Un racconto dedicato ad Aniello De Chiara

# Alberto Burri

# Alberto Burri

a quattordici anni dalla sua scomparsa

C’era una volta una piccola città abitata da piccoli uomini chiusa in un cerchio di alte montagne distanti dal mare: l’influsso benefico del mare non raggiungeva la città dei piccoli uomini ed essi erano molto tristi. Lavoravano, vicino al corso del fiume che passava tra le case e le fabbriche, e tornavano a casa per riposarsi e riprendere all’indomani il duro lavoro.

Un bel giorno si presentò un piccolo uomo, nato nella piccola città, che era vissuto accanto al mare: ogni giorno si affacciava di buonora alla finestra della cameretta dove studiava per respirare la brezza marina del mattino, ascoltava il chiasso dei gabbiani sulla battigia, il cronometro delle onde, scrutava con lo sguardo l’orizzonte per scoprire le barche dei pescatori che tornavano a casa. Dopo gli studi fu inviato a completare la sua laurea in Francia, a Parigi, dove conobbe dotti scienziati che gli predissero un radioso futuro.

Così avvenne!

Tornato nella piccola città i suoi genitori lo inviarono nella grande città più vicina per esercitare il suo lavoro di chirurgo: “un’eccellenza!”, esclamarono dotti, medici e sapienti, quando lo videro operare i pazienti che mano a mano si presentavano nel grande ospedale; “è davvero una speranza per il presente e il futuro della Medicina”. I traguardi si susseguirono uno dopo l’altro senza interruzione: divenne primario dell’ospedale; gli fu assegnata una cattedra universitaria; si sposò ed ebbe dei figli e delle figlie; intraprese la carriera politica.

La sua esistenza si ispirava al medico santo che l’aveva preceduto, il chirurgo Giuseppe MOSCATI, era il modello nella sua missione medica: curava gli esseri umani senza tenere conto della loro condizione economica; non chiedeva compensi; si limitava allo stipendio che la sua professione gli assegnava; visitava i malati nelle loro case e i familiari rimanevano sconcertati quando tentavano di offrirgli qualche compenso per la visita. Difendeva i meno abbienti; aiutava gli onesti; si opponeva ai mafiosi affrontandoli. Quest’ultima scelta gli costò cara: i suoi superiori furono costretti a farlo scortare dalle guardie armate per ben tre anni, finché non furono catturati coloro che minacciavano la sua esistenza e quella della sua famiglia.

Viveva nella sua piccola città, qui esercitava parte della sua professione di medico quando la grande città non lo richiamava a servirla.

Una calda domenica di novembre portò un grande terremoto che uccise migliaia di persone, anche bambini, lasciando la piccola città semidistrutta. Seguì un periodo di saccheggio e di abbandono lasciando la maggior parte della povera gente nella più cupa tristezza, in tuguri tirati su alla men peggio, senza un adeguato presente. Il grido di sofferenza arrivò alle orecchie del buon medico il quale chiese ai suoi superiori di sospendere per un po’ il suo ruolo nella grande città per dedicarsi alla ripresa della sua piccola città.

Il medico che conosceva il mare cercò di far conoscere ai piccoli uomini della sua città la bellezza della libertà; il sole che apriva le finestre nel suo sorgere; il sorriso della fiducia che uomini/donne possono offrire ai propri simili: sorriso che mai mancava sul volto di quel chirurgo che ben conosceva le sofferenze dell’esistenza.

Decise di proporsi come sindaco della sua piccola città.

Fu accolto con un’ovazione popolare immediata, specialmente fra tutti coloro che conoscevano la sua onestà in campo medico e nella quotidianità, compresi gli immigrati che lavoravano sodo ed erano alla ricerca di un ruolo sociale. Il nuovo sindaco iniziò a costruire luoghi di aggregazione: un palazzetto dello sport per i giovani ( nati dopo il terribile terremoto); delle case popolari per i meno abbienti e gli immigrati; nuovi posti di lavoro nelle fabbriche ( che nella cittadina abbondavano) le quali vennero spostate in una nuova area definita “ distretto industriale”: meno inquinamento nel tessuto cittadino; maggiore viabilità; più servizi; più tecnologia.

Ricordandosi la lezione dei suoi maestri corredò la città dove era nato di luoghi della memoria: un monumento all’umile operaio pellettiere ( che non era mai stato realizzato e che rappresentava l’attività artigiano/industriale che vantava più di cinquecento anni di storia, unica realtà in tutta la regione); un monumento all’industriosità degli artigiani disposto all’ingresso delle strade principali; nuove scuole e miglioramento di quelle esistenti per la sicurezza dei suoi piccoli concittadini; un monumento al maggiore artista di quella cittadina: il pittore vissuto a metà del XVII secolo, la cui abitazione era andata distrutta dopo il terribile terremoto, e le cui tele erano nelle magnifiche chiese della piccola città; un monumento al fondatore dei sacerdoti dell’Ordine di San Giuseppe, monsignor Giuseppe Marello da Asti , che avevano un luogo di accoglienza per i giovani proprio nella cittadina e avevano allietato anche l’esistenza del neo sindaco durante la sua adolescenza.

Molte altre opere andò realizzando durante il suo primo sindacato che non stiamo qui ad elencare per non stancare il lettore.

Preso dalla volontà di migliorare la cittadina che amava tanto, non ascoltò i consigli dei suoi superiori che lo richiedevano nella grande città, ai suoi compiti di illustre medico chirurgo. Accettò un secondo mandato da sindaco. Fu una scelta volontaria dettata dalla grande fede che aveva nel suo coraggio e nelle persone che lo circondavano. Quelle persone giorno dopo giorno però vennero meno e lo lasciarono solo, solo ad amministrare una cittadina che era cambiata grazie a lui divenendo una città solare, quasi che il mare fosse giunto a lambire le sue terre e a svegliare la sua gente.

Purtroppo i piccoli uomini cupi, che fino ad allora avevano condotto le sorti della cittadina prima della sua venuta, uscirono dall’ombra dove si erano nascosti e sparsero la nebbia del malcontento ogni giorno. Il sole un poco alla volta non riusciva a penetrare le nebbie del mattino e la sofferenza ritornò nelle case e nelle strade della cittadina rendendola di nuovo piccola: ma non era così! La cittadina era divenuta grande e solare, colma di luoghi dove i giovani sognavano e i sogni volavano come aquiloni al di sopra della nebbia: volevano imitare il loro sindaco/ medico per l’esempio che aveva portato in mezzo a loro.

Ma il denaro condanna i grandi sognatori ed eleva i piccoli uomini a tutti i costi, anche se le loro capacità sono quasi sempre limitate.

Avvenne così che in un piovoso giorno di marzo, proprio quello della festa del santo protettore, San Giuseppe, i piccoli uomini cupi attesero il giovane sindaco sulla strada che lo conduceva verso casa e , sopraggiunti alle sue alle spalle, lo sospinsero in un burrone, dove di lì a poco arrivarono moglie e figli che avevano avvertito, come un presagio, il grido silenzioso del padre.

La piccola città rimase attonita, incredula, impaurita. La sua famiglia cadde in un dolore muto, composto, colmo di pianti: come l’acqua di quel mare che il loro papà aveva sognato di portare nella sua piccola città.

Tra i documenti, che il primo cittadino e medico lasciò come testamento, c’era scritto con la penna rossa un invito ai suoi giovani concittadini: “ non abbiate paura di sognare, i sogni non possono essere comprati con il denaro! ”

20 ottobre 2015, (dal mare)                                    Vincenzo D’Alessio  

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