29. Il cinema di Carlos Sorin

© RUBRICA “SGUARDI E ASCOLTI DAL MONDO” a cura di M. Lizzadro
carlos sorin
Carlos Sorin è un regista argentino nato nel 1944 a Buenos Aires. Fin da ragazzo studia cinema presso l’Università Nazionale di La Plata. Terminati gli studi inizia come assistente alla regia di Alberto Fischerman, ma trova lavoro in ambito pubblicitario. Nel 1986 gira il suo primo documentario “L’epoca dello struzzo” versione italiana de “La era del nandù” che è un documentario della televisione argentina che racconta la falsa storia di un ipotetico farmaco il Bio-k-2 spacciato come farmaco miracoloso. Una “sorta” di notizia bufala, fenomeno a cui purtroppo attualmente assistiamo quasi quotidianamente, soprattutto mediante i social network. Quindi più che un programma “L’epoca dello struzzo” è un piccolo esperimento televisivo sulla facilità con cui il pubblico televisivo tende a credere in base al format ed al tipo di immagini anche a notizie palesemente false, come appunto l’esistenza di questo farmaco miracoloso. Sempre nel 1986 esordisce come regista con un film bizzarro e strano “C’era una volta un re”, traduzione italiana de “La pelicula del rey”. Questo film racconta la storia di David, giovane regista degli anni ’70, che vuole fare un film mettendo in scena e sullo schermo la storia di Orélie Antoine de Tounnens, un avventuriero francese che nel 1860 marciò verso l’estremo sud dell’America Latina, autoproclamandosi Re di Araucania e Patagonia e concludendo miseramente in manicomio la propria folle impresa. Abbandonato in partenza dalla produzione e sostenuto unicamente dal produttore esecutivo, un certo Artur, David mette insieme una troupe alla meno peggio e si avventura testardamente in una terra ostile, battuta senza tregua dal vento e dal freddo per girare il suo film nel modo più realistico possibile. Per l’assoluta inospitalità dell’ambiente e le condizioni ambientali sfavorevoli, David perde man mano un po’ alla volta i vari tecnici e gli attori, fino a ridursi ad interpretare alla fine personalmente e tutto solo questo bizzarro e grottesco eroe, circondandosi di una troupe di manichini. Alla fine sull’aereo che lo riporta a casa, David confida al fedele Artur l’intenzione di affrontare al più presto un soggetto altrettanto folle e avventuroso, quello di un Falso Inca del Seicento. “C’era una volta un re” è un film sul film, dunque un esempio di meta cinema, una storia che racconta di un gesto folle fatto da un personaggio folle, per l’appunto questo avventuriero francese che si autoproclama Re di Aracaunia e Patagonia e di chi vorrebbe girare un film su questo argomento. Il riferimento qua potrebbe essere alla metafora del ruolo del regista che deve essere un po’ folle per girare un film, ossia sul fatto che il mestiere del cineasta si nutre un po’ di una follia visionaria necessaria per girare un film. Folle come sembrano ai nostri occhi offuscati dalla società in cui viviamo tutte le voci fuori dal coro. Folle come può essere girare un film del genere. Nel 1989 è la volta di un altro piccolo gioiello: “Fergusson O’Connell dentista in Patagonia” traduzione italiana di “Eversmile, New Jersey”. Questa pellicola racconta la storia di Fergusson O’Connell, dentista d’origine irlandese di New York all’inizio della sua carriera che ad un certo punto preso da una specie di idea bislacca, ispiratagli dalla Fondazione Dubois per lo sviluppo della coscienza dentale, decide di lasciare moglie e carriera per avventurarsi in Patagonia e prestare cure gratuite alla povera gente. Dunque la storia di una “sorta” di moderno missionario che “a cavallo” di una moto antiquata gira per ogni sperduto villaggio della Patagonia, offrendo con entusiasmo e simpatia spazzolini e cure dentali gratuite alla gente che incontra. Ma la gente, alle prese con i problemi immediati della sopravvivenza, si rivela indifferente ad ogni slancio umano positivo, ad ogni novità. Infatti solo un piccolo manipolo di fuorilegge e una famigliola di pastori prende sul serio le sue cure dentistiche. Nel suo girovagare per i luoghi freddi, deserti, desolanti e polverosi della Patagonia, a Fergusson O’ Connell un bel giorno gli capita d’imbattersi in Estela una giovane cameriera di un