenza senza dare troppa importanza alla scuola, pensando per lo più a divertirsi. Ma questo è solo una facciata dell’argomento che il film tenta di raccontare. L’avvocato non appena viene a conoscenza dell’esistenza di questo filmato che inchioda la figlia ed il cugino vorrebbe trovare un modo per evitare a questi due ragazzi di andare in carcere, supportato dalla cognata e dalla sua compagna. Invece il fratello dottore comincia a chiedersi tante cose sulle sue assenze, sui valori che ha trasmesso e sull’educazione che ha dato al proprio figlio. “I nostri ragazzi” è un film spietato che con una analisi nitida ci restituisce una fotografia di questa società e del fallimento della funzione genitoriale. Con la certezza e la convinzione che in futuro Ivano De Matteo continuerà a dipingere pellicole con uno stile asciutto ed una forte vocazione sociale, chiudo questo piccolo scritto, augurandovi buona lettura e buona visione.

Mariano Lizzadro

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