Dialogo sui canti fra Antonio Fortunato e Antonio Lotierzo

# fortunato, lotierzo

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In questa intervista estrapolata dal libro  “Io tengo un organetto – Canti eleuterici”, lo scrittore Antonio Lotierzo intervista l’amico Antonio Fortunato, che ci racconta come ha appreso i canti popolari della tradizione lucana che vengono raccolti in questo prezioso volumetto, stampato dalla casa editrice Delta 3 e che sono stati accompagnati dagli spartiti musicali di Riccardo Fittipaldi.

A mio padre Giovanni
e a Maria Votta, mia madre,
radici di vita mia e dei miei figli.

Antonio Lotierzo: Puoi dirci quando hai imparato queste canzoni e se ricordi in quali occasioni venissero eseguite?

Antonio Fortunato: Premetto che ho sempre avuto una grande passione per i canti popolari ed in particolar modo per quelli lucani e della nostra Marsico. Queste canzoni le ho imparato da giovanissimo. Alcune le cantava mio padre, che preferiva fra tutte Quanne se mete u grane. Altre non erano cantate ma venivano recitate da mia madre nelle fredde sere dell’inverno, quando a casa nostra non c’era ancora né la radio e né, tanto meno, la televisione. Da grande, notevole
è stato il mio stupore allorché ho ritrovato queste canzoni nel testo di Francesco Paternoster sui Canti popolari di Brienza. Alcuni canti sono leggermente diversi ma resta identico il contenuto. Altre, invece, le ho apprese dalla viva voce di nostri concittadini. Mi ero allenato e, non appena ascoltavo un verso o un’intera strofa, memorizzavo il tutto e poi nel tempo ho iniziato la trascrizione.

Antonio Lotierzo: L’avvocato Paternoster è stasto un pioniere degli studi locali, un cultore che
riassumeva, da condizione borghese, una fertile tradizione, di cui hanno poi dato conto Giovanni
A. Colangelo e Mariano Collazzo. Che si cantassero anche a Brienza evidenzia il fatto che i canti popolari circolano, attraversano gli spazi, in maniera incontrollabile, producendo un adattamento locale, che è sempre una reinvenzione creativa. Cosa ricordi dei nostri canterini, Savino e Michele?

Antonio Fortunato: Savino Donato e Michele Langone erano due cantastorie. Savino era originario di Marsicovetere (n. 1899); Michele era di Marsico. Savino sapeva suonare il violino e Michele, con un bastone che usava a modo di zufalo, faceva l’accompagnamento. Li conoscevo bene, perché spesso, facevano un giro del paese per racimolare qualcosa. A volte si fermavano davanti la casa di mia madre che – generosissima come sempre – offriva loro un piatto di pasta e fagioli ed un ottimo bicchiere di vino. Mi è capitato che, nell’attesa che mia madre preparasse,
riuscissi a stuzzicarli, facendomi cantare le storie che conoscevano. A Savino l’ho incontrato anche successivamente, intorno al 1966, quando ero studente a Potenza. Infatti Savino era solito sostare lungo la scalinata di Via del Popolo, dove, con il suo eterno violino – appreso chissà come – strimpellava i suoi canti, affidandosi al buon cuore dei passanti. Di Michele, invece, ricordo meno. Gli ultimi anni della sua vita li ha trascorsi in un ex-pollaio nel mulino di don Decio Rossi, a s. Anna, dove una mattina fu trovato morto. Antonio Lotierzo: Un po’ poco, questi ricordi.
Appaiono più dei vagabondi che non i testimoni di canti inseriti in un’organica società. Vi è una residualità, una perifericità della cultura popolare che sembra un fiume carsico più che un membro stabile della comunità. Insomma, circolano ancora queste canzoni o sono brandelli, lacerti di una cultura ormai sommersa da una storia consumistica e globalizzata nel capitalismo vincente?

Antonio Fortunato: A dire il vero, questi canti non li ho più sentiti. Di rado è accaduto che, parlando con persone più anziane di me, se accennavo una strofa o un ritornello, qualcuno era in grado di ricordare qualcosa o di integrare dei versi.

Antonio Lotierzo: Che spirito attraversa queste canzoni? Rispetto al patrimonio più vasto, sembrano delle minuscole tessere, rare emergenze d’un antico modo di cantare e descrivere situazioni tutte interne ad un mondo rurale che ormai è stato
ridotto al silenzio, dai suoi stessi portatori, resi vergognosi della cultura tradizionale.

Antonio Fortunato: Come hai potuto notare anche tu, lo spirito generale che caratterizza queste canzoni è soprattutto il comico. Tuttavia in alcune non mancano sentimenti di sofferenza per il lavoro e l’affiorare di quelle situazioni delicate come l’amore deluso o perduto.

(pp 43-48)

Antonio Lotierzo, saggista e poeta, si è occupato di materiali antropologici, storici e letterari, fin dal 1980. Ha pubblicato: Antropologia e cultura popolare (Lacaita, Manduria, 1983); Canti popolari di Spinoso (Ferraro, Napoli, 1984); Visioni di Basilicata (Ciessetti, Napoli, 1984); San Gianuario. Agiografia e folclore (I. G. E. I, Napoli, 1985); Tempo e valori a S. Cipriano d’Aversa (Arte Tipografica, Napoli, 1990); Statuti, bagliva e conti comunali in Basilicata (Curto Editore, Napoli, 1999); Poesie. 1972-2000 (Dante & Descartes, Napoli, 2001); Suonaci una poesia, Yzu (Erreci, Anzi, 2012).

estratto da: Io tengo un organetto – Canti eleuterici – A. Lotierzo – A. Fortunato – spartiti di R. Fittipaldi – Delta 3 edizioni 2015

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