motel, promessa sposa di un individuo squallido che lei non ama. Fergusson invita Estela a farsi un giro in moto con lui ed Estela decide di condividere con Fergusson l’idea di quest’avventura umanitaria. La ragazza ben presto si rende conto di quanto strani e bizzarri siano le idee ed i propositi del dentista missionario. Ma decide lo stesso di seguirlo e lo abbandona momentaneamente solo quando Fergusson si invaghisce di una donna furba che tenta di raggirarlo, moglie di un dentista locale, che vede nello strampalato dentista missionario una minaccia per il lavoro del proprio marito. Alla fine comunque Estela lo accoglie nuovamente dato che Fergusson si è liberato dalle grinfie di questa falsa seduttrice ed è stato lasciato dalla moglie a New York e dulcis in fundo è stato abbandonato anche dalla sua fondazione medica per le cure gratuite dentali in Patagonia. In altre parole Estela evita il fallimento umano di Fergusson O’ Connell missionario dentista. “Fergusson O’Connell dentista in Patagonia” è un film sul fatto che ad ognuno di noi può accadere inaspettatamente una crisi di coscienza, una strana folgorazione che può indurci ad intraprendere scelte di vita che possono sembrare strane agli occhi degli altri con cui interagiamo, se non sono sorrette da forti motivazioni interiori. Ma è un film anche sull’utopia, tragica ma bella, di questo dentista che cerca disperatamente di portare le cure dentali a gente che è talmente stanca e sfiduciata che tende a sopportare pazientemente e silenziosamente il dolore dei denti piuttosto che lamentarsi e curarsi. Nelle pieghe del film sembra che Carlos Sorin voglia descrivere da un lato la repressione e l’arroganza dei potenti che mantengono in uno stato di degrado larghe fasce di popolazione povere della Patagonia e per estensione anche di qualsiasi popolazione povera e schiavizzata del mondo e dall’altro lato la bellezza e la grandiosità di un’utopia. Carlos Sorin in “Fergusson O’ Connell dentista in Patagonia” è come se ci dicesse che il gesto utopico è forse l’unico gesto in grado di regalarci quello slancio umano che sembra essere stato smarrito in questo mondo. Un gesto profondamente umano e che solo a pensarlo oggi in quest’epoca di ristrettezze economiche, ma anche morali, sembra difficilissimo da attuare. Nel 2002 è la volta di un capolavoro: “Piccole storie” traduzione italiana di “Historias minimas”. Questo film è uno di quei film a cui voglio bene e che dentro me occupa un posto riservato a pochi altri film come ad esempio alcune pellicole di Truffaut, di Fellini, di Troisi e di pochi altri. Questo film racconta tre piccole storie ambientate in Patagonia, dall’altra parte del mondo. C’è la storia di Don Justo un ottantenne che fugge da casa e va alla ricerca del suo cane scomparso facendo l’auto stop, quella di Roberto un quarantenne che a bordo della sua vecchia automobile si dirige a casa di una vedova per cercare di conquistarla ed infine quella di Maria Flores che viaggia con la sua bambina a bordo di un autobus, per andare a partecipare ad un quiz televisivo. Dunque “Piccole storie” racconta di queste tre storie che si incrociano casualmente nei momenti di sosta dei loro viaggi lungo le strade deserte della Patagonia. Sono tre vite che si incontrano quasi sfiorandosi. Il viaggio è dalla provincia di Santa Cruz a Puerto SanJulian. Tre storie intrecciate e ambientate in Patagonia, dalla campagna verso la città. Il vecchio Don Justo, proprietario di uno sperduto emporio sulla strada che è scappato di casa verso la città, dove pare abbiamo avvistato il suo cane scomparso, Roberto, commesso viaggiatore, che affronta un lungo viaggio in compagnia di una torta da consegnare al figlio o alla figlia di una donna che vorrebbe conquistare ed infine c’è Maria Flores, timida abitante di un villaggio che deve ritirare un premio vinto che consiste in una partecipazione ad un quiz televisivo a premi. Queste tre storie sono in realtà storie non comuni per chi le vive. Quell’eccezionalità di chi conduce una vita modesta e si trova a dover fare i conti con l’imprevisto. La Patagonia è una terra dagli spazi grandi e di viaggi. Il viaggio rappresenta per ognuno di noi un’opportunità per conoscere altre zone, altre usanze, altri