La filosofia del tè di Giorgio Linguaglossa

tè

La filosofia del tè” è un libro da leggere con calma, come tutti quei libri senza tempo, né luogo (e per questo sempre attuali), che inducono a meditazione e riflessione sull’essere, sull’esistere e sul mondo. Nella sua apparente semplicità strutturale e di linguaggio è un libro complesso e di grande saggezza, che alla saggezza (quella antica) coniuga leggerezza e ironia, per questo anche gradevole. Sono storie brevi, leggende, parabole, metafore di vita, pensieri ispirati ai grandi maestri zen e si fondano su uno stile linguistico e strutturale di essenzialità, armonia, ordine, purezza. Sono storie che non si spiegano, perché la loro forza è tutta dentro le pause, i non detti, i sottintesi, le domande senza risposta. L’uomo deve liberarsi da ogni pensiero, passione, interesse, desiderio particolare ritornare alla semplicità. La verità, se esiste una verità, è fuori dai discorsi e dalla parola, è silenzio totale (che è la condizione originaria della natura umana). Ciò che posso dire è che l’autore riesce a creare storie affascinanti e atmosfere incantate. A me personalmente sono piaciuti, tra gli insegnamenti più classici, quelli del Maestro Me Ti intorno alla verità e alla democraticità delle parole e della bellezza (I e II lezione ), così come la Parabola del Maestro Yze sulla parola prigione del pensiero; ma anche quelli più inusuali e bizzarri del maestro Osho che ha rinunciato alle parole e vive sull’albero. In tutte si esalta il valore dell’autenticità (la capacità di essere in contatto con la parte più intima e vera di se stessi) e si condanna l’esteriorità, la falsità, il preconcetto-pregiudizio, il compromesso. Ci sono passi poetici che intervallano le storie ma anche tanta poesia nelle storie. Per il resto, questo libro è da leggere e non deluderà.

Maria Pina Ciancio

***

Alcune parabole tratte dal libro:

Il giorno seguente l’allievo To Ke chiese a Me Ti: “Ci sono molte parole nel sillabario e noi ci perdiamo in esso. Dicci tu maestro, quali sono le parole che dobbiamo usare”.
E Me Ti rispose: “Non vi sono parole predestinate o prestabilite. Non vi sono parole che calano dal cielo. Non vi sono parole migliori delle altre. Tutte le parole sono eguali. Così, in poesia potete usare tutte le parole del vocabolario, senza alcuna gerarchia, senza differenza di nobili natali. Ecco, il vocabolario è democratico e il “grande metodo” si fonda sul metodo democratico” così parlò Me Ti, e tolse subito dopo la seduta.
“E la bellezza! Come facciamo a nominare la bellezza!” chiese il giorno dopo il famoso saggio Giu Co che imperversava a quel tempo con il suo elogio della bellezza e del mito e contava numerosi adepti.
“Rendete democratica la bellezza. Questo è il vostro potere, non altro” rispose laconicamente Mi Ti.

(da Mi Ti intorno alla verità, p.17)

*

Ho cercato tra un milione di parole quella giusta per indicare l’Anima, ma non l’ho trovata.
Al suo posto però ho trovato un buco.
Un tunnel così tortuoso e profondo… senza fine.
Ho sortito tutti i tentativi ma non sono mai riuscito ad avvistarne il fondo.
E allora… ho preso a riempire quel buco di parole. Tante parole, così alla rinfusa… E poi in modo sempre più frenetico, convulso.
È questa credo la mia poesia e la mia poetica: con disperazione tento di riempire quel buco pur sapendo che mai ci riuscirò.

(La poetica del maestro Lin Pin, p.51)

*
«Entriamo dentro le cose – disse il maestro Yzu sollevando un lembo della tunica – finora siamo stati al di fuori delle cose, e lontani, come falchi lassù, in alto, che volano, ali spiegate nell’azzurro del cielo… siamo stati lontani…».
Ci aveva dato appuntamento sulla spiaggia il maestro Yzu.
Io mi sedetti su un tronco, gli altri allievi chi qua chi là, sulla sabbia. Anche il maestro si sedette accanto a noi. Quella fu l’ultima volta che lo vidi.
Parlò ininterrottamente per tutta la notte ma io come uno stupido mi addormentai.
«Chissà che cosa voleva dirci», pensai al risveglio.
E vidi che i miei compagni si erano addormentati quando, all’improvviso, il maestro si alzò in piedi
gettò via la tunica sporca di sabbia ed entrò nel mare…

(La poetica del maestro Yzu, p.52)

*

“Vedete” disse il maestro Osho ai suoi allievi indicando una medusa che tentava di respirare nella battigia “è un ictosaurus”, una medusa che vive nei mari tropicali, di colore grigio argento. A secondo delle mutate condizioni del mare può assumere il non-colore della trasparenza, tal che puoi osservare attraverso la sua massa perlacea anche un insulso insetto della battigia. Questa medusa non possiede dimora: abita preferibilmente i mari tropicali ma non disdegna i mari del Circolo Polare Artico mutando la pelle perlacea del suo corpo e i tentacoli che, da lunghi e filamentosi, diventano corti e membruti resistendo al rigore delle basse temperature. Può nuotare sottacqua o a pelo d’acqua per mesi, e forse anche per anni, fino a comparire dall’altra parte del mondo con un altro colore e un’altra morfologia. Ma guai a fidarsi se la incontrate immobile nella battigia che respira a fatica, Si finge morta per colpirvi alle gambe con i suoi lunghi tentacoli e iniettarvi il veleno contro il quale non vi è antidoto o medicina”.
“E’ davvero così?” chiese un giovane alunno.
“E’ così” rispose laconico il maestro.

Fu lì che il maestro Osho prese a battere la tomaia sull’incudine, a incollare la suola alla tomaia, e poi tanti piccoli chiodi… li batteva ad uno ad uno per fissare la suola alla tomaia…
Fu allora che il maestro lasciò il peripato e divenne calzolaio. Sì, faceva scarpe. Solide, utili per andare nel deserto o coltivare pomodori.
Dalla mattina al tramonto batteva chiodi sulla suola e, col mastice, l’attaccava alla tomaia…
A quel tempo – non avevo ancora l’automobile – io giravo ancora attorno al maestro ma quello, imperturbabile, fabbricava scarpe, ineleganti ma solide.
«Maestro – gli dissi un giorno – le tue scarpe sono brutte, ineleganti… non riuscirai mai a venderle!».
Poi smisi di interrogarmi, e andai per il mondo, mi mescolai alla folla. Un giorno presi moglie
ed ebbi anche dei figli. E ciascuno andò per la propria strada.
Chi diventò assassino, chi si dedicò al commercio di maiali, chi divenne cambiavalute lucrando sulla differenza e le oscillazioni delle monete…
Fu allora che un giorno tornai dal maestro-calzolaio e gli dissi: «maestro, non mi riconosci? Ero io il tuo allievo prediletto! Tanti anni fa…».
Ma quello continuò a battere sull’incudine la suola di cuoio tenendo tra i denti i piccoli chiodi…

(Il maestro-calzolaio, p 83)

***

Giorgio Linguaglossa, La filosofia del tè (istruzioni per l’uso dell’autenticità), con una nota critica di Daniele Santoro, Edizioni Ensemble 2015

giorgio linguaglossa la filosofia del tèIl sito di Giorgio Linguaglossa: https://lombradelleparole.wordpress.com/

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