Poesia contemporanea. Beppe Salvia

beppe salvia, 1981 (particolare)
Inverno

Mi sono provato a costringermi al vento di queste contrade. Tant’è, cosa perdo? Ho seguito i miei passi in malcelate strade. E conducevano al tempio. Tutte. Alla biblioteca imperiale. Dove non v’è pagina inutile. Ma, sono vestito coi cenci del guerriero ed ho attraversato la peste. Mi sarà difficile entrare. E poi che leggere più, che consultare quali garbugli dirimere? In un tonfo nelle acque fredde di Kades l’esercito è perito. Io, il disertore, ho potuto vedere, e vivere, quella sconfitta. Da allora io so che mi attende. Al capestro niente altro che un grido. E, pel resto, mi paiono bianche le notti e buio da alba a tramonto.

*

Si può vivere in una gabbia di tizzoni infuocati. Al limitare di neve e foresta. O sotto la neve, dentro la foresta. Si può tutto dimenticare, essere dimenticati. Si può spezzare negli occhi una fiala di acqua venefica, e che li bruci. Si può vivere ciechi. Si può essere appena viventi sotto un soffitto di ferro, spostandosi a passi a tentacoli mossi. Si può non avere assistito non avere un nome non credere. Si può essere al mezzo d’un segnale di fascine che brucia. Al limitare di neve e foresta. Un fuoco a forma di X. Si può morire dunque.

*

Io scrivo di notte, mi suggerisco che scrivere. Io vivo in quei fogli davanti. Mi piacciono bianchi, mi piacciono scritti. Mi piace se canta Lydia Lunch alla radio o Victoria Spivey. Non sono ordinato. Le mie righe lo sono. Distinte le une dall’altre. Perché è peccato sciupare una notte per non dire che il vero. Il mio mestiere l’ho appreso soltanto da me.
Io distinguo due cose nel buio. Io penso, e posso, ordinatamente, contraffare tutto che mi circonda. Io ricordo, ed ogni memoria niente m’è possibile mutare. Questo v’insegno: v’è arte e sappiatela usare; è possibile altrimenti sapere di sé, a tal modo affranti che il dolore ormai tutto comprendendo, al cuore soltanto affidi la beffa sua più bella e più mìsera, dimenticare.

*

hanno corso hanno inseguito le volpi nella baia di neve tra alberi quieti. poi notte e nel sonno dei vieti cacciatori tornano gli odori della neve, la spina del gelo negli occhi, nei cuori il colore del sangue il sangue tra i denti veri dei segugi, e in gocce giù buca la neve, fredde a latrare le urla dei cani.

(in Braci n.2 16 febbraio 1981)

Beppe Salvia (Potenza, 10 ottobre 1954 – Roma, 6 aprile 1985).

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Fonte http://www.beppesalvia.it/

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