costumi, ma è contemporaneamente anche un viaggio dentro di noi. I personaggi di “Piccole storie” rappresentano il travaglio interiore che ci può capitare quando ci troviamo dinanzi all’eterno dilemma se rimanere o se partire. Ma nel film alla fine vince l’istinto a partire. “Piccole storie” è un film sulla strada, in particolare sulla famosa Ruta 3 o sulla mitica Ruta 40 che congiungono la Patagonia al resto del continente Sud Americano. Il racconto di una piccola Odissea. Tre personaggi, tre storie che nel corso del film si sfiorano e talvolta si incrociano. Questo di Carlos Sorin è anche un film sulle motivazioni diverse che spingono i personaggi del film ad intraprendere il loro viaggio. Infatti Maria Flores alla fine è un personaggio poco vincente, si limita solo a ritirare il premio che ha vinto al quiz televisivo, ossia un frullatore che fra l’altro lei non potrà mai usare perché dove vive lei non esiste la corrente elettrica e lo cambia subito dopo con un modesto kit di trucchi, così come poco vincente risulta essere anche il personaggio di Don Justo che viaggia silenzioso in cerca del suo cane ma che alla fine non lo riesce a trovare. Ed invece Roberto il più scialbo ed il più antipatico paradossalmente risulta l’unico personaggio vincente del film, dato che non insegue un mondo più grande e in continua innovazione ma bensì ripiega su obbiettivi più raggiungibili. Il suo viaggio è apparentemente il più inconcludente, proprio perché legato ad una motivazione leggera: recapitare una torta per il figlio o la figlia di una vedova per cui prova interesse. Non conosce nemmeno se sia un figlio o una figlia, nemmeno se accetterà o meno la sua torta, il suo regalo. Ed infatti ad ogni sosta assalito da questo dubbio cambia la guarnizione della torta. Ma alla fine Roberto è l’unico personaggio che preferisce inseguire un sogno piccolo ma concretizzabile e per raggiungerlo è disposto a rivedere di volta in volta i propri piani. Qua il messaggio di Sorin, secondo me, potrebbe essere in riferimento alla nostra società che sembra premiare sempre e soltanto le persone sicure di se, quelli che io con ironia definisco: i convinti, ma in fondo “Piccole storie” sembra suggerire che ad andare avanti sono anche e soprattutto coloro che riescono a mettersi in gioco e negoziare di continuo ciò che posseggono ed acquisiscono. Il modello vincente non è più quello di chi proietta la propria autorealizzazione verso obbiettivi alti, irraggiungibili, quasi non alla propria portata, ma bensì di chi non rinuncia alle proprie emozioni, alle proprie utopie, ai propri sogni folli. Le storie di questo bellissimo film di Sorin ci suggeriscono che per vivere e non soccombere nella vita di tutti i giorni non ci vogliono solo grandi sogni e buoni sentimenti, come non basta avere una fiducia acritica nel mito del progresso o in un suo netto rifiuto. L’eroe della vita di tutti i giorni non è più chi vive di grandi idee o grandi miti ai quali siamo stati abituati, ma è chi mette le proprie idee più o meno grandi in una dimensione a misura d’uomo dove la propria autorealizzazione viene data dalle piccole conquiste della vita di tutti i giorni. Nel 2004 è la volta di “Bombon el perro”, altro bellissimo film. Questa pellicola narra le vicende di Juan un meccanico cinquantenne costretto dalla crisi economica a sopravvivere vendendo coltelli artigianali dato che la stazione di servizio in cui ha lavorato negli ultimi vent’anni ha chiuso. Inaspettatamente un giorno in cambio di una riparazione, riceve un pagamento piuttosto inusuale: un Dogo Argentino, un bellissimo cane di nome Bombon. All’inizio la diffidenza è reciproca fra l’uomo ed il cane ma la simpatia dell’animale fa si che Juan ci si affezioni. Ad un certo punto entra in gioco Walter addestratore di cani che convince Juan ad iscrivere Bombon ad un concorso per cani. Juan ascolta il consiglio di Walter ed alla fine il Dogo Argentino vince il premio. Il paesaggio Patagonico che funge da sceneggiatura è come al solito affascinante e inospitale, malinconico e silenzioso. Il film scorre via veloce dato che non c’è niente di segreto da svelare ed infatti la trama, i personaggi e la sceneggiatura sono essenziali ed oserei dire quasi asciutti. I personaggi non nascondono niente, sono tutti letteralmente presi ognuno dalle ristrettezze della crisi economica Argentina. Lo sguardo di Sorin è pieno di comprensione e mette a nudo l’animo di queste persone. Un animo che è pazientemente rassegnato, ma anche avventuriero e lottatore, in cerca della sopravvivenza. Colpiscono anche gli occhi di Juan, rotondi e spalancati come quelli di Bombon. Dunque “Bombon el perro” è un film sulla crisi economica in Argentina ma è anche un film sulla fortuna intesa come opportunità di dare una svolta alla propria esistenza. Infatti Juan non effettua mai scelte consapevoli, ma si lascia guidare dalla corrente del fiume della vita e così in questa maniera naturale riesce ad incontrare suoi simili. Non è casuale nemmeno la scelta di attori non professionisti nel film. Come afferma lo stesso Carlos Sorin: “Il mondo interiore del più umile contadino è impenetrabile quanto quello di un professore di filosofia. La differenza è che quest’ultimo comunica principalmente con le parole, mentre il contadino, più essenziale, con gesti e silenzi. Questo è ciò che accade con personaggi “semplici”: devi leggere i loro occhi. Per cui penso che lavorare con persone, luoghi e luci reali riduca la manipolazione e la falsità che sono inevitabilmente implicite nel cinema”. E parafrasando sempre il nostro cineasta: “… così si ottiene una sovrapposizione: coloro che interpretano i personaggi sono esattamente i personaggi stessi, nell’essenza”. “Bombon el perro” racconta di una storia dei tempi nostri, comune purtroppo in tanti paesi del mondo ed ahinoi! anche in Italia, ossia quella di un disoccupato, vittima della crisi economica, troppo vecchio per una nuova occupazione e troppo giovane per una pensione. La vicenda personale di quest’uomo, Juan, diventa emblema della crisi che attanaglia tante persone che vivono in nazioni impoverite. Il finale però rimane aperto, da un lato c’è stata e c’è la desolazione causata dalla crisi economica ma dall’altro lato c’è anche la possibilità di riscatto, rappresentata dall’amicizia fra Juan e Bombon e dai soldi che lo stesso Juan riesce a guadagnarsi coi concorsi e gli accoppiamenti di Bombon. Sempre nel 2004, Carlos Sorin partecipa insieme ad altri registi al film collettivo “18-j” che narra i fatti accaduti a Buenos Aires il 18 luglio del 1994, quando ci fu un attentato antisemita che fece 86 vittime e 300 feriti presso il palazzo dell’A.M.I.A:, un ente di beneficenza ebraico a Buenos Aires. “18-j “ è un omaggio alla memoria delle vittime della comunità argentina dieci anni dopo quel terribile attentato. Nel 2006 è la volta di “El camino de San Diego” film che racconta la storia di Tati Benitez, e del suo sogno ossia incontrare Diego Armando Maradona, il suo idolo. Questo film racconta con poesia un piccolo mondo di emozioni e gesti semplici, riuscendo a tirare fuori da degli attori volutamente non professionisti una bella storia ambientata per strada, al confine tra Brasile, Paraguay e Argentina. Un film che narra del simbolo di Maradona per la gente povera. Nel film si incrociano tante storie, la maggior parte di cui sono storie reali e rimane aperta la porta della speranza, ma il filo conduttore resta la storia di Tatì che dopo essere stato licenziato, infatti prima faceva il boscaiolo, decide di partire e di portare un regalo a Diego Armando Maradona dato che ha saputo che il suo idolo ha avuto problemi cardiaci. Tatì conosce a memoria la carriera di Maradona, lo segue fin dai tempi in cui giovanissimo giocava nel Boca Juniors. Sorin con uno sguardo pieno di umanità ne “El camino de San Diego” racconta dei miti, delle credenze religiose, dei modi di vita di persone reali scelte per interpretare se stesse. E con “El camino de San Diego” si conclude anche questo nostro cammino nel cinema di Carlos Sorin., ricordando che nel 2008 ha girato “La ventana”, poi nel 2011 è la volta de “El gato desaparece” ed infine nel 2012 ha girato “Días de pesca” film che non ho avuto la fortuna di vedere. Con la speranza di potere vedere in futuro altri Suoi film, altre meravigliose pellicole piene di umanità e di storie reali, storie di gente come tutti noi.

Mariano Lizzadro

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